"Le Rubriche di Alma": Heberto Padilla (I Appuntamento)

Fuera del juego: il poeta davanti alla storia
Heberto Padilla nacque nel 1932 a Puerta de Golpe, nella provincia di Pinar del Río, a Cuba. Giornalista, poeta e intellettuale cosmopolita, padroneggiò diverse lingue e lavorò anche all’estero. Dopo il trionfo della Rivoluzione, rientrò sull’isola e prese parte alla vita culturale del nuovo Stato[1].
La sua silloge Fuera del juego del 1968 ottenne, nello stesso anno, un riconoscimento dell’Unión de Escritores y Artistas de Cuba (UNEAC). La controversia intorno alla raccolta, iniziata proprio nel 1968, culminò nel 1971 con l’arresto di Padilla, l’autocritica pubblica e una crisi nei rapporti fra il governo cubano e numerosi intellettuali europei e latinoamericani che avevano sostenuto la Rivoluzione. Si trattò di quello che venne definito proprio «caso Padilla»[2].
Chi si trova ad aprire oggi la raccolta lo fa spesso con la mente già occupata da queste vicende. Ne deriva un paradosso: Padilla è più citato che letto, noto soprattutto per le circostanze politiche legate al suo nome, mentre il libro che le precede resta spesso in penombra. In merito, già nel 1990, María Antonia Salgado osservava che la raccolta era stata indagata soprattutto sul piano sociopolitico, mentre quello letterario aveva ricevuto assai meno attenzione. Si chiedeva se la sua critica sociale fosse in grado di delineare una visione etica ed estetica inedita della realtà o si limitasse a contrapporsi a un regime attraverso i moduli già collaudati della poesia civile[3].
L’interrogativo pare tuttora aperto e, per questo, è da lì che conviene prendere le mosse. Occorre, così, appellarsi al libro, anteriore al processo e all’autocritica. Prima di addentrarsi nei contenuti, giova, però, ricordare che la biografia anteriore al 1968 non è quella di un oppositore estraneo al processo rivoluzionario, ma di un uomo che credette nella forza dirompente di quegli ideali. La sua traiettoria poetica rivela un rapporto assai più complesso di quanto la vulgata ammetta: dapprima adesione, entusiasmo e attese; soltanto in seguito, disincanto[4]. Il dettaglio rovescia l’immagine, fin troppo comoda, del dissidente di sempre: Padilla, insomma, diventa critico, non nasce tale.
Il verbale di una giuria e la sua sconfessione
Nel 1968, Fuera del juego concorse al premio di poesia «Julián del Casal» della UNEAC con il numero 31 e il motto «Vivir la vida no es cruzar un campo». La giuria era composta da José Lezama Lima, José Z. Tallet, Manuel Díaz Martínez, César Calvo e J. M. Cohen. Quest’ultimo, già rientrato nel suo Paese, espresse il proprio voto per iscritto. Il 22 ottobre 1968 il premio fu assegnato all’unanimità[5].
Il verbale va letto con attenzione perché racchiude in nuce la contraddizione a venire. I giurati riconobbero al libro una «calidad formal» e un autore pienamente padrone dei propri mezzi espressivi. Inoltre, vi scorsero «una intensa mirada sobre problemas fundamentales de nuestra época» e «una actitud crítica ante la historia». Ne consegue che il dissenso non fu giudicato qualcosa di accidentale, ma uno degli elementi fondanti del valore dell’opera[6]. L’affermazione più significativa è posta a chiusura della motivazione: la forza del volume starebbe nel suo carattere non apologetico, bensì «crítico, polémico». Inoltre, risiederebbe anche nel collegamento con l’idea della Rivoluzione come risposta ai problemi della propria epoca[7].
Il passo equivale quasi a una dichiarazione di poetica collettiva. Nel 1968, almeno per i cinque giurati, criticare non significa uscire dalla Rivoluzione: l’inconformismo vale come partecipazione alla sua promessa di trasformare il reale. Così, la giuria dà una lettura estensiva della formula con cui Fidel Castro aveva tracciato, nel 1961, i confini della libertà intellettuale, «dentro de la Revolución, todo; contra la Revolución, nada»[8]. Tutto si gioca, infatti, su chi stabilisca dove termini il «dentro».
