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  • Elena Santagata

Le Rubriche di Alma: Alma & Gozzano (I Appuntamento)

Breve profilo di Guido Gozzano


Guido Gozzano è ormai un classico. Non solo le sue due poesie più celebri, Le due strade e La signorina Felicita, sono presenti in quasi tutte le antologie scolastiche, ma è addirittura uno dei pochi poeti che fa la sua comparsa già nel sussidiario delle elementari, con alcune celebri filastrocche e ninna nanne per l’infanzia. Malgrado il suo nome sia noto quasi a chiunque, gli studi sulla vita e sulla produzione gozzaniana hanno oggi subito un drastico rallentamento, soprattutto se confrontati con la fortuna critica di altri poeti contemporanei. Non sono mancate, in passato, le edizioni commentate dei suoi due unici libri di poesia, La via di rifugio (1907) e i Colloqui (1911) – si ricordano quelle di Carlo Calcaterra e Alberto De Marchi (1948);[1] di Alberto De Marchi (1961)[2]; di Edoardo Sanguineti (1973);[3] di Bàrberi Squarotti (1977);[4] l’edizione critica a cura di Andrea Rocca (1980)[5]; quella commentata di Giusi Baldissone (1983);[6] quella di Elena Salibra (1993);[7] l’antologia di poesie e prose scelte di Luca Lenzini (1995)[8]; l’edizione dei soli Colloqui a cura di Marziano Guglielminetti e Mariarosa Masoero (2004)[9], e infine la recente edizione a cura di Alessandro Fo (2020)[10] – nonché alcuni studi settoriali di prose e versi.[11] Tuttavia si sente la mancanza di un aggiornamento complessivo del commento ai testi, un’esigenza già messa in luce da Rizzoli, se è vero che era stata avanzata dalla casa editrice la proposta di una nuova edizione commentata, aggiornata rispetto a quella già ben documentata a cura di Bàrberi Squarotti per la collana dei classici della BUR.

Per quanto concerne l’ambito degli studi critici di stampo monografico o biografico, il calo dell’interesse da parte degli studiosi nei confronti di Guido Gozzano è ancora più evidente: ci sono stati saggi di fondamentale importanza integralmente dedicati al poeta, come quelli di Edoardo Sanguineti[12]; Alvaro Valentini,[13] Bruno Porcelli[14]; Aurelio Benevento[15]; Marziano Guglielminetti[16]; Franco Contorbia[17]; Mariarosa Masoero[18]; Giuseppe Zaccaria[19]; Marina Paino[20]; Luciano Bossina[21], che si uniscono ai numerosi articoli, agli atti di alcuni importanti convegni in suo onore[22], ai diversi e rilevanti studi miscellanei che dedicano a Gozzano uno o più capitoli,[23] infine agli studi sulle prose indiane[24] e alle accurate edizioni delle lettere.[25]



Malgrado ciò, sembra necessario un nuovo studio integrale, più attuale, che approfondisca alcuni aspetti fondamentali della sua produzione, che sembrano non interessare il pubblico più specialistico, e allo stesso tempo riabiliti la sua immagine di uomo e di poeta, che oggi sembra quanto mai relegata ad alcuni stereotipi e a false interpretazioni. Senza contare i dati contenuti in alcune biografie, esaustive ma ormai datate[26]. Per esempio, ancora poco chiaro è il modo in cui la figura di Gozzano si collochi nel panorama intellettuale e artistico del suo tempo e discordanti sono stati i pareri dei critici a proposito della sua appartenenza o meno al filone crepuscolare. Senza contare il giudizio di chi ha visto in Gozzano il precursore della cultura pop e il massimo esponente primonovecentesco del kitsch: è vero che Gozzano è forse il poeta più caro alla tradizione popolare, ma alcuni giudizi sulla sua essenza pop si sono rivelati talvolta estremi e poco attendibili.

Quasi nulla si sa – se non tra gli affezionati al poeta – della sua personalità estroversa ed estrosa e forse ancora meno del suo istinto a “rubare” e “riscrivere” i versi altrui, un atteggiamento che è stato spesso analizzato in maniera superficiale. Infatti, dietro all’abitudine di Gozzano a “trafugare” i versi dei colleghi e collezionare tessere lessicali per costruire le sue poesie, c’è un panorama poetico e intellettuale incline di per sé a praticare il meccanismo della riscrittura e del rifacimento, a dimostrazione del fatto che l’“istinto predatorio” non è un’attitudine solo di Gozzano ma è il riflesso di uno spirito dei tempi in cui i poeti, pur sentendo la necessità di innovarsi, restano ancora legato inevitabilmente alla tradizione trado-ottocentesca.

