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  • Valentina Demuro

Gli inediti di Riccardo Delfino

Quella di Delfino è una poesia di forti contrasti che muovendosi tra estremi dolci o ferali (si veda il verso ossimorico che conclude la prima delle poesie, «del niente che è la vita»), si colora sempre di tinte fosche. Viene adoperato costantemente un vocabolario della sofferenza (tagli, vene, sangue, agonia, sofferenza, dolore, niente, morte) che sembra accompagnare la vita in ogni momento, delle volte comprimendola («quanti lutti ho distillato animando / un oceano ch’era invece il morbo / dietro un rantolo in secca»), altre, invece, dialogando con essa. L’amore, ad esempio, non è negato o sopraffatto dalla morte, bensì è presenza ugualmente insistente, dalla forza uguale e contraria. È inevitabile rievocare l’antico binomio Eros e Tanatos: «e bastava guardati per farti / capire che ogni altra cosa per me / contava davvero meno che questo. / Tranne la morte, / e forse che stasera / sei bella da ammutolire».

La sensazione che si ha, però, non è quella del semplice utilizzo di un topos – anche – letterario, si percepisce qualcosa di più, si coglie l’esperienza di un dolore che è rimasto vivo ma è stato anche attraversato e, ora, si estende nel percorso dell’individuo, come un’ombra costante a cui si guarda con consapevolezza. Vi è tutta l’intenzione di entrare anche dentro le cose più spaventose per riconoscerle e riconoscersi, come un volto che si guarda allo specchio, come si vede in Lettera a mio figlio, «Le maschere sono fatte per gli uomini / incapaci di specchiarsi» (si ravvisano, forse, anche le lezioni di Nietzsche e di Otto?) o in questi versi dialogici così delicati: «“Vedi? / Finisco. Come puoi amare il finito? / Se mi oltrepassi tu perdi” / Ma poi coglievi le mie mani / disperse nell’aria, / e come a fare verso dicevi / “Vedi? Continui. Se navighi / intorno al tracciato poi torni” / E via a riportarmi sui miei fianchi / come per farmi capire che esisto».

Nei versi finali di Lettera a mio figlio «potrai mai perdonarmi / per averti donato / il diritto di soffrire?» si riprendere il concetto in modo ancora più intenso; la sofferenza è vista come dono, un’alta prova del vivere, atto doloroso che, però, porta alla conoscenza, è il Pathei Mathos, che ci insegnano i greci.

Non a caso, dopo aver letto gli inediti di Riccardo Delfino, d’un tratto, i versi di Amalia Guglielminetti in Avidità di vivere mi hanno attraversato la memoria e penso possano concludere, così, il senso di questo discorso:

«I beni e i mali / tentar bisogna. Vivere si deve / ama e combatti e odia e piangi e sali. / la vita è chiusa nel tuo pugno breve».




Balsamo nella gola, sgrondi via, in una vena consumata, mentre dietro la pelle accade l’essere a fatica, struggendosi tra le cose, piegandosi nella bocca, e cosi, soffrendo, si ripete l’agonia, cose che non tornano sommarsi all’asma cucita; coscienza avvilita del niente che è la vita.


*


Qualcosa di sangue scendeva tra le ciglia e le sature guance colme di tagli, e resti di qualche morso, e l’acqua ferrosa che li bruciava. Insinuarti nelle dolci pieghe della mia trincea, cercando di fare poco silenzio, di non coagulare, naufraga di troppo splendore. E dove, scivolando la mano, finiva la pelle, io poi gravavo col palmo nel freddo dell’aria e dicevo “Vedi? Finisco. Come puoi amare il finito? Se mi oltrepassi tu perdi”

Ma poi coglievi le mie mani disperse nell’aria, e come a fare verso dicevi “Vedi? Continui. Se navighi intorno al tracciato poi torni” E via a riportarmi sui miei fianchi come per farmi capire che esisto e che ogni altra cosa dovrebbe contare meno che questo.

E bastava guardarti per farti capire che ogni altra cosa per me contava davvero meno che questo.

Tranne la morte,

e forse che stasera sei bella da ammutolire.


*


Morire

Non ci sarà altro, dopo il debole sussulto del nostro cuore: Resteremo in un’ombra come germi di un bacio mai esteso ad amore.


*

Dunque il cuore è solo un muscolo: Quale nucleo fonde anima e nulla? Quanti lutti ho distillato animando un oceano ch’era invece il morbo dietro un rantolo in secca.


*

“Lettera a mio figlio”

Diffida del Dio che ossessiona, che esaspera le sfumature dei tramonti. Non indagarli, e godi degli affronti: non cercare impronte nella sabbia del cosmo, ma danzaci sopra con la disperazione di un neonato che ha scoperto il dolore. Diffida da chi sacralizza il silenzio: poiché scoprirai che è l’unico rumore capace di spiegarci. Allontana chi cercherà con certezza di dare un volto al nulla: le maschere son fatte per gli uomini incapaci di specchiarsi. A te basterà guardare un palmo o due occhi che ti amano, per allontanare il timore dell’insensatezza. Diffida da chi ti spronerà a soffrire, ciò che ci rende più forti ci rende anche più deboli. Piuttosto, cospargiti del dolore e graffialo, rigurgitalo, spronalo tu a lanciarsi altrove. Diffida da chi vorrà ammutolire la carne: ti accorgerai che gli incontri tra anime saranno sempre preceduti da quelli tra i corpi; Ché i primi dettagli che inizierai ad amare saranno sempre quelli di un viso imperfetto, e non quelli d’ombre inconsistenti: In quelle giaceranno già i morti. E infine, diffida da me, da chi ti ha gettato tra i frammenti di un cristallo che deteriora. La vita non conclude, neanche ora, ed io non potrò più riemergere dalla materia che dorme: abbiamo solo un tempo, una combinazione per donare i nostri atomi di amore informe.

Non agitarti, non nausear nelle mie parole: io son sempre stato qui, a guidarti tra i surrealismi di questi rintocchi, ma la mia carne adesso ammutisce nell’imperfezione dei tuoi splendidi occhi.

Potrai mai perdonarmi per averti donato il diritto di soffrire?


Riccardo Delfino nasce a Roma il 28 settembre 2000. Inizia a scrivere dai suoi undici anni. Nel 2012 vince il secondo posto al concorso "Leoni di ferro" e il primo premio al concorso Città di Casoria “Le parole dell’anima”. Studia filosofia all’università “La sapienza” di Roma.

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