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  • Sara Vergari

Nota di lettura a "Corpo striato" di Riccardo Frolloni

Corpo striato (Industria & Letteratura, 2021) si apre con una dedica difficile da scrivere e da pronunciare, brutale nella sua espressione, ma diretta e senza filtri: «A mio padre morto». Perché la morte è reale in questo libro e continua a vivere in mezzo alle cose, nei sogni, corrodendo lentamente la conformazione delle geografie, dalle più concrete alle più immateriali. Il titolo rimanda a una parte del cervello responsabile del controllo dei movimenti volontari e involontari del corpo, e di fatti è così che procede il racconto di Frolloni. Come dicevo, la morte del padre è un fatto reale, «è morto in casa, in bagno, mentre si lavava i denti / e non una parola», così come le conseguenze materiali di una perdita in famiglia, «Nel giro di due settimane dovetti imparare / di polizze sulla vita, rischio incendi, mezzi, tutto». E poi ci si accorge che un corpo, se pur immobile e freddo, continua a vivere nei luoghi di sempre, nelle passeggiate in collina e nell’aria della neve, nel dolore di chi ripercorre i suoi passi. Infatti, Frolloni ricorda il padre sempre in movimento, sia nei sogni che nei ricordi, tra le sue colline e montagne: «Era lunga la scarpata e i massi e la merda delle vacche / e procedeva bene, a passo svelto, diritto di schiena, nell’aria / leggera della montagna». La vitalità del padre che si muove in avanti sembra lasciare una traccia per il futuro del figlio che ora, rimasto senza la guida, lo segue nel vento, altro elemento costante di questa poesia. Il percorso di Frolloni, fatto di alternanze tra sogni, movimenti e materiali (i titoli seriali dei componimenti) è un tentativo di elaborazione del trauma, dove la parola poetica diviene l’unico ponte liminale possibile tra ciò che si tiene e ciò che si deve necessariamente lasciare andare. Così il verso lungo e il tono accogliente sembrano due braccia tese che tentano il difficile compito di tenere per mano presente e futuro, e con loro camminare. Colpisce molto la scelta della parola, che sa trovare il dettaglio necessario e trafigge pur sapendo consolare, forse proprio per il suo essere a volte solo una preghiera aperta, un grido che fa eco sottile.



sogno I


Era lungo la scarpata e i massi e la merda delle vacche

e procedeva bene, a passo svelto, diritto di schiena, nell’aria

leggera della montagna, ognuno attento ai propri piedi

col sudore sotto la camicia e il fiatone, il mal di gola,

nel sonno devo aver perduto la coperta, slabbrato il pigiama

o dimenticato una finestra aperta, così uno spiffero,

un rumore dal fondo delle campagne s’intrufola,

diventa subito un fischio, mio padre già in cima

del primo promontorio, ce ne sarà ùpoi un altro

e un altro ancora, ma neanche una parola, aveva il volto

sereno, da uomo, mi ammoniva di salire, di darmi

un tono, ma io arrancavo, passavo da altre parti, lo perdevo,

lentamente gli altri scomparivano nelle nuvole

o dietro ai sassi, io pure mi facevo più bianco con la pelle

fredda di sudore, mi dicevo non svenire ora, resta sveglio, svegliati.



materiali II


Chi riconosce l’aria della neve

porta guanti di cuoio alle mani

e si passa legna dietro casa,


non ci si dice molto perché 

non c’è molto da dire, ogni volta

è come se ci inseguisse qualcosa


le macchine passano per strada

ma più veloci, più sole, trasparenti,

subito rientriamo, odore di polenta,


ci precede un vento che sappiamo

ha il sapore ferroso delle ferite, perché 

senza dircelo lo aspettiamo.



movimenti III


Quando riaprimmo il negozio era ancora tutto lì,

nessuno aveva consegnato i pantaloni accorciati, il vestito col tulle –


per mesi da dietro il magazzino

rumori di camicie scartate, la scala di alluminio che si sposta da sola –


mia madre prima di entrare dice mi tremano le gambe

la sento appoggiarsi a fare le poche scale, tutta bianca nell’estate.


Subito ci furono giorni di cose da fare, banche, assicurazioni,

e non una parola

come una spinta da dietro, da sotto le ascelle

ti porta, ti fa imparare alcune formule sempre buone:


esserci,

col fantasma che si aggira ovunque.


Tolto l’antifurto e accese le luci, tutto era ciò che era,

il negozio di una vita, gli dicevano


ci morirai qui dentro e invece no

è morto a casa, in bagno, mentre si lavava i denti

e non una parola


Riccardo Frolloni nasce nel ’93 a Macerata. Prima di Corpo striato, ha pubblicato Languide istantanee Polaroid (Affinità Elettive 2014). Ha tradotto Sul non perdere le ceneri di mio padre di Richard Harrison ('roundmidnight edizioni 2018) e Non praticare il cannibalismo, antologia dell’opera di Ron Padgett (Del Vecchio Editore 2021). È stato direttore del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e ha lavorato per la School of Continuing Studies dell’Università di Toronto come lettore e assistente. Insegna italiano e latino nei licei.

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