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  • Andrea Conti

Nota di lettura a "Il mondo s’è fatto male" di Antonella Vairano

Per quanto netta, assoluta e universale essa appaia, la voce poetica de Il mondo s’è fatto male di Antonella Vairano (CSA Editrice, 2019) ha necessità di incarnarsi in un corpo, di pensarsi e agire come corpo. Non a caso, l’immagine che la poetessa evoca nella nota introduttiva è il Bue squartato di Chaim Soutine (1925), emblema raccapricciante e simbolo di una vita innocente sacrificata a scopo di nutrimento. E sarà proprio la fame una delle maschere che il male assumerà in questa raccolta: una fame bestiale, inumana, che ricorre in forma di «rodimento sulla carne / del tuo omero» (p. 21), di «uccelli orribili» che «masticano la cabala» (p. 24), o di «malacarne» che «inzuppa miseria nel mondo / e s’ingozza di finta sentenza» (p. 28).

L’immaginario di Vairano non rinuncia, insomma, a confrontarsi con l’infimo o con il putrescente, e anzi i momenti migliori della raccolta sono quelli in cui, con nettezza di taglio e rapida messa a fuoco, il paesaggio appare ridotto ai suoi elementi primi – carne, ossa, pelle e odori – e l’io lirico si presenta come un fascio di membra irrelate – dita, ventre, seno, mani e unghie. Ma anziché rimanere invischiato in questo orizzonte di cruda oggettività, lo sguardo cerca di innalzarsi alla ricerca di un senso complessivo, di una missione più alta da affidare alla poesia. Spesso, non trovandola. Così, per esempio, in Babilonia, l’invettiva contro un «Dio» che «scompiglia le lingue / per non perdere il trono» (p. 41) si chiude con uno sconsolato «il Poeta non può / fare niente!» (ibid.). Oppure, nel testo programmaticamente intitolato Al Poeta, la poesia assume i connotati di un discorso salvifico, il poeta rivela fattezze addirittura messianiche, ma la salvezza è infine affidata, in un movimento di autonegazione che tuttavia richiama una dimensione mistico-sacrale, al sonno: «Dammi il sonno per andare» (p. 47).

Ha ragione Maria Grazia Calandrone quando, presentando la raccolta, sostiene che «le atmosfere [...] sono bibliche, estreme, le creature nominate si muovono in un tempo da tragedia [...] un tempo che pone se stesso fuori dal tempo» (p. 8). Eppure, il limite principale de Il mondo s’è fatto male è il non esplorare davvero a fondo questa dimensione tragica e atemporale. O, per meglio dire, il rifiutarsi di lasciarsi assorbire da questo universo simbolico fatto di carne e dolore, nel tentativo di mantenere la rotta in direzione di un senso complessivo che comunque non appare, perché la poesia, in accordo al topos romantico del poeta-titano escluso dal consorzio umano («È come un titano / ebete in una torre nana», p. 41), è data per fallimentare già in partenza. Lo stesso apparato di immagini, perlopiù di bambini che giocano fra loro, smorza lo slancio disperato di molti testi, sviando il lettore verso un’idea d’infanzia tutt’altro che assoluta, anzi perfettamente storicizzabile. Una sorta di bolla anni ’50-’60, né moderna né premoderna, ma piena di giochi e vestiti d’epoca lievemente posticci.

Il libro di Antonella Vairano è insomma un libro imperfetto, in cui convivono istanze contraddittorie. E tuttavia, come si diceva, il gusto per l’infimo che emerge da alcuni testi, la riduzione di paesaggio e soggetto lirico a minimi elementi fisici e biologici, nonché il gusto biblico e tragico, ne rappresentano la componente più interessante e, in definitiva, più autentica.



L’essenziale


Di acqua di sale

mi suda il seno.


Simultaneo canto, e pure livore.


Come un mendicante bendato

mi ha fatto straniera

come pochi dispersi.


Come un animale circolare

mi ha fatto garza

sul duplice cristallino.


Attendo

sul ventre tremulo

la panacea di one chiare


e vedo

sulle dita asciutte

il primo torpore

di luce essenziale.



L’orchestra


Sono un mezzo suono

di un’opera spezzata.


E lontano è il maestro

che comanda

archi e tasti.


Suoni interi di una corda giovane.


Tra l’opera e l’esame

il mio respiro è sommerso.


E comincia a farsi grande.



Fumo e sigari


Occhio sigillato

la cruna è residuo.


Un tempo ho acceso fulmini nelle braccia

ho spostato l’anima

e ho fatto le rivoluzioni.


Avevo l’odore delle sigarette addosso

e tiravo l’inguine e il lago salato.


Ora che il cuore è invecchiato

e le labbra sono più sottili

tenetevi pure il mondo.


Io non fumo più.



Stabile


Il verbo è fermo

sui denti serrati.


La lingua rossa

è gelata

dietro bavagli

di trecce compiute.


Mattanza impronunciabile.


Si adoperi la dimenticanza

che non vuole mai arrivare.


E giunga il doppio pasto della vita

che apprende la redenzione

e lascia il disonore.



Antonella Vairano nasce e vive a Conversano (Ba). Ha conseguito diversi riconoscimenti a Premi letterari nazionali e internazionali. Le sue poesie sono presenti in diverse riviste letterarie. Coautrice in diverse antologie poetiche nazionali ed internazionali. 29 Note poesie è la sua prima pubblicazione uscita a marzo 2018 (youcanprint ediz.); Il mondo s'è fatto male seconda pubblicazione, giugno 2019 (Csa Editrice). Promuove e organizza eventi culturali.

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