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  • Sara Serenelli

Nota di lettura a "Collisione d'interni" di Maria Teresa Infante

«Morire quanto necessario, senza eccedere. / Ricrescere quanto occorre da ciò che si è salvato», scriveva in Autotomia Wislawa Szymborska. Leggere i versi di Collisione d’interni (Il Convivio Editore, 2019) di Maria Teresa Infante è come subire e al tempo stesso agire una autotomia: scindersi per poter vivere, guardare la rovina per trovare una salvezza, darsi in pasto al mondo per mutarsi in poesia («e donna / ho ucciso me / per non morire»). E al contempo alla vita immolare una parte di noi («il cigno muore ogni volte che danza»). Camminare in questa poesia è una sfida a disfarsi e farsi da nuovo, lasciando cadere i veli. È una poesia di verità che trasuda di umanità a ogni suono e a ogni immagine. Infante ha il coraggio di dire davvero e vince le resistenze del lettore che non può schiacciarsi sulla superficie. Ci si addentra, si valica e si trapassa il confine del detto e si afferra con forza la ritmica mano che la poetessa ci tende e che ci porta dentro alla poesia e nel mentre a intus legere in noi stessi. C’è tanto dolore tra le pieghe di questi versi: un dolore fecondo per chi li legge, «non è poesia / è una ferita che non cicatrizza / un melograno aperto in una mano / che gronda sangue come fosse latte». Infante volge lo sguardo poetico al suo centro, si pungola e non teme di lasciarsi leggere nel profondo. Mentre si inerpica sul fianco magmatico del suo Io interiore la poetessa tacitamente chiede un “sacrificio” al suo lettore. Ci si spoglia, ci si veste delle emozioni che evocano i versi. Basta un istante a vestire quei panni e già li sentiamo nostri: una raccolta che ci spinge ad «affondare i piedi, credendo di saper nuotare» e che inchioda «l’estate che portavamo in corpo». È una frattura che appartiene a tutti noi, e che la Infante sutura con la sua poesia sincera ma non per questo meno ricercata o soppesata. Collidono gli stati interni di chi legge e di chi scrive, collidono le impressioni interne e le manifestazioni esterne, un cum pati, un soffrire e un sentire con e attraverso la poesia. Una raccolta intimistica che però non rinuncia a indagare anche l’esterno che spesso provoca sofferenza ma al quale la poetessa non smette comunque di aprirsi. E il dato esteriore, i luoghi, i tempi, gli spazi scandiscono a loro volta i moti interiori. Dilemmatico il confronto tra il partire e il restare che non è però mai sterile immobilismo. Anzi la silloge è in cammino: si muove verticalmente, dal basso verso l’alto e viceversa, fino ad addentrarsi in un sentimento di sacralità tutto personale a volte dissacrante, che si strozza a tratti in una preghiera o in «urlo che scollina» e insistentemente domanda «Eloì Eloì lama sabactàni!». Ma il movimento è anche orizzontale: da fuori a dentro, da dentro a fuori. Il corpo è senziente, il mondo pulsa nelle vene, nelle arterie, sono vie di sangue, denti e ossa dalle quali gocciola la vita («ciò che non scrivo / è il sangue che mi opprime»; «liquidi sul mio petto / spugne sul pavimento. // Gocciolo esistendo»; «i denti rotti non hanno mai pretese / oggi di pane, un tozzo, basta e avanza»; «Corde d’arpa / le ossa // musica come di seta / l’anima tenta un canto»). Un corpo poetico che ha fame e fa sentire la fame di poesia, pane per l’anima. Scendiamo nell’abisso, compiamo una discesa negli inferi di ciò che è nascosto dentro e riveniamo alla luce e a noi stessi, assieme alla Infante, mentre diciamo: non omnis moriar.



E così sia


Lascio che assottigli l’astro

su un universo di cose

fatte, sfatte

indottrinate

orribilmente lese

o già lasciate intatte.


