Facebook Cover Photo.png
  • Andrea Conti

Alma & Sanguineti (III Appuntamento)

Wirrwarr (1972): Sanguineti a Berlino


Chiuso il ciclo del Triperuno (1956-1964), Edoardo Sanguineti volgerà i suoi interessi di ricerca verso una poesia più comunicativa, meno sperimentale sul fronte linguistico e apparentemente pacificata dal punto di vista del soggetto lirico. Se, come abbiamo visto, la trilogia inaugurata da Laborintus nel 1956 aveva messo a tema proprio il raggiungimento di un’individualità non alienata, che si lasciasse il fango della Palus Putredinis neocapitalista alle spalle, Wirrwarr (Feltrinelli, 1972) prenderà le mosse da dove quel percorso si era interrotto. Precisamente, dalla dizione cristallina e oggettiva di Purgatorio de l’Inferno (1964), dal rinnovato contatto con il presente storico che quella raccolta implicava.

La seconda metà degli anni ’60 saranno un periodo di grande attività intellettuale per Sanguineti: al primo romanzo, Capriccio italiano, del 1963, farà seguito, nel 1966, l’ultrasperimentale Giuoco dell’oca. Nel 1965 vedrà la luce la raccolta di saggi Ideologia e linguaggio, pietra miliare della critica militante legata al Gruppo 63, mentre nel 1969, per Einaudi, uscirà l’imponente antologia Poesia italiana del Novecento. Inoltre, tra il 1963 e il 1969, il nome di Sanguineti sarà legato all’importante messa in scena dell’Orlando furioso a quattro mani con Luca Ronconi, nonché alle esperienze editoriali delle riviste «Marcatrè» e «Quindici». Sulla prima, il poeta di Laborintus curerà una rubrica letteraria fissa, lanciando notevoli autori esordienti come il siciliano Roberto Di Marco. Nonostante, com’è noto, la Neoavanguardia attraverserà una fase di crisi proprio sul finire degli anni ’60, è in questo periodo che Sanguineti diverrà un volto noto non soltanto presso il panorama culturale italiano, ma addirittura all’estero. E sarà infatti durante un soggiorno in Germania nel 1971, che la maggior parte delle poesie della nuova raccolta feltrinelliana verranno scritte.

In realtà, Wirrwarr sono due raccolte. Diviso in due sezioni stilisticamente molto diverse, T.A.T. e Reisebilder, questo libro è al contempo un commiato dai furori neoavanguardistici [1] e un salto definitivo nell’universo poetico a suo tempo prefigurato da Purgatorio de l’Inferno. Raccolta dunque bifronte, come bifronte è il soggetto poetico della sezione Reisebilder: intellettuale impegnato e padre di famiglia, poeta dalla crescente fama internazionale e individuo scomposto e frammentario, ossessionato dalla decadenza del proprio corpo e dalle immagini di sé che frattanto gli provengono sia dal mondo reale che da quello onirico.

La critica ha parlato, per questa seconda stagione sanguinetiana, di pseudo-diarismo o pseudo-biografismo, e non senza ragioni. Come abbiamo accennato, l’io poetico sembra qui pacificarsi e ritrovare una pienezza comunicativa perlopiù sconosciuta al precedente Triperuno: le interferenze plurilinguistiche si riducono a lievi intromissioni didascaliche del tedesco; l’io si rivolge direttamente a intellettuali e compagni di viaggio effettivamente frequentati da Sanguineti; le situazioni descritte sono effettivamente accadute e ricostruibili; lo sfondo delle azioni è una Berlino riportata minuziosamente sulla pagina [2]. Tuttavia, sarebbe incauto ridurre Reisebilder a una raccolta di poesie d’occasione, così come allinearla alla cosiddetta poetica del «piccolo fatto vero» che Sanguineti formalizzerà solo nel 1978, in una famosa poesia della raccolta Postkarten [3]. Incauto, in entrambi i casi, perché ciò sposterebbe l’accento sul motivo extraletterario alla base del singolo testo, oscurando la sottile costruzione allegorica che percorre Reisebilder nel suo complesso. È lo stesso Sanguineti, d’altronde, a dichiararlo: «In Reisebilder [Berlino] diventa proprio una città che per mesi occupa lo spazio e, come mi è accaduto di dire, in realtà diviene protagonista di un poema [...] riguardante il tema della Guerra Fredda» [4].

Unità tematica, dunque, e soprattutto unità poematica. La quale, certo, non andrà ricercata in un solido sviluppo narrativo. L’unico filo conduttore che tiene assieme la materia verbale della raccolta sono infatti gli spostamenti da un lato all’altro della città di Berlino, vero e proprio emblema della divisione, a loro volta riecheggiati dalle frantumazioni del soggetto lirico, siano esse intese in senso fisico, come fragilità e consunzione del corpo, o psicologico. Si veda, per esempio, la poesia numero 37, in cui l’io è còlto in una sorta di lacaniana fase dello specchio, mentre rivede se stesso, ridoppiato in tedesco, in una vecchia video-intervista: «mi sono specchiato spaventato / dentro una faccia che si agitava e viveva, nella moviola: e che si esprimeva, ancora: / e mi sono riconosciuto», per poi concludere: «tu che lo sai che sono io, Eins-und-doppelt» [5].

