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  • Francesco Destro

Nota di lettura a "Il bambino astronauta" di Dario Maglione

Dal mondo dei sogni e delle avventure dei bambini all’apparente aridità e frammentarietà dell’età adulta: è questa una delle possibili interpretazioni del libro di Dario Maglione Il bambino astronauta (Edizioni La Gru, 2020).

Il titolo del libro riprende quello della prima poesia, in cui il Pianeta Felicità è forse l’infanzia oppure un pianeta ben preciso, frutto di un gioco e di un accordo fra due bambini. In questa poesia appaiono chiari gli elementi che contraddistinguono l’opera prima di Maglione, a partire dagli elementi di fantasia inanellati in un percorso di relazione, contatto, intreccio con altre persone, anime e vicissitudini.

In un gioco di personaggi e di “Io”, dall’Io cielo al profeta dalle lacrime azzurre, dal ragazzo-benzina ai bambini della foresta del pianto, ripetuti sono i riferimenti allo specchio e al cambiamento, forse in un’autoreferenzialità ben dissimulata, con storie e versi che restano impressi, come nel caso della singolare ed efficace Confessione di un altruista, poesia che descrive una persona che soffre della sindrome “dell’uomo sgabuzzino”, in cui vengono riposte tutte le cose rotte del mondo. Un corpo vuoto e pieno al contempo, lacerato dall’interno, forse il punto più alto di tutti i momenti di dubbio, ricerca, cambiamento e confusione condivisi dai protagonisti delle varie poesie.

Da evidenziare, inoltre, la ricerca di immagini e accostamenti di storie e parole tra il gioco e la fantasia, ma che l’autore sa riportare in maniera efficace alla concretezza del vivere, continuo, quotidiano, condiviso. Perché vi è sempre traccia di un Noi, un valore aggiunto in questa raccolta di poesie di lungo respiro, confessioni o racconti in cui l’autore pone spesso con i suoi versi un confronto, un dialogo, un viaggio in comune: tra i protagonisti delle sue poesie e noi, lettori, che nelle sue parole torniamo a rivivere l’infanzia, la crescita e il cambiamento, la variegata complessità di un universo interiore in cui pensieri, emozioni, esperienze avvenute, mancate o disperse sembrano risolversi nell’incompiutezza.



Il bambino astronauta


Era bello sostare sul pianeta Felicità,

quando la tua mano

stringendosi alla mia

formava un sole artificiale:

un nucleo incandescente

di palmi addentati l’uno all’altro

e una raggiera di dita elettriche.

Ce ne stavamo tutto il tempo

con le gambe a penzoloni

sullo strapiombo dei cieli notturni

a guardar le stelle pattinare

come burattini di vetro.

E quanto suonava il nostro pianeta Felicità!

come un carillon di comete,

bacche germogliate

da rami di luna,

angeli di vapore

incoronati di satelliti

nella sabbia rosa della Via Lattea.

Ma poi le nostre mani

si sono separate

e quella bocca di vuoto

ha soffiato un vento

violento come solo il deserto

sa essere.


Lo ripetevi sempre anche tu

che non avremmo resistito a lungo.

Del nostro meraviglioso, finto mondo

non è rimasto che un cranio di cera

rappreso nello zero assoluto della gravità,

il respiro affannato

di schegge infinitesimali di luce

sotto la pelle del buio

e qualche insetto astrale

che ancora cigola in un buco nero.

Alla fine il pianeta Felicità si è eclissato

dietro ai nostri grandi, spalancati, terrorizzati occhi neri,

quattro sfere di memoria e metallo

che si osservano malinconiche

alla ricerca di un atavico Noi.

A volte ti ho vista piangere

senza motivo:

mi dicevi che sentivi un vuoto,

un vuoto lasciato da qualcosa

di cui non riuscivi

a rievocare il nome.

Abbracciandoti, ti rispondevo

che forse avevi vissuto un'altra vita prima di questa,

una migliore,

e che dei ricordi più antichi

non si deve aver paura.

A volte ho intravisto

dietro ai tuoi occhi

un cerchio di luce,

un portale tra questa realtà e un’altra,

più reale,

e ogni volta che è successo

ho sentito dentro di me

una gran nostalgia di sognare.

Poi, quella sera di pioggia,

quando ti ho detto che i temporali mi spalancano il cuore

per riversarsi dentro,

mi hai stretto di nuovo la mano.

E all’improvviso ho ricordato ogni cosa:

le stelle ballerine e ubriache,

quella musica sottomarina,

io e te insieme,

con le gambe a penzoloni

sullo strapiombo dei cieli notturni.



