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  • Luca Gamberini

Nota di lettura a "Trucioli" di Matteo Rusconi

Una poesia futurista. Una poesia attualissima. Contemporanea. Vividissima e nitida nei suoi tratti tragici e insieme alienanti. Matteo Rusconi dipinge con disarmante normalità la quotidianità di un operaio in fabbrica nel XXI secolo. Ma non basta. Perché nell’oceano buio e doloroso di uno sfruttamento esacerbato da pratiche consolidate, si inserisce la poesia. L’unica e sola ancora di salvezza insieme all’amore, per Chiara, che appare come un lampo e con altrettanta rapidità sparisce dalla narrazione.

È una raccolta divisa in turni, non in sezioni. E già questo sarebbe sufficiente per intendere la forza espressiva che Rusconi vuole dare ai suoi testi. Per alcuni aspetti sembra di riassaporare un certo otto-novecento, appunto, Rusconi oscilla tra il futurismo marinettiano e un proto-palazzeschiano, Poesie prefabbricate / versi al carbonio / inox e cemento e cielo grigio / […] / produrreprodurreprodurreprodurreprodurre». Si potrebbe anche ravvisare una eco dannunziana nell’anaforico «Piove / sui cassonetti della differenziata / […] / Piove / sulla vita al minimo salariale».

Senza tuttavia soffermarsi troppo su presunti echi e stilemi, vale la pena approfondire la ragione per cui un poeta nel XXI decida di affrontare la questione lavorativa come se ancora fossimo in piena rivoluzione industriale. Per lunghi tratti sembra di rivedere il capolavoro di Gian Maria Volontè, La classe operaia va in paradiso.

Memorabile l’espressione «Un pezzo-un culo» che trasmette tutta l’alienazione tipica delle tute blu nell’Italia in pieno sviluppo industriale.

I toni con i quali Rusconi affronta la materia lavorativa sono tragici e radicali. Il capo viene dipinto, con perfetta sincronia orwelliana, come un “padrone-porco”, «[…] del porco in giacca e cravatta / sta seduto dietro alla scrivania / al fresco del suo ufficio».

Toni enfatici che mettono in luce la caratura poetica-operaia di Rusconi, noto proprio e anche per questa ambivalenza per certi versi impossibile – come l’evasione impossibile, di Sante Notarnicola – ma che di fatto struttura tutta la raccolta. Di fatto è la poesia a tenere in piedi l’operaio durante lo sforzo fisico. Se non fosse per la poesia non ci sarebbe alcuna possibilità di sopravvivenza, la poesia stessa lotta – in tutti i sensi – per arrivare a fine giornata e resta confinata negli spazi cosiddetti industriali: «[al]la poesia di Prévert nel mio armadietto».

Una poesia che però permette, all’autore-operaio, di non confondersi esso stesso, truciolo tra i trucioli: «[…] truciolo nero in un campo di neve». Perché lui si autodefinisce «e io sono un poeta operaio / un poeta del ferro / un poeta dell’acciaio».

La dimensione di sfruttamento viene declinata in tutte le sue forme e varianti. Le metafore che fanno di fatto prendere vita alla fabbrica, agli strumenti di lavoro, ai gas, ai solventi, etc… sono innumerevoli. L’operaio entra sconfitto nell’arena. È soltanto in attesa della fine turno. E nemmeno le pause caffè possono essere un sollievo tanto che anche la pausa-caffè viene normativizzata ed emblematico è l’ammonimento all’efficienza anche e delle pause. Una poesia che perde spesso i connotati poetici per diventare sfogo e manifesto, pugno chiuso e pugno ribelle, asprezza e disperazione da alienazione.

Tanto che le contestazioni interne non sono più neanche per le disumane condizioni di lavoro bensì «No si discute / per un cazzo di rigore non dato».

Sembra che tutto sia ormai oliato, ingranaggio perfetto. All’interno del quale il poeta non può che soccombere senza possibilità alcuna: «A sentire questo odore / mi vedo come un pezzo di insalata / tra i denti di un ingranaggio storto».

La poesia di Rusconi, per concludere questo commento, la si potrebbe definire solidamente ancorata all’attuale, al fattuale operaio e allo stesso tempo slegata dai vincoli imposti grazie alla stessa forza insita nel versificare. La poesia salva, e rende liberi. Rusconi ne dà piena testimonianza.


Matteo Rusconi nasce a Lodi nel 1979. Frequenta l’Istituto Tecnico Industriale “A.Volta” di Lodi e una volta diplomatosi inizia a lavorare nel settore metalmeccanico, venendo così a contatto con la realtà operaia. La sua prima pubblicazione è del 2017, Sigarette - Venti Poesie Per Smettere Domani (Ed. ilmilibro.it). Alcune sue poesie sono apparse in varie antologie, tra le quali NOvecento Non Più (2016. Ed. La Vita Felice) e La Nostra Classe Sepolta. Cronache Poetiche Dai Mondi Del Lavoro (2019, Pietre Vive Editore). Nel 2021 pubblica Trucioli per Aut Aut Edizioni.

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