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  • Immagine del redattoreElena Santagata

Le Rubriche di Alma: Alma & Gozzano (II Appuntamento)

Eccoci alla seconda puntata della rubrica dedicata a Guido Gozzano: nell’episodio precedente ci eravamo lasciati con una breve rassegna bibliografica, volta a fare luce sul ritratto, spesso controverso, del poeta delle “buone cose di pessimo gusto”.

Ripartiamo dunque da lì: se la vulgata vede Gozzano come poeta pop, o addirittura kitsch e camp (insomma, davvero il re del cattivo gusto per eccellenza), la critica ne ha invece fatto il “caposcuola” dei crepuscolari (anche se non è mancata una lunga querelle riguardo al suo vero o presunto crepuscolarismo). È abbastanza intuitivo il fatto che un poeta definito pop e addirittura camp non possa essere catalogato come crepuscolare, dal momento che il crepuscolarismo è basato su sentimenti e inclinazioni diametralmente opposti a quelli gozzaniani: le piccole cose quotidiane e crepuscolari hanno la pretesa di incarnare un sentimento “alto” di malinconia mista a sensibilità nei confronti della realtà. Pur nella loro natura dimessa possiedono una nobiltà e di conseguenza un’essenza tutt’altro che povera, né tantomeno kitsch. Solo i poeti possono cogliere il messaggio e il valore intrinseco degli oggetti «desueti». Profondamente diverso è lo spirito di Gozzano, il quale è volto alla ricerca di una forma artistica che rispecchi il “cattivo gusto” popolare della società borghese di Torino: Gozzano non scopre nessuna verità nel «ciarpame reietto» e non pretende di disegnare atmosfere di metafisica malinconia, ma si limita a trovare le esatte parole per trasportare in versi il mondo borghese che lo circonda, – un mondo per sua intrinseca natura di “pessimo gusto” – dandogli una propria voce.

L’aspetto più interessante è forse la discrepanza che c’è tra l’uomo e l’immagine che Gozzano ha dato di sé stesso in poesia. Malgrado solitamente si debba prestare attenzione nel sovrapporre realtà biografica e finzione letteraria, mai come nel caso di Guido Gozzano la vita e la letteratura dialogano l’una con l’altra.

Una cospicua parte della critica sembra essersi fatta un’idea ben precisa dell’uomo Gozzano, che non riguarda il crepuscolarismo della sua poesia ma la sua stessa personalità, questa sì decisamente pop, da vero uomo di spettacolo: nella sua accurata biografia, pubblicata ormai nel lontano 1983 per Rizzoli, Guido Gozzano. Vita breve di un rispettabile bugiardo,[1] Giorgio De Rienzo tratteggiava il ritratto di un giovane poeta incline alla menzogna e allo scherzo, un uomo che mentiva sempre: su fatti biografici; negli scambi epistolari; a proposito della sua poesia. Diceva bugie con eleganza e sicurezza, al punto che non è facile capire quando vi sia nelle sue parole anche un fondo di verità. Era un bugiardo “rispettabile”, che sapeva sempre quando era necessario tacere e adoperava le parole giuste in ogni situazione. Questa fortunata interpretazione è stata recentemente ripresa con successo da Ernesto Ferrero in un articolo uscito su la «Stampa».[2] Non tutti i critici la condividono, e in tempi recenti la critica, senza mai riuscire fino in fondo nell’intento, ha seguito la linea apologetica che vorrebbe assolvere Gozzano dall’essere un bugiardo. Henriette Martin ha descritto Gozzano come l’uomo sincero ben nascosto da una spessa patina di ironia che non permette di cogliere la sua genuinità: mente sapendo di mentire, ma le sue bugie hanno sempre una buona motivazione. È forse inutile tentare di scagionarlo del tutto da accuse che sono basate su sicuri dati biografici e sembrano quanto mai fondate. È necessario invece trovare un equilibrio tra la vita dell’uomo e la produzione del poeta, soprattutto dal momento che Gozzano è un autore fortemente autobiografico. È certo che nella quotidianità esagerasse fatti di poco conto, minimizzasse problemi di una certa gravità, omettesse informazioni importanti e inventasse storie mai accadute, soprattutto quando queste avevano a che fare con la propria poesia.

Per lungo tempo è stato incerto addirittura il luogo della sua nascita:[3] questo perché Gozzano sembra così legato al Canavese e a Aglié, dove ha trascorso la sua infanzia, che è stato facile cadere in errore,[4] anche da parte di grandi estimatori.[5]

I lettori lo conoscono come Guido, ma in casa e agli amici canavesani era noto come Gustavo, suo secondo nome.[6] Per diverso tempo si firmerà «Guido Gustavo Gozzano» -[7] nelle epistole famigliari rimarrà sempre tale - per poi passare alla comica sigla «gggozzano», con la quale si firma sui numeri del 14 e del 24 dicembre de «Il Campo», e infine al telegrafico «g.g.g.».[8] Finalmente deciderà di essere sincero e meno estroso almeno per quanto riguarda la propria firma e si chiamerà semplicemente con solo il suo primo nome.

Gozzano si fregia di un titolo che non ha mai ottenuto, malgrado gli anni passati iscritto all’Università di Giurisprudenza[9]: «Avvocato». Come “Avv.to” si atteggia con gli amici; con Amalia Guglielminetti[10] e persino con l’editore Streglio.[11] “Avvocato” si fa chiamare anche dai giornalisti: ben poco onesta è l’intervista rilasciata a Pietro Arcari nel dicembre 1911 per la rivista «Prisma». Il titolo dell’articolo è proprio L’avvocato Guido Gozzano,[12] senza ironia.[13] Come spesso accade, il fatto biografico alimenta la fantasia poetica: l’“Avvocato” si trasforma ben presto in un alter ego letterario. Ne Le due strade, l’Avvocato è il terzo silente spettatore del colloquio tra Graziella e la sua insegnante («Ah! Ti presento, aspetta, l’avvocato: un amico / caro di mio marito», vv. 15-16). Ne La signorina Felicita è il finto innamorato che corteggia Felicita («E l’avvocato è qui: che pensa a te», v.12). Come è stato sottolineato in precedenza, quando si parla di Gozzano, il confine tra vita e letteratura è assai labile: in una famosa prosa, Intossicazione, apparsa sul «Momento» il 17 marzo 1911, Gozzano ribadisce quanto già scritto in Torino d’altri tempi, ovvero che “non l’arte imita la vita, ma la vita l’arte”: pur essendo un chiaro retaggio di stampo d’annunziano e wildiano, questo concetto sarà fondamentale per la poetica gozzaniana.

Gozzano si presenta come educato, ma anche non timido, franco, diretto. Un borghese che ama la vita in società. Un giovane “pochissimo romantico”, come apparve anche a Montale, che, senza averlo ovviamente mai conosciuto, tratteggia una personalità dai contorni nitidi:


Un ragazzo signorile, dilettantesco, non timido e niente affatto introvertito; un poeta, in questo senso, pochissimo romantico e pochissimo «poeta». Un temperamento concreto, matter of fact, con tutte le buone qualità del borghese intellettuale di provincia.[14]


Montale coglie il cuore del poeta: non è un romantico, si finge tale. Lui stesso, nel verso conclusivo della Signorina Felicita, ammette che si tratta dell’ennesima bugia: «ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono / sentimentale giovane romantico…/ Quello che fingo d’essere e non sono!», vv. 431-434).

Un’altra caratteristica che nel tempo gli è stata affibbiata è quella, paradossale, del dandy e del seduttore. Da un lato è scontato che sia stata la sua stessa poesia a suggerire questa interpretazione biografica: le sue raccolte non solo sono piene di audaci descrizioni femminili, ma sono anche ricche di situazioni in cui “l’Avvocato” si trova a dover rifiutare o approfittare delle tante donne che gli gravitano attorno. Il profilo che trapela da molti testi è quello di un misogino e di un «egotista», una chiave di lettura della quale Calcaterra è almeno in parte colpevole: lui, che conosceva bene Gozzano essendo entrambi membri della cerchia di giovani che si riunivano alla Società di Cultura di Torino, parla delle scorribande notturne di Guido con l’amico Carlo Vallini, delle quali Gozzano si faceva vanto il giorno seguente con il gruppo di amici.[15] Il giovane e fragile Giulio Gianelli era quasi spaventato – racconta Calcaterra – dagli atteggiamenti «tra immorali e satanici»[16] di Gozzano. Anche dalle lettere giovanili agli amici, in particolare quelle a Ettore Colla e a Carlo Vallini, trapela l’immagine di un dandy e un seduttore, incline a frequentare donne di facili costumi. Un uomo che non ha paura del rifiuto, che non si tira indietro, che tenta per primo l’approccio al gentil sesso e che abbandona, senza rimorsi, le proprie amanti.

Fin dall’adolescenza, Gozzano ingigantisce le descrizioni dei suoi amori, che dalle sue parole appaiono così carnali e travolgenti. Nel 1901 racconta a Ettore di essersi «incapricciato» di una «piccina» che «gode di pessima salute».[17] Secondo De Rienzo «la confessione ha l’aria d’uno scherzo».[18] Che lo sia o meno, già in questa occasione Gozzano si pavoneggia di avere l’esclusiva nei confronti di gran parte dell’universo femminile: la piccola “malata” non ha mai sorriso a nessuno, tranne che a lui.[19]

In una lettera a Colla del 22 aprile 1901 parla di argomenti da lui stesso definiti «piccanti»: in quest’occasione di visita a Pinerolo, presso la famiglia Colla, Guido spiega a Ettore che la sua è un’indole libertina.[20]

Anche in età adulta, Gozzano non cambia il suo rapporto controverso con il sesso femminile: si ha notizia certa di una lunga relazione con una signora di Torino, Paolina, della quale Gozzano si sarebbe invaghito per la sua somiglianza con l’attrice Emma Gramatica. A lei è dedicata una deliziosa poesia de La via del rifugio, Un rimorso, nella quale Guido racconta il drammatico momento della fine della loro relazione. È, ovviamente, lui che lascia lei. Paolina, con la voce rotta dai singhiozzi, gli chiede disperatamente il perché di questo dolore. E Guido, ipocrita, si domanda se lui non abbia un animo profondamente cattivo.


O il tetro Palazzo Madama... la sera... la folla che imbruna... Rivedo la povera cosa,

la povera cosa che m’ama: la tanto simile ad una piccola attrice famosa.

Ricordo. Sul labbro contratto la voce a pena s’udì: «O Guido! Che cosa t’ho fatto di male per farmi così?»


II. Sperando che fosse deserto varcammo l’androne, ma sotto le arcate sostavano coppie

d'amanti... Fuggimmo all’aperto: le cadde il bel manicotto adorno di mammole doppie.

O noto profumo disfatto di mammole e di petit-gris... «Ma Guido che cosa t’ho fatto di male per farmi così?».


III.


Il tempo che vince non vinca la voce con che mi rimordi, o bionda povera cosa!

Nell’occhio azzurro pervinca, nel piccolo corpo ricordi la piccola attrice famosa...

Alzò la veletta. S’udì (o misera tanto nell’atto!) ancora: «Che male t’ho fatto, o Guido, per farmi così?».


IV.


Varcammo di tra le rotaie la Piazza Castello, nel viso sferzati dal gelo più vivo.

Passavano giovani gaie... Avevo un cattivo sorriso: eppure non sono cattivo,

non sono cattivo, se qui mi piange nel cuore disfatto la voce: «Che male t’ho fatto, o Guido per farmi così?».[21]

