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  • Immagine del redattoreEmanuele Andrea Spano

«Luci vorticose bucano l’ombra»: recensione a "Il sogno" di Valentino Fossati

Accostarsi a quest’ultimo libro di Valentino Fossati, Il sogno, uscito per Capire Edizioni poco più di un anno fa, significa riaccendere, almeno per un momento, il dibattito su cosa sia la poesia, su come lavori, su quali ingredienti e caratteristiche la rendano tale o ancora su quale sia il discrimine tra la poesia e la prosa e quanto netta e tangibile sia o debba essere la separazione tra questi due mondi letterari, se così li si vuole intendere. Se si resta arroccati a una definizione di poesia vecchia almeno cent’anni – per non parlare di capolavori poetici come le Operette morali leopardiane che quasi ne compiono duecento – si rubricherà questo libro tra i generi della prosa, semmai riconoscendogli lo status ormai un po’ logoro di prosa lirica. Se invece si guarderà oltre la concezione granitica del verso, oltre gli “a capo” e la metrica, già sconfessata da decenni di letteratura contemporanea, allora non si faticherà a ravvisare tra queste pagine ciò che separa la poesia, non tanto dalla prosa, quanto da ciò che non è poesia, da ciò che in letteratura assolve una funzione e un ruolo diverso, attraverso linguaggi e inclinazioni differenti.

Anzitutto ciò che indiscutibilmente va riconosciuto a questo libro è il potere evocativo, che è da sempre non solo parte integrante della poesia, ma quasi un atto fondante della parola poetica: evocare che non significa semplicemente convocare sulla pagina, ma chiamare dal buio, far tornare alla luce, riportare alla vita. Qui l’evocazione non è solo lo spunto o la scintilla da cui scaturisce la scrittura, ma un processo ininterrotto che si esercita per tutto il libro e si rinnova, che continuamente fa emergere dall’ombra figure, immagini, scene, odori, che lascia che affiorino dalla carta oggetti, luoghi, voci che si addensano un attimo per poi dileguare ancora una volta. Eppure quel processo evocativo, che a tratti all’occhio meno attento potrebbe apparire quasi freudiano, è costantemente vigilato dalla cornice, quasi controllato dall’impianto diaristico che lascia intuire una scansione cronologica, una crescita dei personaggi, ma che non trascende mai nel racconto di una formazione, di una bildung personale e collettiva. La verità è che ogni slancio troppo lirico è prontamente disatteso dalla penna di Fossati: il vagheggiamento dell’infanzia che parrebbe talvolta prendere il sopravvento si scontra inevitabilmente con la necessità di essere adulti e con la consapevolezza magari di essere diventati adulti peggiori di quanto si pensava, il richiamo stesso al ruolo del padre, alle figure confortanti, per quanto ruvide, dei nonni, anche se si ripropone con ostinata tenacia, nasconde la tragica consapevolezza di dover sopravvivere a loro in un mondo che non è più quello un po’ ameno delle campagne o della periferia ancora intatta, seguendo la linea di un inurbamento che non è solo il trapasso da una società ancora fortemente agricola a una industriale e cittadina. Certo c’è anche questo, come c’è la Storia, quella con la M maiuscola, quella collettiva, che bussa alla porta del nostro piccolo mondo e ci impone di guardarla, una storia percepita con uno sguardo diverso a seconda che la si osservi attraverso il vetro un po’ opaco dell’infanzia o con gli occhi più disincantati dell’adulto: Moro rapito e ucciso e il suo eco flebile nelle nostre campagne di bambini, la strage di Bologna con la bambina ammazzata che in fondo segna anche la morte dell’infanzia, la nostra, e la fine della fanciullezza di un intero paese, la politica che guardiamo da fuori, attraverso la televisione, per cui presto perdiamo interesse.

C’è tanta poesia, come si diceva da subito, nel rapporto con i luoghi che talvolta paiono una emanazione di noi e altrove tornano scenari muti, nei contrasti tra le spiagge dell’infanzia e il 37 dilaniato dalle bombe, nella vocazione visiva, che ha tanto a che fare con il linguaggio poetico, ottenuta attraverso la sovrapposizione di tante istantanee in bianco e nero e in altri momenti con lo scorrere in sottofondo di un filmino muto, di quelli che si giravano nelle vacanze al mare, tra le foto di classe, in cui una ragazza manca e se ne è andata troppo presto, e i dagherrotipi di famiglia che paiono guardarci dalle loro cornici sulle madie che sanno di muffa o dai muri ingialliti.

Difficilmente si troverà un accordo tra queste pagine che consegni questo libro a una visione definita e definitiva, al di là della trama, me lo si consenta, ai limiti del romanzo di formazione che non è una trama, ma un inganno, e forse il “sogno” del titolo sta proprio in questo, non la rievocazione un po’ romantica di un passato e di un altro tempo che ci arriva per lacerti e sprazzi di luce mentre dormiamo, non la concessione a una qualche dimensione onirica, bensì la possibilità di creare con la parola, poetica senz’altro, un mondo, un universo dove tutto avviene e tutto può avvenire, dove tutto significa qualcosa e niente.


Valentino Fossati è nato a Genova nel 1974. Si è laureato all’Università di Bologna con una tesi sulle antologie di poesia italiana (relatore Alberto Bertoni). Ha pubblicato saggi critici, articoli e curato alcune pubblicazioni tra cui Leopardi nelle prose e nei versi (1998) insieme a Davide Rondoni, Pasolini e la letteratura dell’impegno (Laterza, 1999) e Accademico di nessuna accademia (Marietti, 2010) con Guido Monti. Esordisce in poesia con Gli allarmi delle stelle (Marietti 2007, premio Laudomia Bonanni città dell’Aquila e premio Orta S. Giulio per la migliore opera prima). Per il teatro ha scritto Quel grido dell’altra notte (2005) e Alba infinita (2008) interpretato da Franco Branciaroli. Nel 2014 esce la sua seconda raccolta di versi: La gioia (2014) con la prefazione di Gianfranco Lauretano.e nel 2016 il suo terzo libro, Inverno (CartaCanta, 2016) con la prefazione di Massimo Morasso. Nel 2018, sempre per le edizioni CartaCanta esce la revisione integrale del primo libro, Gli allarmi delle stelle. Da alcuni anni collabora con l’Associazione Il Camaleonte di Chieri, città in cui vive, e con il Premio Inedito – Colline di Torino. Dal 2018 collabora con l’Agenzia letteraria Edelweiss.

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