Gozzano è dunque ancora oggi uno dei nostri poeti più amati, ma anche più negletti: il poeta da recita scolastica, da bigliettino d’auguri, così caro alla tradizione popolare e allo stesso tempo così poco considerato dai critici di poesia. Lo scopo di questo lavoro non è però solo di riabilitare la sua immagine, ma di fornire un’interpretazione della sua produzione in relazione al suo tempo e alla sua stessa vita, liberandolo da alcune catene che, ormai da anni, lo opprimono.

Anche nel caso di Guido Gozzano, come è avvenuto a Giovanni Pascoli e a Gabriele D’Annunzio, si è andato progressivamente delineando un certo profilo che oggi sembra immodificabile: Gozzano è il poeta delle «buone cose di pessimo /gusto», superficiale antiquato leggero, colui che ha cantato l’io dimesso e depresso del nuovo secolo, la vergogna d’essere poeta, l’inettitudine di chi si sente «il vero figlio del tempo suo», con «molta cultura» ma «scarso cervello», con «gusto in opere d’inchiostro» ma «scarsa morale». Si finge un inetto che suscita simpatia perché la sua penna è nata per raccontare storie frivole e disimpegnate, che fanno dimenticare i dispiaceri della vita: la vicenda della cocotte di Pegli, che bacia il bambino tra le sbarre della cancellata in ferro battuto; l’episodio genealogico che vede protagoniste la giovane nonna Speranza, adolescente nel 1840, e l’amica Carlotta Capenna, ritratte mentre suonano il piano, giocano a volano e discutono di avventure sentimentali con sullo sfondo l’antica villa degli zii; la storia della povera signorina Felicita, che attende qualcuno che la prenda in moglie, forse l’Avvocato così educato e bravo con le parole. Tutte queste storie sono vicende quotidiane e ordinarie, episodi di vita che accadono a tutti noi, tutti i giorni. Gozzano le racconta con parole semplici, versi lunghi e prosastici e un gran numero di gingilli quotidiani e superflui che fanno da sfondo alle sue ambientazioni preferite: salotti pacchiani; soffitte polverose; cucine e sale da pranzo.

È un poeta «capace di attingere a piene mani dalla quotidianità, inserendo nella poesia il dialetto, il dialogo e un acuto umorismo. Deciso a scendere dai cieli dell’empireo dannunziano per dare vita a quella che Ernesto Ferrero ha definito “un’operazione antiretorica che oggi chiameremmo “pop”».[27] Gozzano è insomma stato l’inventore del pop[28] italiano in poesia: il primo che, piegando a suo piacimento la metrica, ha riciclato vecchi temi, riammodernando con qualche “gioco di sillaba e di rima” argomenti ormai demodès.

In questo rubrica leggeremo e analizzeremo delle poesie di Gozzano, in modo da potere apprezzare a pieno tutte le complesse sfumature di un personaggio e di una poesia solo apparentemente facili. Iniziamo con la lettura della prima poesia della prima raccolta, La via del rifugio:



Trenta quaranta tutto il Mondo canta canta lo gallo risponde la gallina... 4 Socchiusi gli occhi, sto supino nel trifoglio e vedo un quatrifoglio che non raccoglierò. 8 Madama Colombina s’affaccia alla finestra con tre colombe in testa passan tre fanti... 12

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Belle come la bella vostra mammina, come il vostro caro nome, bimbe di mia sorella! 16 ...su tre cavalli bianchi: bianca la sella bianca la donzella bianco il palafreno... 20 Nel fare il giro a tondo estraggono le sorti. (I bei capelli corti come caschetto biondo 24 rifulgono nel sole). Estraggono a chi tocca la sorte, in filastrocca segnando le parole. 28 Socchiudo gli occhi, estranio ai casi della vita. Sento fra le mie dita la forma del mio cranio... 32 Ma, dunque, esisto! O strano! vive tra il Tutto e il Niente questa cosa vivente detta guidogozzano! 36 Resupino sull’erba (ho detto che non voglio raccorti, o quatrifoglio) non penso a che mi serba 40

la Vita. Oh la carezza dell’erba! Non agogno cha la virtù del sogno: l’inconsapevolezza. 44 Bimbe di mia sorella, e voi, senza sapere cantate al mio piacere la sua favola bella. 48 Sognare. Oh quella dolce Madama Colombina protesa alla finestra con tre colombe in testa! 52 Sognare. Oh quei tre fanti su tre cavalli bianchi: bianca la sella, bianca la donzella! 56 Chi fu l’anima sazia che tolse da un affresco o da un missale il fresco sogno di tanta grazia? 60 A quanti bimbi morti passò di bocca in bocca la bella filastrocca signora delle sorti? 64 Da trecent’anni, forse, da quattrocento e più si canta questo canto al gioco del cucù. 68

