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  • Immagine del redattoreAlessandro Pertosa

«La parola che di-viene»: recensione a "Porto franco" di Giuseppe Martella

In Porto franco (Arcipelago Itaca 2022) di Giuseppe Martella la parola di-viene in un flusso, come immersa nel fiume eracliteo, a mostrare l’irriducibile complessità e mutevolezza del reale. Reale che non si concede e sfugge alla presa; sfugge alla piena comprensione e lascia ammutolito chi legge, fra le onde di questo misterioso incedere – o esistere – che stupisce, sgomenta e stordisce.

La parola poetica si consegna qui a un porto, ma non a un porto qualsiasi, bensì a un porto franco. A un porto a cui approdiamo e grazie al quale la vita ci viene consegnata gratuitamente, dacché proprio in quanto «franco» il costo del trasporto – la spesa dell’esistenza – è a carico del mittente.

Noi – ci suggerisce Martella – abitiamo questo «luogo», esistiamo in un esser-ci (Da-sein l’avrebbe nominato Martin Heidegger) di gioie e dolori, naufraghiamo fra le vicissitudini della vita che acquisiscono in queste pagine valore estetico.

Potremmo dire che la raccolta è a tutti gli effetti un compendio poetico esistenziale che non fornisce soluzioni, perché soluzioni non ve ne sono. Fedele al dettato di Jean-Paul Sartre, Martella sembra bisbigliare che bisogna imparare a saperci fare con la vita, perché la contraddizione radicale che la costituisce non ammette soluzioni definitive. Semmai è la domanda, è l’interrogativo giusto che ci consente di illuminare il presente e dare senso all’esistenza. A un’esistenza fatta di incroci di sguardi e incontri, luoghi che si attraversano, persone che restano nella memoria e ci costituiscono.

In tal senso Martella si esprime nella poesia di apertura, Per ipotesi: «Ma sì, ma quando, ma poi, / se tutti noi / fossimo presi per incantamento / e trasportati indietro e poi in avanti / fuori del tempo e dentro, / presi e sorpresi dai futuri istanti / indifesi / e prendessimo le cose con i guanti / al fine, / e oltre il confine dell’io ce le spartissimo / spezzando il pane insieme, / finalmente, dimenticando Iddio».

Questi versi sono un inno all’incontro. Ma non a un incontro qualsiasi, bensì a un incontro felpato, dove la realtà – oltre i confini dell’io – viene sfiorata coi guanti e dove ognuno, negli occhi dell’altro – spezzando il pane, in un gesto di massima convivialità – ritrovi nel suo simile un po’ di se stesso. E forse anche il senso dello stare al mondo. E per questo, probabilmente, si può persino provare a dimenticare Iddio.

La prima sezione, Gran Canaria, delinea invece uno spazio utopico. Un’«isola d’aria persa in mezzo al mare», circondata da un intenso e sconfinato azzurro, da un’aria trasparente, dove tutto diviene terra cosmica grazie alla quale ogni elemento si ricongiunge al principio naturale: «tutti quanti ritorniamo alla terra, / tutti ritorniamo alla terra dalla luce». Tutti ritorniamo a una sorta di paradiso laico in cui le forme annegano nei colori, marciscono, sfumano, dando sollievo all’occhio e alla mente «facendo insomma le pulci alla vita / con le dita nude».

Nella seconda sezione, L’ora bruna del presentimento, entra in scena una marmorea solitudine. Una solitudine rigida e gelida, la solitudine di un essere abbandonato. «Non ho parenti, sono solo al mondo / sono un bimbo strambo / perennemente in cerca di adozione / se piango canto la stessa canzone / di sempre» dove è il vuoto, il niente a cullare questo senso di radicale isolamento. E nemmeno il surreale incontro con un’improbabile sposa futura lenisce il dolore di questa solitudine che non si scolla di dosso e che come una ferita sanguina dall’interno e costringe a domandare il senso di questo stare disperati al mondo: «e mi capita spesso quest’ora incerta / dove non so chi sono, e non so a chi chiedo, se mai chiedo / per forza o per amore. Se / tu ci fossi, e se non fossi io, / chiederei perdono a te – perdono a Dio».

In Porto franco allora la parola di-viene dolore. Perché la vita è una tragedia che non si spiega, non si risolve e resta imbrigliata, trama e ordito, fra le maglie strette del mistero.


Giuseppe Martella ha insegnato letteratura e cultura dei paesi anglofoni nelle Università di Messina, Bologna e Urbino. I suoi studi riguardano in particolare il dramma elisabettiano, il modernismo inglese, la teoria dei generi letterari, il nesso fra storia e fiction, l’ermeneutica filosofica, i rapporti tra scienza e letteratura, e tra letteratura e nuovi media. Dopo essersi ritirato dall’insegnamento, da alcuni anni si interessa anche di poesia italiana contemporanea, collaborando con saggi e recensioni a diverse riviste cartacee e online (La Clessidra, Anterem, Poesia Blog Rainews, Poetarum Silva, Nazione Indiana, Atelier Poesia, Inverso, Carteggi Letterari, Versante Ripido, ecc.). Una sua poesia inedita, Kenosis, è risultata finalista al premio Montano 2020. Altri inediti sono apparsi su Il giardino dei poeti, Versante Ripido e la sezione Instagram di Poesia Blog Rainews. Porto Franco è il suo libro di esordio in poesia.


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