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  • Sara Serenelli

«Il pensiero che scrivendo, vivo»: recensione a "Cosmoscopio" di Jonata Sabbioni

«Quando un pensiero ti domina», scriveva Thomas Mann all’interno del racconto Tonio Kröger «lo ritrovi espresso dappertutto, lo annusi perfino nel vento». Credo che questa affermazione dello scrittore premio Nobel possa valere anche per la pronuncia poetica di Cosmoscopio l’ultima raccolta di Jonata Sabbioni (Arcipelago itaca, 2020). Massimo Morasso, nella prefazione all’opera, parla infatti a ragione della «parola» come «sedimento esibito del rimuginio» in Sabbioni. Un rimuginare di pensieri, non certo sterile né fine a se stesso, che diventa suono e trasmigra sulla pagina e nei righi d’inchiostro mutando in poesia e in prosa poetica. Lo stesso Sabbioni ci suggerisce il viatico: nella Nota d’autore posta in chiusura, il poeta parla di Cosmoscopio come «l’esito di una ricognizione, come al risultato della volontà di indagare le diverse dimensioni della propria coscienza in forma di domanda o di memoria o di volontario spaesamento». Poesia come strumento di indagine dunque «di un oltre non palesato, assente». Versi attraverso i quali l’autore si chiede e implicitamente ci chiede «Quale silenzio stiamo riempiendo?». La poesia non è la risposta, la poesia è il medium. Nell’incedere di questo «pensiero poetico che pensa se stesso» si riconosce un profondo proposito conoscitivo: la volontà di sondare non solo il procedere disordinato e incostante del pensiero interiore ma anche e soprattutto il suo modo di sintonizzarsi o distorcersi a contatto con ciò che è altro. L’altro è il cosmo tutto, che Sabbioni abbraccia con totalità nella sua poesia: oggetti, persone, luoghi, sentimenti, memorie, esperienze entrano ed escono dalle stanze poetiche, che hanno porte sempre aperte, affacciate in una anticamera tonda, senza spigoli, dove il poeta, al centro, accoglie, pensa, studia e rimugina («L’universo […] lo contengo nel pensiero che è in me, di me misura immisurabile»).

Al contempo però l’altro e gli altri sono in un altrove, lontani «come dentro uno spazio cavo, una caverna remota». E quando il cosmo converte la sua alterità in estraneità Sabbioni chiude le porte, si allontana «parlando a se stesso, scendendo dentro un’altra realtà che è solo uno spazio interno, una singolarità tesa all’infinito». Una poesia che si vive sempre contemporaneamente e dolorosamente su due piani, uno interno e uno esterno, che si mescolano anziché separarsi e aumentano di senso perché compresi nella simultaneità in cui si danno poeticamente nella pagina e nel sentire del poeta. Un pensiero che si vivifica e si fa tangibile («Il tatto ci accosta alle cose. Nel contatto le cose diventano vicine, diventano cose») nel momento in cui si fa verso scritto. Il tempo in cui la raccolta si muove è quello di uno “ieri”: già passato tuttavia vivo e tuttora presente, già ricordo significativo ma memoria incompleta, pacificato perché ormai compiuto, inquieto perché non ancora assimilato, non perfettamente sondato. Lo spazio è quello della verticalità: un verticalismo “gotico” («Osservo tutto dentro una verticale»). Il poeta si pone dall’alto alle massime altezze e da lì si affaccia sul paesaggio cosmico e su quello interiore, non meno vasto. O ci parla da una interna fossa delle Marianne, da «un fondale / di luci pulsanti» non ancora completamente esplorati, inseguendo una poetica «traiettoria di un’accelerazione / abissale». Ma rimanere saldi, «rimanere verticali / mentre l’orizzonte pulsa» costa fatica. Un monologo interiore fatto di ombra e luce. Sorprende la ricorrenza lessicale della voce “luce” e del suo campo semantico; una luce che crea interferenza, che si dipana sulle cose, sulle esperienze, che si diffraziona, si irradia da dentro verso fuori e da fuori verso dentro, ma soprattutto crea interferenze. Una serie di presenze luminose che collidono però -o sono bilanciate- da un buio altrettanto profondamente diramato nel farsi del dettato della raccolta: «Divento una parte della luce che incurva la superficie dell’acqua, che sfugge all’orizzonte degli eventi. Divento, semplicemente, una parte del buio». Un Io di cui il poeta ci dona dei frammenti significativi, colti nel loro moto di allontanamento dal centro, mentre vanno alla deriva, parola quest’ultima che pure ricorre emblematicamente in alcuni passaggi della silloge («L’universo che si allontana trascina me nella sua deriva»). Un cosmo quello di Sabbioni che il poeta crea e cerca «nella ferita / della coscienza», un mondo poetico dai margini trasformi che muovendosi generano una faglia: la frattura dove ribolle la poesia.


Jonata Sabbioni nasce ad Amandola (FM) nel 1985 e vive ad Ancona. È ingegnere edile e architetto. In ambito poetico, ha esordito con il libro Al suo vero nome (L’Arcolaio, 2010 – introduzione di Filippo Davoli), cui hanno fatto seguito Riconoscenze (L’Arcolaio, 2015 – introduzione di Adelelmo Ruggieri) e, nel dicembre 2020, Cosmoscopio (Arcipelago Itaca edizioni, 2020 – introduzione di Massimo Morasso). Sue poesie sono incluse in antologie, riviste e pubblicazioni online. Redattore di «Nuova Ciminiera» e della Radio on web Radio Incredibile, ha fondato e diretto il periodico di cultura e attualità «lAforisma». Scrive di architettura, ambiente e città per vari spazi online di approfondimento culturale. È autore di recensioni e commenti critici sulla poesia contemporanea per alcune riviste online e si occupa di promuovere la poesia attraverso iniziative pubbliche e reading.

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