[1] La densa ricostruzione biografica a cura di Giorgio De Rienzo è sicuramente, ancora oggi, la più accurata. Il primo tentativo biografico, considerato dalla critica eccessivamente romanzato e superficiale, era stato quello di Walter Vaccari, La vita e i pallidi amori di Guido Gozzano, cit. [2] Cfr. Bruno Porcelli, Gozzano. Originalità e plagi, cit. [3] La Treccani e Il Dizionario universale della Letteratura contemporanea, (Milano, Mondadori, 1959), sostenevano fosse nato e morto a Aglié, quando invece è nato, il 19 dicembre 1883, al numero 2 di via Bertolotti, a Torino. [4] Così sostiene anche Pier Massimo Prosio quando scrive che Gozzano è volutamente ambiguo e che è necessaria una certa cautela quando si mettono in relazione i luoghi della vita con la poesia di un autore. Nel suo caso è facile prendere degli abbagli, come è stato anche nell’individuazione erronea del luogo della sua nascita. (Pier Massimo Prosio, Tra poesia e verità: ad Agliè sulle orme di Guido Gozzano, «Studi Piemontesi», XII, (1983), pp. 266-276. [5] Persino Alfonso Gatto, grande estimatore di Gozzano, specifica che Agliè è il suo luogo di nascita: «Qualche volta un lettore o una lettrice si ricorda dei poeti e delle case dei poeti. Ad averne poi due in un colpo solo votati alla stessa immagine ci sembra un miracolo. L’immagine è quella di Guido Gustavo Gozzano, un nome al quale la popolarità, sia pure relativa ai nostri tempi di distrazione e d’oblio, non ha tolto la discreta solitudine della provincia canavesana ov’egli è nato e vissuto». Alfonso Gatto, Agliè, nella rubrica La palla al balzo, «Giornale del Mattino», XII, 272, 15 novembre 1959, p. 2. [6] Gozzano è stato battezzato, nella parrocchia di Santa Barbara, a Torino, il 10 febbraio 1883, con il nome di Guido Davide Gustavo Riccardo. (Giorgio De Rienzo, Guido Gozzano. Breve vita di un rispettabile bugiardo, cit., p.14). Nel diario dell’amico Ettore Colla compare quasi sempre con il nome Gustavo, così come nelle lettere famigliari (cfr. Marziano Guglielminetti, Gustavo, Guido e Diodata Gozzano, in Guido Gozzano. I giorni, le opere. Atti del convegno nazionale di studi, Torino 26-28 ottobre 1963, cit., pp. 343-354.) [7] Cfr. una lettera inviata al Preside del Liceo classico pareggiato di Savigliano in data 3 novembre 1902, firmata «Guido Gustavo Gozzano», (Guido Gozzano, Tutte le poesie, cit., p. XLVI). [8] Cfr. quanto scrive Rocca «Quanto al proverbiale metamorfismo delle firme (inaugurato da un reticente «Guido Gustavo G.», in chiusura del primo testo edito, il florilegio in prosa Primavere, apparso nella «Gazzetta del Popolo della Domenica», 31 maggio 1903, p. 171, la prevalenza del binomio «Guido Gustavo» (minoritario il solo «Gustavo») sarebbe venuta meno, lasciando spazio alla firma poi consacrata dalla tradizione, a seguito dell’episodio, evocato dal Calcaterra e volto in aneddoto dal Vaccari, del motteggio subito alla Società di Cultura, la vigilia di Natale del 1905, da parte dell’amico Tommaso Mittino, pronto a farsi beffe delle sigle «g.g.g» e «gggozzano» poste a suggello delle recensioni ospitate da «Il Campo», rispettivamente il 14 maggio e il 24 dicembre di quell’anno (di qui la battuta «Ma chi è questo che firma con tre gozzi e un ano?», riferita da Walter Vaccari in La vita e i pallidi amori di Guido Gozzano, cit., p. 74; mentre di «argutezza audacissima» si era limitato a parlare Carlo Calcaterra nell’articolo Guido Gustavo Gozzano, «La Cultura», VIII, n.s. I, 2, febbraio 1929, pp. 85-97; poi ID., Con Guido Gozzano e altri poeti, Bologna, Zanichelli, 1944, pp. 11-28; in particolare, p. 96 e 26-27 del volume). Del tema si è poi specificamente occupata, con ampia esemplificazione, Silvana Ghiazza: Gozzano: l’autonominazione, in Onomastica