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  • Sara Serenelli

Le Rubriche di Alma: Alma & Pasolini (IV Appuntamento)

Aggiornamento: 21 nov

Ripensare (a) Pasolini: Pier Paolo Pasolini: 6 domande a giovani poeti


Il 2022 è l’anno nel quale si celebra il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini. A saperlo e a ricordarsene non sono solamente i frequentatori assidui della cultura e della letteratura: tante sono state le iniziative, tanti i volumi, altrettanti gli autori e le autrici che hanno dedicato spazio e attenzione a questa ricorrenza, così come numerose le mostre e gli eventi dedicati alle varie declinazioni artistiche che il poeta corsaro ha saputo flettere nel corso della sua esistenza (dal cinema al teatro, dalla poesia alla prosa, all’attività di critico e di giornalista). Le celebrazioni che accompagnano il centenario di figure particolarmente impattanti nel mondo della cultura in specie se intellettuali del mondo letterario, e Pasolini di certo è tra le personalità più rappresentative e discusse del secondo Novecento, corrono spesso il rischio di cadere in sterili e nostalgici sentimentalismi o di intonare canti di osanna. Lodi, talvolta, al punto stucchevoli da risultare nocive e da osteggiare un sincero e costruttivo dialogo attorno alle opere degli autori: si semplifica, si liquida, si lasciano in ombra gli angoli bui, si smette di fare critica. Prassi questa che rischia di sterilizzare il dibattito, di incancrenire le visioni e che permette il perpetuarsi di posizioni date come aprioristicamente vere sull’opera e la poetica di uno scrittore o di una scrittrice, non aggiungendo niente e non togliendo niente.



Altra cosa che congelarsi su idee e assiomi critici è trovare in un centennale il preteso e l’occasione di ripensare (al)l’opera e (al)l’autore, metterli al vaglio dei tempi, delle nuove sensibilità, di nuove consapevolezze, di altre categorie di pensiero. Altra cosa è il volume Pier Paolo Pasolini: 6 domande a giovani poeti, edito nel 2022 per la Delta 3 Edizioni all’interno della collana Aeclanum. Curato da Angelo Fàvaro e con una prefazione di Giulio Ferroni, questo lavoro sebbene pubblicato nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini con il patrocinio morale del Comitato Nazionale, non è di certo annoverabile nella schiera delle riverenze acritiche. Anzi, si tratta di un progetto editoriale interessantissimo, intelligentemente pensato e costruito secondo un’ottica di apertura e di confronto. Un complesso dialogo instaurato tra 18 poeti e poetesse (nati tra il 1983 e il 2001) e Pier Paolo Pasolini, ma anche con i lettori, sfidati e messi di fronte al poeta fondatore di «Officina» con la mediazione degli interventi dei giovani scrittori. Sei le domande rivolte a ciascun poeta chiamato all’incontro-scontro, grazie alle quali veniamo accompagnati alla riscoperta del Pasolini poeta, posto a diverse distanze e guardato da diverse angolazioni. I 18 autori difatti ci offrono una pluralità di Pasolini: affiorano diverse immagini del poeta che vanno palesandosi grazie alle diverse sensibilità, alle dissomiglianti posizioni, alle multiformi riflessioni e ai difformi impianti abbracciati dai poeti intervistati. Si legge e mentre leggiamo ci troviamo ora in accordo, ora in disaccordo, ora allineati ora in dissonanza con le varie prospettive proposte; in nessun caso tuttavia percepiamo venire meno l’autenticità del discorso. Seguiamo le analisi contenute nelle risposte e nel frattempo seminiamo nel pensiero, mutiamo, aggiungiamo o togliamo qualcosa alla nostra personale immagine di Pasolini. Diventiamo il diciannovesimo poeta e ci interroghiamo: «Qual è invece il nostro rapporto con Pasolini?», «Come lo abbiamo conosciuto noi?»,  «È per noi la sua poesia vuota scorza, mitica parvenza o abbiamo camminato sulle sue pagine per riempire il volume vuoto della scorza?». Se poi chi si appresta a leggere questo volume è uno che prende in mano la penna per scrivere, probabilmente si chiederà anche quale sia la lezione poetica appresa grazie fanciullo di Casarsa. Sul terreno di questo dibattito fruttuoso si stimola il ricorso a una critica schietta e genuina - ma non per questo meno valevole - per non rimanere incagliati prima ancora di andare al setaccio, chiusi, fermi, aggrappati a definizioni prese come buone. Si riflette, ad esempio, sul dogma del Pasolini poeta sempre e comunque, anche quando critico, anche quando regista, anche quando scrittore in prosa, o sull’assunto di un Pasolini poeta della contraddizione. Con questo non si intende dire che il volume miri a distruggere o scardinare ogni convinzione criticamente raggiunta sull’opera di Pasolini piuttosto, grazie ai suoi interlocutori, dirige l’attenzione e l’intenzione sulla discussione stessa, su una qualche possibile risemantizzazione, su una ridefinizione di confini. L’operazione in prima istanza sembrerebbe delle più semplici: 6 domande su Pasolini e la sua opera (l’ultima domanda coincide in realtà con la richiesta di dedicare una poesia al poeta corsaro e luterano in occasione del centenario) e 18 poeti contemporanei scelti dal curatore Fàvaro. La lettura ne rivela invece tutte le difficoltà e tutta la profondità. Pregevole di certo, tra gli altri elementi di valore di questo lavoro, è la volontà di sottolineare la contemporaneità della figura di Pasolini dando risonanza a voci giovani che la poesia la fanno e che se ne occupano a diverso titolo. Sono loro i protagonisti a fianco a Pasolini e alla sua opera, loro che ci suggeriscono il viatico, loro le voci che fanno da guida all’esplorazione susseguendosi in ordine anagraficamente crescente. Sono loro: Mattia Tarantino, Riccardo Delfino, Riccardo Canaletti, Gianluca Micheli, Daniele Sannipoli, Mariapia Crisafulli, Antonio Francesco Perozzi, Rudy Toffanetti, Giorgio Ghiotti, Michele Bordoni, Sacha Piersanti, Sonia Ziccardi, Federica Gullotta, Antonio Perrone, Eleonora Rimolo, Simone Burratti, Claudia Di Palma e Mara Sabia.