In questa breve citazione ritroviamo un po’ tutto il Sanguineti di Reisebilder, la corporeità evanescente e sempre sul filo della dissoluzione, l’ossessione per la presenza, la necessità di un «tu» che di quella presenza dia conferma. Non un caso, poi, che la formula in tedesco con cui la lirica si chiude significhi «uno e doppio». Uno e doppio il poeta, una e doppia la città, che in Reisebilder 38 viene infatti cantata maliziosamente così: «ma tu, piccolo muro, hai fatto di Berlino una città: / [...] troppa grazia, / accidenti, juter Jott: che di città, così, ne hai fatte due» [6].

Come si vede, l’unità poematica che il poeta stesso dichiara converge sul soggetto lirico, il cui corpo è reso vero e proprio filtro esperienziale. Non di un poema di grandi propositi civili, dunque, si tratta, quanto piuttosto di un affresco cittadino volutamente giocato su tonalità minori. Uscito dalla Palus, ritrovata la propria individualità storica, l’io sanguinetiano può ora, di quella Storia, ergersi a misura paradossale, farsi fragile metro allegorico. Farsi, in una parola, immagine politica.



Edoardo Sanguineti

10.

non è niente male, però, il calcolato sproposito di Breyten, con la sua cartolina

del 10, con la sua troupe delle comunicande con il velo bianco (“Paris 1900”, n.

38), ammucchiate nei due ripiani del tram a cavalli, con lo scambio

tra quelle defunte e “une mariée”: (la porteremo un’altra volta con noi,

siamo d’accordo):

forse gli ho parlato di quella mia risposta all’intervistatrice

giapponese (un ordinario questionario, con una dozzina di domande, quasi tutte

abbastanza assurde), quando ho scritto (il poeta che vi ha influenzato di più:

Baudelaire), a proposito dei pensieri (e dei motivi) dominanti: “my wife and my death”:

(e: la parola più bella: comunismo):

forse pensava a me come al “marito

d’acqua dolce” di Made in Holland, invece: un “marito

sotto vetro” da poema collettivo (elegia I, vv. 5-6):

questo

che sono io, qui, adesso, in questa terrazza chiusa di Berlino,

irrespirabile serra di un settimo piano, nel tramonto di una domenica

domestica (perduto un film di Ford alla TV), aspettando la visita

della dottoressa Beelke (una genovese sposata a un tedesco Manfred pittore):

un marito imbottigliato nel Cutty Sark, se ricordi: ma con una troppo debole rabbia

(me l’hanno detto già due donne, oggi):

con lo scheletro fatto di fiammiferi:




37.

mi sono affacciato impacciato, in un’umida sala d’angolo am Sandwerder,

piena zeppa di antologie, sopra la palude di un documentario televisivo: (sono bastati

così pochi anni, per prosciugarlo e svuotarlo): mi sono specchiato spaventato

dentro una faccia che si agitava e viveva, nella moviola: e che si esprimeva, ancora:

e mi sono riconosciuto:

(le mie parole hanno resistito a lungo, prima di affogare

nella voce del traduttore):

eri con me, quando decifravo quella leggenda

vegetale: puoi testimoniare per me, tu che lo sai che sono io, Eins-und-doppelt:




45.

il corpo morto, di un viola così cattivo, che io mi porto dietro con tanto sforzo,

dentro un tappezzato corridoio cieco: (dentro la lunga casa di corso Matteotti,

mi pare, ancora):

fasciato con stracci e con asciugamani bagnati

(complici, in qualche modo, i miei cognati, per questa deposizione assai apocrifa,

che interessa vasche di rame e di stagno): (e interessa agenti segreti,

magari, e simile marmaglia che mi sorveglia):

(e si è staccato

un mezzo piede, per terra, impacchettato e putrefatto, strada facendo,

in sogno: che è un grosso pezzo di grasso sapone grezzo, poi): (e non so più

dove nasconderlo, e come, se non mi aiuti anche tu): io te lo racconto adesso

che l’ho capito, appena, subito: (e puoi capirmi): questo è il mio corpo:





[1] La prima sezione, T.A.T., è un frutto tardivo dello stile “laborintico”. Per ragioni di spazio, si rimanda qui all’analisi di Giuseppe Carrara, Dentro e fuori l’avanguardia: T.A.T., in «Sinestesie», Ritratti di Sanguineti, numero speciale, a. XXI, 2021, pp. 73-86.

[2] Tanto minuziosamente che Erminio Risso è riuscito a ricostruire gli spostamenti del poeta tra parte Est e parte Ovest della città. Cfr. E. Risso, Berlino, sguardi incrociati: Sanguineti cittadino straniato, cittadino straniero, cittadino del mondo, in L. Weber (a cura di), Edoardo Sanguineti: ritratto in pubblico, Milano, Mimesis, 2016, pp. 45-62.

[3] Cfr. Postkarten, 49: «per preparare una poesia, si prende un “piccolo fatto vero” (possibilmente / fresco di giornata): / [...] / conviene curare / spazio e tempo: una data precisa, un luogo scrupolosamente definito, sono gli ingredienti / più desiderabili, nel caso: (item per i personaggi, da designarsi rispettando l’anagrafe: / da identificarsi mediante tratti obiettivamente riconoscibili)», in E. Sanguineti, Segnalibro. Poesie 1951-1981, Milano, Feltrinelli, 1982, p. 209.

[4] N. Lorenzini (a cura di), Di scrittura e altro, intervista del 3 dicembre 2009, in Ead., Sanguineti e il teatro della scrittura. La pratica del travestimento da Dante a Dürer, Milano, Franco Angeli, 2011, p. 130.

[5] E. Sanguineti, Reisebilder, 37, in Id., Segnalibro, cit., p. 141.

[6] Ivi, p. 142.


13 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti