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  • Emanuele Andrea Spano

Gli inediti di Guido Turco

Gli inediti di Guido Turco impongono al lettore fin da principio una rinuncia a quell’idea di poesia che si è consolidata nel secondo Novecento e che ancora oggi si conserva e si mantiene, nonostante le eversioni e i travisamenti cui è stata sottoposta la scrittura poetica negli anni. Penso a una certa quota di lirismo, che sopravvive in modi e misure diverse pure nella contemporaneità o all’opposto a una tendenza narrativa, a una prosasticità del dettato, sempre più imperante, o ancora a quella flessione verso il “realismo” che ha tentato di attenuare e azzerare le tante deformazioni retoriche, simboliche, visionarie che la poesia, per sua stessa natura, possedeva fin dall’origine.

Turco invece si è ricavato un suo spazio, resistendo alla tentazione di accogliere nella sua scrittura quegli elementi, sottraendosi ai canoni un po’ logori di certa contemporaneità, e tracciando un solco personalissimo in un terreno quasi del tutto inesplorato, almeno a queste latitudini, dai poeti d’oggi.

Ne sono una riprova questi inediti che testimoniano il lavoro condotto da Turco sulla parola, la genesi della sua scrittura che non muove dalla rappresentazione della realtà, né tantomeno dai meandri oscuri dell’ “io”, ma piuttosto che si origina da un serbatoio semantico e lessicale cui il poeta resta fedele nei suoi versi, svelando pian piano tutte le sottotracce, i significati nascosti, procedendo per analogie, per accostamenti secondo un movimento spontaneo, che sfugge a ogni logica comune di pensiero.

Così le patate del supermercato in cui affondiamo le mani ci portano e riportano sottoterra, alle radici, fanno riemergere qualcosa che sta al di sotto e perfino i cartoni dei gelati «con la brina mischiata» sembrano citazioni «delle […] tesi di laurea mai pubblicate» dal poeta. O ancora la scoperta dell’America, come recita il titolo dell’ultimo di questi testi, diviene il punto di partenza per un viaggio che non è solo scoperta dell’altro, di ciò che ci sta fuori, ma viaggio dentro se stessi, «diritto dove i sentimenti / fanno la muta», con la consapevolezza che per “scoprire” qualcosa spesso basta restare indifferenti, non attendersi niente perché nelle cose ci imbattiamo inaspettatamente, senza preavviso.

C’è qualcosa di freudiano nella scrittura di Turco, un procedere per nessi consequenziali, assecondando il fluire libero del pensiero, una sorta di monologo che proviene da dentro e che pure non è tarato dagli insulsi egocentrismi di tanta sedicente poesia contemporanea. Se l’infanzia è ancora in qualche modo il luogo salvo, tuttavia non occorre più parlarne, occorre liberarsi – e questa pare proprio una lucida dichiarazione di poetica – da quell’impellenza dell’io, da quella perversione del parlarsi addosso, del raccontarsi, anzitutto forse per non essere travolti da quella interiorità magmatica che “tutti” ci portiamo dietro.

Non è chiaro, e non lo è programmaticamente, il confine tra lo scavo interiore – in cui il dentro è anzitutto un serbatoio zeppo di significati da cui attingere – e la volontà di rifondare un linguaggio poetico che non segua più un moto lineare dall’interno all’esterno, che non sia più una semplice trascrizione delle cose e della nostra percezione delle cose, ma che possa mescolare e intrecciare tutti questi elementi in un codice nuovo, libero dalle costrizioni di quella tradizione che ci portiamo ostinatamente addosso.

Se è vero che, a leggere questi versi, si prova anzitutto un effetto di straniamento, è altrettanto vero che questa poesia, così intelligente e pacata pur nella sua forza anarchica ed eversiva, ci insegna ancora una volta una cosa importante: non conta tanto andare disperatamente alla ricerca del significato o dei significati, avere la presunzione e la pretesa di mettere insieme tutti i punti per arrivare a una sintesi, conta lasciarsi trascinare dentro questo sistema, lasciarsi accompagnare nell’universo affascinante e caustico costruito dalla lingua e dalla scrittura.


L'oppio adatto, se


A folate le palazzate

via via le ringhiere e l’insegna che s’accende

l’oppio adatto se solo sarà

se servirà il lontanissimo e insieme alle parabole

il cemento che si insinua.

Per perdersi

non bastano i vicoli, inanelli

gli spostamenti dell’aria quando ti sfiorano i bolidi.


Le mani nelle patate


Le mani dentro le patate

del supermercato sembrano patate

anche loro, qualcosa di terroso

che ha stretto altre mani, un bimbetto appena nato

quand’è nato.

Anche lo specchio del banco frigo

ci si mette a inventarsi bianchi diversi della barba,

i gelati algida con la brina mischiata

al cartone sembrano citazioni

delle mie tesi di laurea mai pubblicate,

finite sottoterra come le patate.

La regina dei cani (Living theatre)


La tipa si toglie il chiodo

il taglio punk al posto delle trecce

è una schifezza ma la stranezza

è che tutti la guardano

perché ha uno sbrego sulla canottiera che sembra

una cerniera

roba tipo azteca o la regina dei cani.

Si rimette il chiodo

e si vedono stampate un paio mani, come

i cavalli degli indiani.

Ha anche stancato


Ha anche stancato parlare di tutta quest’infanzia

come se ce l’avessero avuta tutti e non solo

io che me la ricordo tutta e che dopo

è stato un (mica tanto) via vai di giorni

e di notti (quasi sempre) senza scopo

o così poco che ci vuole impegno

a non sentirsi come uno di quei russi

(poeti) che credono a tutto, fanno l’amore come

la rivoluzione, arano i campi, mietono il grano

poi con la prima pistola si sparano e così la chiudiamo.


La scoperta dell'America


Ho fatto tutto da solo, l’America era a portata di mano

ho disatteso li consiglio degli esperti

puntando diritto dove i sentimenti

fanno la muta, mi sono ricordato dei dissidenti

di come morivano di noia e carcere duro

delle stelle da seguire dei saliscendi

mi sono ricordato delle caravelle, che basta

mostrarsi indifferenti

per scoprire e riscoprire i continenti.


Guido Turco ha pubblicato diverse raccolte di poesie tra cui Notariqon (Càriti, 1989) finalista al Premio Ceva, Le traduzioni dal mondo (Book Edizioni, 1993), 50 giri intorno al sole (Puntoacapo, 2012) menzione speciale al Premio Lorenzo Montano, Un’ultima cosa prima di partire (Marco Saya, 2019) vincitore della sezione Raccolta Inedita di Bologna in Lettere 2019, mentre opere che uniscono versi e immagine sono state oggetto di numerose esposizioni, tra cui La Thèorie des anges gardiens (Bordeaux, 2010), Dispersion et rassemblement (Bordeaux, 2012) e La nature des géomètries (Bordeaux, 2018). Poesie sono apparse su Vibrisse, Il Monte Analogo, Punto-almanacco di poesia, Critica Impura, e sul volume collettivo “Laboratorio in differita - vol. 1 2013-2015 – pareri di lettura sulla poesia emergente (a cura di Davide Castiglione)”. Nella primavera del 2021 alcune poesie appariranno nel volume 5° repertorio di poesia italiana contemporanea a cura di Arcipelago itaca Edizioni.

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