Ognuno di loro abita il proprio spazio poetico e quello del poeta luterano con libertà, originalità e autenticità: un percorso pasoliniano originale e inatteso. Percorso che, come suggerito da Ferroni nella prefazione al volume, ci spinge anche oltre Pasolini, fino a interrogarci su «l’inconcepibile destino futuro della poesia». Un lavoro questo, mi sembra di poter affermare, che detronizza Pasolini e lo riconsegna alla lettura vera, leale, soppesata di chi, come i giovani poeti interpellati, vive l’opera pasoliniana con quella «distanza», per dirla con le parole di Fàvaro, «che agevola per privilegio o disagio anagrafico una visione meno condizionata dalla cronache». Le risposte, sebbene diversissime tra loro, talvolta lontane e persino inconciliabili, evidenziano tutte una grande e seria assunzione di responsabilità nei confronti di Pier Paolo Pasolini: figura ingombrante con la quale prima o poi, soprattutto chi oggi scrive poesia, deve fare i conti. La natura e la sostanza degli interventi rimarcano quanto Pasolini sia e rimanga, anche quando lo diviene per contrasto o per antitesi, un interlocutore dal quale non si può scappare. E forse proprio qui sta una parte della contemporaneità del suo essere poeta: creare ancora dibattito, essere terreno di discussione, oggetto di scoperta, obiettivo di repulsione. Parla la sua poesia, e fa parlare da 100 anni senza darsi come totalmente intelligibile una volta e per tutte: abbiamo la necessità di leggerla ancora, la leggono i giovani con linfa nuova. Che sia per analogia o per contrasto Pasolini è un poeta al quale i giovani del libro non negano un incontro dialettico e da questo incontro-scontro si concima una fertile occasione per ripensare anche la propria poesia. Ciascuna risposta di ogni autore chiamato a questa dialettica sfida meriterebbe di essere a sua volta ripercorsa ed analizzata minuziosamente in virtù dello spessore che essa palesa, purtroppo in questa sede non è possibile farlo. Proveremo però a darne cenno, partendo dalle variegate e curiose narrazioni che riguardano i primi incontri dei 18 giovani con la poesia pasoliniana (risposta alla prima domanda). Un primo contatto spesso negoziato da familiari, professori, luoghi prima che dai libri.  E prima che la sua opera a rivelarsi è il mito di Pasolini con la sua fama: feticcio vuoto che negli anni verrà riempito di senso, di significato, di dedizione o di avversione. Curioso che il primo appuntamento si consumi sovente nelle sale cinematografiche con le pellicole pasoliniane il più delle volte sconvolgenti. A volte è un incontro senza tramiti, a guardarsi nudi: fatto notevole che si struttura lontano da logiche accademiche o occludenti. Il contatto con la poesia pasoliniana è tardo o successivo: ora lascia indifferenti, ora contraddetti, ora perplessi. A darci poi la misura della pervasività della poesia di Pasolini vengono le riflessioni dei 18 coautori riguardo alle lezioni permeate dalla figura e dalla poetica pasoliniana. Per Tarantino Pasolini offre lo spazio di un “tra”, che va trasformato, rimodellato, difeso, è la voce di un richiamo a prendere una posizione e a riconquistare con forza lo spazio politico del poetico, sottraendo al contempo il poetico al politico. Delfino invece non cede al credere a un Pasolini poeta sempre, ovunque e comunque: da lui apprende a tenere accesa con la poesia una battaglia culturale contro il potere, una battaglia che si vince ricorrendo alla complessità della parola. Canaletti riflette e ci fa riflettere sui grandi fraintendimenti che sulla poesia di Pasolini sono pesati e continuano a pesare, una poesia che agisce nel sotterraneo e davanti alla quale il poeta è inerme, attonito senza possibilità di difesa. Pasolini porta Micheli a riscoprire il “furlan”: la voce disperata di chi vuole essere udito e compreso nella sua altrettanto disperata fede alla vita, la voce non di un mentore ma di un compagno. Un fantasma, una figura che rischia di essere fraintesa e appiattita per Sannipoli: uno sguardo critico che pur riconoscendo a Pasolini un amore per la vita