Forse per questa via

la transumanza

è solo più un ricordo

di vite avulse, affrante

o membra fiacche

sparse in un’arena.


È confusione o dubitare sovrano

quando m’accascio e punto il dito al certo?


Dove sarei se nata, fossi stata un’altra?


Ora di follie i pensieri spingono le mani

mentre i carretti scortano la mente

e pellegrina intorno all’asse

ruoto

a piedi scalzi

erosi dai tornanti


se fossi stata albero di queste ossa

avrei viticci e frutti da vendemmie

ma Dio che vede

e tutto sembra sappia

volle che foglia fossi di granturco

per poi strappare la pelle

a lembi a lembi.


Or bene Dio

si fa come tu voglia

e intanto faccio un giro attorno al capo

per rifrescar le tempie e le cervella.


Fuori dalle vene ho già patito il freddo

e stretto, il tempo, lacera le membra.


Giudea


Dimmi Dio

dov’è finito il cielo?

Oh Giudea

con l’anima d’argilla

maledetta

slegami i piedi, prendimi per mano

qui non è acqua per chi la brocca ha vuota.


Giudea Giudea

dove hai lasciato il cuore?


Non liberasti vergini e profeti

non narrasti storie a chi dormiva

quando l’infante non andò lontano

e le molliche morsero tra i denti.


Oh Giudea

perché non torni al mondo?


V’è solo un palmo d’arido terreno

su questi corpi morti, mai risorti

ma sulla croce il padre ripudiato

non venderà per tre monete il figlio.


Piangi Giudea, piangi

che le giunture piovono di sangue

e le Madonne hanno i capelli sciolti.


La Sconosciuta


Qualche volta capita di cercarmi

riemergo

con l’acqua che mi sale

il respiro amniotico c’avanza

poi m’infossa


butto l’ossa a mare

lecco ferite come fosse niente

lego le gambe

a un palmo dal pensiero

dove sostare quando

luna è nera


mai mi trovo

tra le segrete in cui galoppa

indomita la mente

sagace condottiera del destriero

ancora mi ostino

a mordere il suo freno.


Qualche volta

troppe

ho fronteggiato

gli occhi che temevo

di questa Sconosciuta che mi veste


e donna

ho ucciso me

per non morire.


Versando-mi


Taccio

taccio

quando troppo è il calare del sole

il soffitto cade a piombo sul petto.


Taccio

nuvole vanno e vengono

parole d’urto rompono il ghiaccio

a stento


– esisto ogni volta che ‘verso’ –


liquidi sul mio petto

spugne sul pavimento.


Gocciolo esistendo.


Maria Teresa Infante è nata a San Severo (FG) il 20 marzo 1961 È fondatrice e vice presidente dell’Associazione culturale “L’Oceano nell’Anima”, responsabile editoriale «Oceano Edizioni» e capo redattore della testata giornalistica on line e della rivista letteraria «OceanoNews». Dal 2016 collabora con «Il Corriere di San Severo» e il «Corriere di Puglia e Lucania (CPL)». Per la rivista trimestrale di Arte e Cultura «La Ballata» è redattore per la Puglia. Nel 2019 è ideatrice del premio di poesia “Ciò che Caino non sa” (violenza di genere e crimini verso i minori.) È tra i poeti accreditati Wikipoesia nonché co-fondatore. Ha pubblicato sette sillogi poetiche di cui l’ultima Collisione d’interni vincitrice assoluta per l’inedito nel 2018 del Premio letterario “Il Convivio.” Ancora Rap di-verso, poesie per bambini; il romanzo Il richiamo; sette antologie AA.VV. (violenza donne e minori). Tradotta in Spagna e in Serbia e in antologie bilingue in inglese, polacco e cinese. Recensita su varie Riviste letterarie tra cui «Limenika» in greco. Recente “L’Alto riconoscimento Il Pensatore 2020” assegnato dall’Accademia Italia in Arte nel Mondo-Art and human right.

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