Socchiusi gli occhi, sto supino nel trifoglio e vedo un quatrifoglio che non raccoglierò. 72 L’aruspice mi segue con l’occhio d’una donna... Ancora si prosegue il canto che m’assonna. 76 Colomba colombina Madama non resiste, discende giù seguita da venti cameriste, 80 fior d’aglio e fior d’aliso, chi tocca e chi non tocca... La bella filastrocca si spezza d’improvviso. 84 «Una farfalla!» «Dài! Dài!» — Scendon pel sentiere le tre bimbe leggere come paggetti gai. 88 Una Vanessa Io nera come il carbone aleggia in larghe rote sul prato solatio, 92 ed ebra par che vada. Poi — ecco — si risolve e ratta sulla polvere si posa della strada. 96

Sandra, Simona, Pina silenziose a lato mettonsile in agguato lungh’essa la cortina. 100 Belle come la bella vostra mammina, come il vostro caro nome bimbe di mia sorella! 104 Or la Vanessa aperta indugia e abbassa l’ali volgendo le sue frali piccole antenne all’erta. 108 Ma prima la Simona avanza ed il cappello toglie ed il braccio snello protende e la persona. 112 Poi con pupille intente il colpo che non falla cala sulla farfalla rapidissimamente. 116 «Presa!» Ecco lo squillo della vittoria. «Aiuto! È tutta di velluto: oh datemi uno spillo!» 120 «Che non ti sfugga, zitta!» S’adempie la condanna terribile; s’affanna la vittima trafitta. 124

Bellissima. D’inchiostro l’ali, senza ritocchi, avvivate dagli occhi d’un favoloso mostro. 128 «Non vuol morire!» «Lesta! chè soffre ed ha rimorso! Trapassale la testa! Ripungila sul dorso!» 132 Non vuol morire! Oh strazio d’insetto! Oh mole immensa di dolore che addensa il Tempo nello Spazio! 136 A che destino ignoto si soffre? Va dispersa la lacrima che versa l’Umanità nel vuoto? 140 Colombina colombita Madama non resiste: discende giù seguita da venti cameriste... 144 Sognare! Il sogno allenta la mente che prosegue: s’adagia nelle tregue l’anima sonnolenta, 148 siccome quell’antico brahamino del Pattarsy che per racconsolarsi si fissa l’umbilìco. 152

Socchiudo gli occhi, estranio ai casi della vita; sento fra le mie dita la forma del mio cranio. 156 Verrà da se la cosa vera chiamata Morte: che giova ansimar forte per l’erta faticosa? 160 Trenta quaranta tutto il Mondo canta canta lo gallo canta la gallina... 164 La Vita? Un gioco affatto degno di vituperio, se si mantenga intatto un qualche desiderio. 168 Un desiderio? Sto supino nel trifoglio e vedo un quatrifoglio che non raccoglierò.