Poche settimane più tardi, la medesima qualità ricevette un’interpretazione opposta. Il 28 ottobre il comitato direttivo della UNEAC si riunì con i giurati per discutere Fuera del juego e Los siete contra Tebas di Antón Arrufat, anch’esso premiato. Il 15 novembre diffuse la dichiarazione ufficiale: le due opere sarebbero state pubblicate, accompagnate da una nota che esprimeva il dissenso dell’organismo nei confronti dei premi e del loro contenuto ideologico. La dichiarazione sarebbe stata inclusa nei rispettivi volumi. Alla raccolta di Padilla veniva rimproverato, in particolare, «la exaltación del individualismo frente a las demandas colectivas del pueblo en desarrollo histórico»[9].
Da quanto esposto emerge una contraddizione istituzionale difficilmente eludibile: premiato da una giuria nominata dall’ente stesso, il libro vide poi il proprio contenuto ideologico ripudiato dal medesimo ente.
La questione non è soltanto politica; è, anzitutto, letteraria, perché sfiora un nervo scoperto della teoria della lettura: il senso di un testo poetico muta secondo chi detiene il potere di fissarne l’interpretazione[10]. Padilla aveva scritto versi critici e la giuria vi aveva riconosciuto un inconformismo compatibile con la Rivoluzione; il comitato direttivo, invece, vi scorgeva un’operazione ideologica utile al nemico. Tra queste due letture, entrambe legittime e interessate, si apre lo spazio in cui nasce il caso; eppure, prima del caso, c’è, come si è scritto in precedenza, la poesia. Per questo occorre rivolgersi ai versi di Padilla.
En tiempos difíciles: il corpo consegnato alla Storia
Fuera del juego si apre con un componimento che racchiude già una precisa concezione del rapporto fra individuo e Storia: En tiempos difíciles. Il procedimento è semplice e terribile. A un uomo vengono richiesti, uno dopo l’altro, il tempo, le mani, gli occhi, le labbra, le gambe, il bosco che lo nutrì da bambino, il petto, il cuore, le spalle e, infine, la lingua; a quel punto, gli si domanda di camminare. Così, il corpo del singolo si converte in una serie di funzioni reclamate dall’epoca.
La parola decisiva è forse «tempo». L’uomo deve cedere il proprio al «tiempo de la Historia»: non ne è più padrone per intero e deve fonderlo con quello collettivo. Da questo punto di vista, non occorre ancora evocare la repressione. Il testo avanza per accumulo incessante, non per accusa diretta e, in questo, risiede la sua efficacia. Padilla mostra il momento in cui il lessico del dovere collettivo comincia a occupare, pezzo dopo pezzo, la persona: prima le mani, poi gli occhi, quindi le gambe e, da ultimo, la lingua. Con essa, il meccanismo si rivela per intero, perché non basta più partecipare materialmente: bisogna parlare e occorre farlo nel modo prescritto.
Emerge qui uno dei nuclei portanti della raccolta, il nesso fra partecipazione e parola. Il componimento non chiede soltanto quanto l’individuo debba fare per la collettività; domanda, implicitamente, quanto debba dire e quanto di ciò che dice debba conformarsi alla rappresentazione ufficiale del reale. È la distinzione che Salgado pone al centro, invitando a non arrestarsi alla superficie politica del libro per interrogarne l’impianto etico ed estetico: che cosa significa, in Padilla, opporre l’esperienza individuale alla narrazione storica dominante[11]?
Un titolo, un’esclusione
Il secondo elemento da osservare è il titolo. Estar fuera de juego rimanda all’esclusione dalle regole, richiama l’estraneità a una dinamica in cui altri hanno già fissato il lecito. Nel componimento omonimo, il poeta è colui che «encuentra siempre algo que objetar». Non viene espulso perché sia portatore di una dottrina alternativa, ma perché continua a obiettare. Il passaggio è decisivo, perché ridimensiona la figura stessa del dissidente: il poeta non è un capo politico, non propone un programma, non sostituisce una verità con un’altra. Compie un gesto più elementare e, perciò, più difficile da neutralizzare: incrina la certezza.
Andrés Eloy Palencia ha letto la raccolta nella prospettiva del rapporto fra progetto creativo, verità e potere, sostenendo che l’opera edifica, attraverso il discorso estetico, uno spazio di critica e resistenza[12]. Chiaramente, la nozione di resistenza richiede attenzione. Intesa come piattaforma politica organizzata, non rende conto del libro; intesa come rifiuto della piena assimilazione del linguaggio poetico alla lingua del potere, si rivela una categoria interpretativa assai più feconda.
La Storia entra in casa
Anche la forma concorre all’effetto. Il verso di Padilla volge a un registro diretto, colloquiale, narrativo e non fonda il dissenso su una lingua volutamente oscura: una scelta che si inscrive in una linea poetica che, dal Romanticismo, giunge alle prime avanguardie[13]. Questo registro consente ai versi di penetrare nel quotidiano: la Storia attraversa il corpo, la casa, la strada, gli oggetti, il lavoro e le conversazioni.
È una poesia che introduce la politica nel domestico. Forse, è questo uno dei suoi tratti più moderni. La Storia non giunge soltanto coi grandi eventi: si insinua nel modo in cui un individuo guarda la propria porta, nel timore che una parola venga ascoltata, nel bisogno di giustificare ciò che si è detto, nell’obbligo di attestare la propria appartenenza.
In tal senso, la raccolta non è soltanto un libro sulla Rivoluzione cubana, ma una silloge sul rapporto fra singolo e sistema storico. La Cuba del 1968 offre il terreno concreto in cui questa tensione assume forma precisa; i versi, però, mirano a un livello ulteriore, più generale. È qui che la silloge diventa letteratura e non soltanto documento.
Salgado aveva messo in luce questo aspetto nel 1990, sottolineando che il problema non è soltanto individuare il bersaglio politico dei versi, ma capire se la raccolta costruisca una visione autonoma dell’uomo e della realtà[14]. Che il volume continui a essere ristampato e studiato mostra quanto la questione resti aperta. L’edizione Cátedra del 2021, a cura di Yannelys Aparicio Molina e Gustavo Pérez Firmat, ha un rilievo particolare perché, con il titolo Fuera del juego y otros poemas, colloca il libro entro un’ampia selezione dell’opera poetica di Padilla. Inoltre, si ineriscono l’edizione originale con due successive, segnalando in nota le varianti sostanziali, anziché trattarlo come mero documento del caso del 1971[15].
Il ritorno al testo s’impone perché il destino storico di un libro può farsi tanto ingombrante da impedirne la lettura. Fuera del juego non è prigioniero del 1971: è, prima di tutto, un testo nato nel 1968, quando Padilla non è ancora l’uomo dell’autocritica pubblica, né il protagonista di una controversia internazionale e neppure il simbolo attraverso cui una parte dell’intellettualità occidentale ridefinirà il proprio rapporto con Cuba[16]. È un poeta che affida i versi a un volume contestato dall’istituzione che lo aveva premiato e che vi misura la distanza fra l’uomo e la Storia. Già nel 1968 il libro formula così una domanda essenziale: quanto della propria voce può consegnare un uomo alla Storia, prima di non riconoscerla più come propria?
[1] Per i dati biografici e la ricostruzione autobiografica della propria vicenda, cfr. Heberto Padilla, La mala memoria, Barcelona, Plaza & Janés, 1989; trad. ingl. Self-Portrait of the Other, New York, Farrar, Straus and Giroux, 1990. La ricostruzione va considerata alla luce della natura memorialistica dell’opera.