Confessione di un altruista


Dentro di me ho riposto

tutte le cose rotte del mondo

per evitare che gli altri,

anche solo sfiorandole,

potessero ferirsi.

Ѐ questa la breve storia del mio Io:

una sterminata collezione

di giocattoli difettosi.


A ogni minimo movimento

tutto in me va in frantumi

e i pezzi si sparpagliano sempre di più

aizzati da brezze rabbiose di globuli rossi.

Mi stanno tagliando dall’interno,

proprio adesso,

e se il nemico è l’interno non ci si può difendere.

Il mio corpo-emorragia urla e sputa e ride sui giorni

senza che nessuno se ne accorga,

un attore ubriaco in una sala d’attesa vuota,

una fila di quadri banali

che nasconde una screpolatura dell’intonaco,

il filtro insudiciato e da buttare del mondo.


Non mi resta che vomitare tutta la notte

fino a riempire intere vasche di sangue.

Ѐ questa la sindrome degli uomini-sgabuzzino:

rammollire di piacere nelle loro vasche di sangue,

lentamente.


E tutto per una sola goccia

di aurea, scarnificata adorazione

da far evaporare a fior di labbra.

Sono il contenitore di chiunque,

ma un contenitore che ormai perde

e che preferisce il vuoto di rimanere se stesso.

Esiste, lo so,

deve esistere

qualcun altro che possa contenermi

e sopravvivere al mio scheletro

di spigoli e spilli fusi tra loro

per bucare qualsiasi cosa.



Effetto piuma


Quando svanisce una piuma

il mondo non cambia:

ha sempre lo stesso peso,

abbassa le sue palpebre di atmosfera

alla solita ora,

ruota attorno al suo asse di seta

alla stessa identica velocità.


Allora perché

da quando sei svanita

il mondo è completamente diverso?

Non tutte le piume hanno lo stesso peso?

L’asse di rotazione

si è inclinato ancora di più,

il peso terrestre

anziché diminuire in modo impercettibile

è aumentato,

la gravità si è triplicata

e le facce degli uomini

sono puntini imperterriti

che sbattono contro i vetri delle loro vite.


Giuro di aver sentito la Terra

fermarsi per un millesimo di secondo

nel punto di minima distanza dal sole,

un silenzioso inchino alla bellezza.

Da quel giorno,

quando la Terra dopo mesi

si ritrova in quello stesso punto,

fermandosi e poggiando le sue labbra

infreddolite sul sole,

le rocce si illuminano d’ambra

per celebrare la memoria

della più leggera e pesante delle piume.



La paura degli specchi


Ho sempre avuto paura degli specchi:

ti portano fuori di te

e ti costringono a guardarti,

a districare un groviglio di segmenti spezzati

che non hai alcuna voglia

di riconoscere come volto

o ricomporre in qualcosa di più armonioso.

In quel momento, un gemello esangue

sosta in piedi dinnanzi a te

e rivendica il tuo spazio nel mondo.


Gli ascensori sono diventati scatole

infernali di superfici riflettenti

dove respirare come un mulino di carne

l’ossigeno appena espirato,

finché ogni sua molecola non si riduce

ad una perla di vetro nel petto.


Spesso mi aiutava coprire il volto con una mano

e immaginare un mondo di ectoplasmi splendenti

che hanno ripudiato il corpo,

solo particelle di anima e bianco

in un posto dove puoi decidere

di tagliarti con un raggio di luce

e non sanguinare,

dove non esistono piacere e dolore,

solo l’iconoclastia del silenzio.


Ma da quando il sigillo di brina

si è infranto sulle mie labbra,

ho imparato a guardarmi allo specchio

senza tremare o sognare realtà senza corpo.

Mi basta chiudere gli occhi e ripetere piano:

Non sei il nemico,

ma l’amore più grande della mia vita.

E con coraggio

riaprire gli occhi.



Dario Maglione (Melfi, 1993) vive attualmente a Milano, dove svolge la propria attività di psicologo clinico e di specializzando in psicoterapia dell’età evolutiva. In ambito di ricerca, ha approfondito gli effetti psicologici del maltrattamento e delle punizioni fisiche in infanzia e adolescenza, pubblicando diversi contributi scientifici su riviste italiane e internazionali del settore.

Si è inoltre occupato di attività umanitarie nelle zone sismiche del Centro-Italia, partecipando alla conduzione di laboratori psicoeducativi e ricreativi nelle scuole primarie. Il bambino astronauta (Edizioni La Gru, 2020) è la sua prima raccolta di poesie.

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