[1] Guido Gozzano, Opere, a cura di Carlo Calcaterra e Alberto De Marchi, Milano, Garzanti, 1948. [2] Id., Poesie e prose, a cura di Alberto De Marchi, Milano, Garzanti, 1961, [3] Id., Le poesie, a cura di Edoardo Sanguineti, Torino, Einaudi, 1973. [4] Id., Poesie, a cura di Giorgio Bàrberi Squarotti, Milano, Rizzoli, 1977. [5] Id., Tutte le poesie, a cura di Andrea Rocca, Milano, Mondadori, 1980. [6] Id., Opere, a cura di Giusi Baldissone, Torino, Utet, 1983. [7] Id., Tutte le poesie, a cura di Elena Salibra, Milano, Mursia, 1993. [8] Id., Poesie e prose, a cura di Luca Lenzini, Milano, Feltrinelli, 1995. [9] Id. I Colloqui, a cura di Marziano Guglielminetti e Mariarosa Masoero, Milano, Principato, 2004. [10]Id., I Colloqui e altre poesie, a cura di Alessandro Fo, Latiano, Interno Poesie, 2020. [11] Cfr. in particolare Guido Gozzano, La signorina Felicita ovvero la felicità, a cura di Edoardo Esposito, Milano, Il saggiatore, 1983. [12] Edoardo Sanguineti, Indagini e letture, Torino, Einaudi, 1966. [13] Alvaro Valentini, I piaceri di Gozzano, Roma, Argileto editori, 1978. [14] Bruno Porcelli, Gozzano. Originalità e plagi, Bologna, Patron editore, 1974. [15] Aurelio Benevento, Capitoli Gozzaniani. Critica ed esegesi, Azzate, Edizioni Otto/Novecento, 1991. [16] Marziano Guglielminetti, Introduzione a Gozzano, Bari, Laterza, 1993. [17] Franco Contorbia, Il sofista subalpino. Tra le carte di Guido Gozzano, Cuneo, L’arciere, 1980. [18] Mariarosa Masoero, Guido Gozzano. Libri e lettere, Firenze, Olschki, 2005. [19] Giuseppe Zaccaria, «Reduce dall’amore e dalla morte». Un Gozzano alle soglie del postmoderno, Novara, Interlinea, 2007. [20] Marina Paino, Signore e signorine di Guido Gozzano, Pisa, ETS, 2012. [21] Luciano Bossina, Lo scrittoio di Guido Gozzano. Da Omero a Nietzsche, Firenze, Olschki, 2017. [22] Cfr. Guido Gozzano. I giorni, le opere. Atti del convegno nazionale di studi, Torino 26-28 ottobre 1963, Firenze, Olshki, 1964; «L’immagine di me voglio che sia». Guido Gozzano canto anni dopo, a cura di Mariarosa Masoero, Torino, Edizioni dell’Orso, 2016; Un giorno è nato. Un giorno morirà. Fonti e ragioni dell’opera di Guido Gozzano, a cura di Marilena Ceccarelli e Brunilde Maffucci, Roma, Aracne, 2020. [23] In particolare, ricordo qui gli studi recenti di Valter Boggione, Contro la tentazione della nudità, in Poesia come citazione, in Poesia come citazione. Manzoni, Gozzano e dintorni, Torino, Edizioni dell’Orso, 2002, pp. 102-122, mentre tralascio alcuni interessanti contribuiti più datati, già indicati a suo tempo da Giorgio De Rienzo (Giorgio De Rienzo, Rassegna gozzaniana, «Lettere Italiane»,(1969), pp. 88-108). [24] Cfr. Guido Gozzano, Nell’oriente favoloso. Lettere dall’India, Napoli, Liguori, 2014; Guido Gozzano Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India, a cura di Roberto Carnero, Milano, Bompiani, 2008; Guido Gozzano esotico, Anzio, De Rubeis, 1996. [25] Cfr. il carteggio “Gozzano-Guglielminetti” (Guido Gozzano - Amalia Guglielminetti, Lettere d’amore, a cura di Franco Contorbia, Macerata, Quodlibet, 2019), quello “Gozzano-Vallini” (Guido Gozzano, Lettere a Carlo Vallini con altri inediti, a cura di Giorgio De Rienzo, Torino, Centro studi piemontesi, 1971) e quello tra Gozzano e Ettore Colla (Guido Gozzano, Lettere dell’adolescenza a Ettore Colla, a cura di Mariarosa Masoero, Torino, Edizioni dell’Orso, 1993). [26] Cfr. Wainer Vaccari, La vita e i pallidi amori di Guido Gozzano; Milano, Omnia, 1958; Giorgio De Rienzo, Guido Gozzano. Breve vita di un rispettabile bugiardo, Milano, Rizzoli, 1983; Henriette Martin, Guido Gozzano, Milano, Mursia, 1988; Lucio Lugnani, Gozzano, Firenze, La Nuova Italia, 1975. [27] Cfr. l’articolo di Ilaria Dotta, la quale riprende le parole di Ernesto Ferrero, e accosta Guido Gozzano, in maniera forse troppo audace, al “poeta” contemporaneo Guido Catalano: Ilaria Dotta, Guido Catalano spiega Guido Gozzano, «La Stampa», 2 agosto 2017, reperibile online al link https://www.lastampa.it/torino/2017/08/02/news/guido-catalano-spiega-guido-gozzano 1.34430044. [28] Ernesto Ferrero, Guido Gozzano, l’invenzione del pop, «La Stampa», 12 luglio 2016.

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