tout court, comprese le sue disperazioni, non apprezza completamente l’afflato di una poesia che tenta di inglobare tutto nei versi, rischiando di divenire impoetica. Crisafulli ravvisa in Pasolini la capacità di un uomo e di uno scrittore che sapeva ancora intuire e intendere le cose sacre e miracolose, con uno sguardo insieme polemico e poetico. Lezione umana oltre che poetica quella che desume Ghiotti che discerne in Pasolini un elemento simbolico che tutto regge e tutto tiene insieme. Questa la lezione: avere sempre il mondo innanzi agli occhi oltre che nel cuore e rimanere sé stessi pur amando cose molto lontane. Con il piglio dell’avversario rispettoso si pone Perozzi che di Pasolini apprezza lo sperimentalismo. Un Pasolini il suo maestro dell’apertura e della sfida ai mezzi stessi della produzione estetica. Impraticabile però l’anelato pasoliniano ritorno a una situazione precapitalistica che spingono Perozzi più vicino alla Neoavanguardia che tanto Pasolini aveva osteggiato. Un Pasolini parziale quello amato da Toffanetti che dal poeta corsaro desume un metodo critico importante: stare in equilibrio tra ciò che è fede e ciò che è scetticismo. La prima è una sensazione di fastidio per Bordoni che non sopporta di vedere lo sfaldarsi sulla pagina della terzina dantesca. Poi Pasolini lo incontra altrove, nelle fabbriche e lì comprende la lezione: ricongiungere grazie alla poesia il mistico dittico di anima e carne. È Pasolini stesso la lezione di Pasolini, afferma Piersanti, dal quale va appreso prontamente il non negoziabile desiderio di essere uno scrittore e un intellettuale presente alle vicende storico politiche della propria contemporaneità. Per Ziccardi la lezione più utile e duratura è la forza pasoliniana di continuare a vestire i propri panni, a difendere la propria integrità e identità anche quando qualcuno prova a sottrarcela. In parte è lo stesso per Gullotta che rimarca la costante e instancabile esposizione sociale e politica di Pasolini: uno che ha avuto il coraggio di raccontare le cose concretamente senza nascondersi. Perrone apprezza invece l’abilità di Pasolini di evidenziare l’attrito tra la lingua nazionale e i dialetti, e la volontà ferrea di opporsi con la scrittura a una realtà di meschinità e ipocrisie. A guardare la storia come un nettare conoscitivo impara Rimolo grazie a Pasolini: una scrittura che è come un ponte e che costruisce rapporti e dialoghi con la realtà, tra l’individuo e la società. Al poeta lascia anche il merito di aver dimostrato che la Neoavanguardia non è mero rigore filologico bensì va ragionata in termini di disgregazione assoluta. A rappresentare l’eredità di Pasolini sono il pensiero radicale e un insieme di categorie e terminologie con il quale interpretare il reale secondo Burratti, che percepisce la poesia del corsaro come lontana da sé sia per l’impianto narrativo che per il vitalismo esasperato. Di Palma scorge nell’opera di Pasolini invece qualcosa di sconvolgente, vitale anche quando ad oggetto vengono messi rifiuti e morte. La lezione è multipla: non aver paura di eccedere, animare i versi di passione, accogliere tutte le contraddizioni del mondo. Poeta totale è invece per Sabia: un Pasolini il suo che insegna a osservare, ascoltare e ascoltarsi, indagare, studiare, ricercare con sempre accesa una fame di vita e conoscenza. 

All’interno della Nota editoriale al volume Eleonora Rimolo, si chiede e ci chiede a un certo punto: «Pasolini è ancora leggibile? Può in qualche modo ispirare una suggestione, tracciare un varco, preparare una strada alternativa da percorrere?» Credo che la risposta a entrambe queste domande non possa che risultare affermativa, soprattutto arrivati in fondo alla lettura di questo contributo del tutto inedito nel panorama delle iniziative per il centenario del poeta, poiché anche laddove la sua poesia crea dissonanze o discrepanze di visioni e di pensiero l’opera di Pasolini continua a porsi come fertile terreno di dialogo, di discussione e di costruzione poetica. 

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