nella letteratura e onomastica della letteratura. Atti del VI Convegno internazionale di Onomastica e Letteratura, Università di Pisa,17-18 febbraio 2000, a cura di Bruno Porcelli, Donatella Bremer, “il Nome nel testo”, II-III, 2000-2001, pp. 77-87». [9] Per Guido la mancata laurea resterà sempre un motivo di cruccio. A Vallini, il 29 luglio 1908, scrive che sta studiando Procedura Civile e che vuole liberarsi al più presto di tutti gli esami. «Caro Vallini, ti dedico una cartolina, perché non mi sento di fare di più! Perdonami; mi alzo or ora dall’ultimo pasto di Procedure Civili (1200 pag.) e sono svaporato addirittura…Sappi che voglio dare in autunno tutti i miei esami e la laurea: non mi rassegno a varcare l’Atlantico che sotto la specie di dottore in legge» (Guido Gozzano, Lettere a Carlo Vallini, cit., p., 65). [10] Nella prima lettera che Amalia scrive a Guido, quando ancora la confidenza per chiamarsi “amici” non c’è, il titolo usato è quello di «cortese Avvocato». (Guido Gozzano- Amalia Guglielminetti, Lettere d’amore, cit., p.9). [11] Scrive a Vallini chiedendo se Ferretini, impiegato di Streglio, si sia fatto domande sulla partenza improvvisa di Gozzano a causa della malattia: «E Ferretini che dice della fuga dell’avv.to?» Guido Gozzano, Lettere a Carlo Vallini, cit., p., 29. [12] Pietro Arcari, L’avvocato Guido Gozzano, «Il Prisma», dicembre 1911, pp. 72-75. [13] Cfr. Antonio Staüble, Appunti su Gozzano «gazzattiere», in Guido Gozzano. I giorni, le opere. Atti del convegno nazionale di studi, Torino 26-28 ottobre 1963, cit., pp. 355-366: nell’intervista a Pietro Arcari «Gozzano non lesina sulle frottole da rifilare al lettore: annuncia una terza edizione dei Colloqui, dà le Farfalle per compiute e spaccia per nuovo il sonetto L’inganno già uscito nella Via del rifugio. Comunque notiamo che rifiuta di essere chiamato poeta e esige il titolo di avvocato». [14] Eugenio Montale, Gozzano, dopo trent’anni, in Montale, Il secondo mestiere, prose I (1920-1979), Milano, Mondadori,1996, p.1264. [15] «Poi spesso allontanavasi con il fido Carlo Vallini per qualche avventura notturna della quale si faceva argomento di spasso salace il giorno nelle conversazioni del giorno seguente». Carlo Calcaterra, Con Guido Gozzano e altri poeti, Bologna, Zanichelli, 1944, p.1. [16] Ibidem. [17] Guido Gozzano, Lettere dell’adolescenza a Ettore Colla, cit., p. 91. [18] Giorgio De Rienzo, Guido Gozzano. Vita breve di un rispettabile bugiardo, cit., p., 23. [19] Guido Gozzano, Lettere dell’adolescenza a Ettore Colla, cit., p., 93. [20] «Carissimo Amico, Faccio questo sotterfugio agli occhi vigili di tue matèrne per qualche cosa di piccante. Accetto come già ti dissi, nell’ultima mia, con entusiasmo grandissimo il tuo invito. Mia madre non è ancora tornata da Milano e perciò non ho potuto chiederle il permesso, ma credo e spero sia favorevole. Io da qualche tempo trascorro giornate felici in questo ridestarsi di verde e di sole e stento a confessare a me stesso che sono felice d’essere al mondo…Il piccante viene adesso:tu mi dici che devo adattarmi a dormire all’albergo: anzi ciò forma un’attrattiva di più alla gita pinerolese. Io, sai, non amo dormire in un albergo sconosciuto…e se tu fossi stato buono di porre già sin da d’ora gli sguardi su qualch’uno che mi tenesse compagnia non so se mi spiego […]. Tu conosci i miei gusti, quindi disponi…per esempio quella Delfina od altra che tu sappia, purché più giovane possibile e non troppo indiscreta.» (Guido Gozzano, Lettere dell’adolescenza a Ettore Colla, cit., p., 103). [21] Tutte le poesie di Guido Gozzano sono citate dell’edizione critica di Andrea Rocca: Giudo Gozzano, Tutte le poesie, cit.



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