[2] Per la documentazione relativa al cosiddetto «caso Padilla», cfr. Lourdes Casal (a cura di), El caso Padilla: literatura y revolución en Cuba. Documentos, Miami, Ediciones Universal, 1971. Padilla fu arrestato il 20 marzo 1971 e pronunciò la propria autocritica pubblica il 27 aprile dello stesso anno, in una riunione organizzata presso la UNEAC.
[3] María Antonia Salgado, «Esbozo de aproximación a la poética de Heberto Padilla en Fuera del juego», Revista Iberoamericana, vol. 56, nn. 152-153, 1990, pp. 1257-1267. Lo studio esamina la raccolta anche nella sua dimensione letteraria, interrogandosi sul rapporto fra critica sociale, visione etica ed estetica e tradizione della poesia civile.
[4] Per le raccolte poetiche anteriori a Fuera del juego, cfr. Heberto Padilla, El justo tiempo humano, La Habana, UNEAC, 1962, e La hora, La Habana, La Tertulia, «Cuadernos de Poesía», n. 10, 1964. L’interpretazione di questi volumi come testimonianza di un progressivo disincanto richiede il confronto diretto coi testi e non va intesa come una successione biografica rigidamente lineare.
[5] «Acta del jurado de poesía, Concurso UNEAC 1968», La Habana, 22 ottobre 1968, riprodotto in Rialta, 7 maggio 2018. Il documento attesta l’assegnazione unanime del premio, compreso il voto scritto di J. M. Cohen, che aveva lasciato Cuba prima della deliberazione finale. Il verbale è consultabile anche nell’edizione del 1969 della raccolta.
[6] «Acta del jurado de poesía, Concurso UNEAC 1968», cit. Il giudizio sulla qualità formale, sulla padronanza dei mezzi espressivi e sull’atteggiamento critico nei confronti della storia appartiene alla motivazione ufficiale della giuria.
[7] Ivi. La motivazione definisce la raccolta non apologetica, ma «crítica, polémica», e la collega esplicitamente all’idea della Rivoluzione quale risposta ai problemi dell’epoca.
[8] Fidel Castro, Palabras a los intelectuales, discorso pronunciato il 30 giugno 1961 presso la Biblioteca Nacional José Martí, La Habana. La formula «Dentro de la Revolución, todo; contra la Revolución, nada» va letta nel contesto dell’intervento e delle successive discussioni sulla libertà di espressione e sulla funzione degli intellettuali nella Cuba rivoluzionaria.
[9] «Declaración de la UNEAC acerca de los premios otorgados a Heberto Padilla en poesía y Antón Arrufat en teatro», La Habana, 15 novembre 1968, riprodotta in Rialta. Il documento riferisce della riunione congiunta del 28 ottobre e contiene le obiezioni ideologiche mosse alle due opere premiate. Per il dibattito contemporaneo alla pubblicazione, cfr. Juan Gelman, «Poesía y revolución», Los Libros, I, n. 2, agosto 1969, p. 3.
[10] Per il rapporto fra interpretazione, autorità e comunità interpretative, cfr. Stanley Fish, Is There a Text in This Class? The Authority of Interpretive Communities, Cambridge (MA), Harvard University Press, 1980. Per il discorso e le procedure di legittimazione, cfr. Michel Foucault, L’ordre du discours, Paris, Gallimard, 1971. Per la teoria della ricezione, cfr. Hans Robert Jauss, Literaturgeschichte als Provokation, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1970. I tre riferimenti offrono prospettive distinte e non vanno considerati equivalenti.
[11] Salgado, «Esbozo de aproximación a la poética de Heberto Padilla en Fuera del juego», cit., pp. 1257-1267.
[12] Per un inquadramento critico della poesia di Padilla, della sua dimensione conversazionale e della figura del poeta che obietta, cfr. Víctor Carreño, «The Poetry of Heberto Padilla beyond “The Padilla Affair”», Latin American Literature Today, giugno 2023.
[13] Carreño, «The Poetry of Heberto Padilla beyond “The Padilla Affair”», cit. L’autore colloca Padilla nella tradizione della poesia conversazionale, sottolineandone il linguaggio diretto, il rifiuto dell’ermetismo e la centralità dell’obiezione.
[14] Salgado, «Esbozo de aproximación a la poética de Heberto Padilla en Fuera del juego», cit.
[15] Heberto Padilla, Fuera del juego y otros poemas, a cura di Yannelys Aparicio Molina e Gustavo Pérez Firmat, Madrid, Cátedra, 2021. La recensione di Víctor Carreño, «The Poetry of Heberto Padilla beyond “The Padilla Affair”», Latin American Literature Today, giugno 2023, descrive il confronto fra l’edizione originale del 1968 e due edizioni successive, con correzioni e segnalazione in nota delle varianti significative.
[16] Per la documentazione sul caso Padilla e sulle reazioni degli intellettuali, cfr. Lourdes Casal (a cura di), El caso Padilla: literatura y revolución en Cuba. Documentos, cit. Per la posizione ufficiale espressa da Fidel Castro dopo la vicenda, cfr. il discorso di chiusura del Primer Congreso Nacional de Educación y Cultura, pronunciato il 30 aprile 1971.
In tempi difficili*
A quell’uomo gli chiesero il suo tempo
perché lo unisse al tempo della storia.
Gli chiesero le mani,
perché per un’epoca difficile
niente è meglio che un paio di buone mani.
Gli chiesero gli occhi
che qualche volta versarono lacrime
perché non contemplasse il lato chiaro
(specialmente il lato chiaro della vita)
perché per l’orrore basta un occhio stupito.
Gli chiesero le sue labbra
risecchite e macellate per affermare,
per erigere, con ogni affermazione, un sogno
(l’alto sogno):
gli chiesero le gambe,
dure e nodose,
(le sue vecchie gambe vagabonde)
perché in tempi difficili
cosa c’è di meglio che un paio di gambe
per la costruzione o la trincea?
Gli chiesero il bosco che lo nutrì da bambino,
con il suo albero obbediente.
Gli chiesero il petto, il cuore, le spalle.
Gli dissero
che questo era strettamente necessario.
Gli spiegarono dopo
che tutta questa donazione sarebbe stata inutile
senza consegnare la lingua,
perché in tempi difficili
niente è così utile per fermare l’odio e la menzogna.
E finalmente lo pregarono
che, per favore, si mettesse a camminare,
perché in tempi difficili,
questa è, senza dubbio, la prova decisiva.
Fuori dal gioco
A Yannis Ritsos, in un carcere della Grecia
Al poeta, congedalo!
Lui qui non ha niente da fare.
Non entra nel gioco.
Non si entusiasma.
Non mette in chiaro il suo messaggio.
Non si accorge neanche dei miracoli.
Trascorre l’intera giornata cavillando.
Trova sempre qualcosa da obiettare.
A questo tipo, congedalo!
Si metta da parte il guastafeste
a questo imbronciato
dell’estate,
con gli occhiali neri
sotto il sole che nasce.
Sempre
lo sedussero le avventure
e le belle catastrofi
del tempo
senza Storia.
È
perfino
antiquato.
Soltanto gli piace il vecchio Armstrong.
Canticchia, al massimo,
una canzone di Pete Seeger.
Canta,
tra i denti,
La Guantanamera.
Però non c’è
chi gli faccia aprire la bocca,
però non c’è
chi lo faccia sorridere
ogni volta che comincia lo spettacolo
e saltano
i pagliacci sulla scena;
quando le befane
confondono l’amore con il terrore
e sta scricchiolando il palcoscenico
e tuonano i metalli
e le pelli
e tutti saltano,
si china,
indietreggia,
sorride,
apre la bocca
“Ebbene sì,
chiaro che sì,
certo che sì...”
E ballano tutti bene,
ballano in modo gradevole
quando gli chiedono come trova il ballo.
A questo tipo, congedalo!
Lui qui non ha niente da fare.
*I testi poetici qui pubblicati sono tratti da Heberto Padilla, Fuera del juego, Edizioni Il Foglio, Piombino, 2013, ed. bilingue spagnolo-italiano. Traduzione di Gordiano Lupi.






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