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  • Mario Saccomanno

Gli inediti di Fabio Barissano

Gli inediti di Fabio Barissano che vengono qui presentati trasudano degli umori della quotidianità. È come se nei versi dell’autore ogni veduta scientifica – per dirla coi termini cari al filosofo francese Maurice Merleau-Ponty – avesse l’impellente bisogno di tornare a quegli elementi primordiali, a una condizione antecedente la conoscenza. Da qui, la stessa esperienza che ne deriva, che confluisce nei componimenti, parla sempre, anche in modo inconsapevole, del raggiungimento di questa condizione susseguente e necessaria.

Così, nella poetica di Barissano, per afferrare un risultato che presenti una qualsivoglia natura, occorre avere esperienza compiuta delle cose, immergersi in esse, scovare gli archetipi tra il divenire. Questo bisogno di fondersi con gli elementi naturali si nota sin dalla prima parte di Temporale dove l’autore riferisce emblematicamente che «i passi /elevano» verso quel cielo «lontano», ricolmo di «tragiche tenerezza /d’uragani e porcellana».

Eppure, ridurre il tutto all’esperienza, che, in quanto tale, è pur sempre esperienza (e giudizio) del proprio vissuto, sarebbe l’errore più grave, sarebbe un mero resoconto cronachistico. Così, il cammino dell’io lirico si carica del bisogno stringente di connaturarsi e tingersi di un animo poetico che mira a cercare gli strappi d’infinito, i tasselli irrazionali, proprio in quegli angusti orizzonti a cui si è inevitabilmente relegati. Allora, dietro le numerose allusioni atmosferiche che contengono i versi si celano sempre sentimenti fin troppo umani che portano l’incedere inesorabile della nuova tempesta a mutarsi anche in una identificazione tra l’individuo e il tutto.

Ne consegue il diluvio che si abbatte furioso nella vita del poeta, essere demonico, costretto sempre a scrutare i tratti più sommessi del velo della fenomenicità e a diffondere i suoi risultati facendosi beffe del linguaggio comune a cui comunque deve sempre affidarsi.

Allo scorrere dinamico dell’esistenza, rappresentata da Barissano attraverso la tempesta (l’acqua), in conclusione, si oppone il sole (il fuoco), quasi punto empedocleo rappresentante una totalità percepita come un qualcosa di ormai raggiunto. Eppure, sta proprio nella certezza il bisogno di compiere quegli ulteriori passi di cui sempre si fa carico il poeta. Per questo, la visione conclusiva di un cielo che diventa «grondante d’oro e gloria» e che conduce fino al punto di sporgersi su «un panorama di Consolazione», è null’altro che una piccola tregua dinanzi a una sempiterna ciclicità «che chiede altra acqua», che chiede nuova comprensione.


TEMPORALE



I


La goccia

che cade

fa

specchi concentrici

sul capo

del passante.


I passi

elevano. La terra

è viola.

Immerge ogni cosa.


Il cielo, lontano, ha

tragiche tenerezze

d’uragani e porcellana.


II


Nel lampo che essudanti

in cielo abbaglia rose

trema d’un tuono

scheletro gigantesco.

In punta all’erba

a tempo di

vortice ruotano

minuti pianoforti.


Nel campo delle mele

sistema

il mal tempo le lastre radiografiche.


III


(Che splenda la speranza sempre aspetto)


IV


Il firmamento

è

obeso

d’acqua.


Aspetto.


Ma

ecco

a

un

tratto:

non viene l’oro mitragliato ovunque?



***


TU, CIELO



A pelo d’acqua elettrizzato posi

dentro la rena arreso, fra l’umbrìa;

che arsa vibra e bruna ai sassi salsi,

fu alla tua vita un fulmine il confine.



***


COME NUBE



Oltre il porto, sul mare, nella spessa

atmosfera, compressa

l’aria s’addensa e fa un guanciale pieno:

l’allontanano i venti del Tirreno.


Mai come l’aria

annuvolarsi

l’io non saprà nell’elemento immenso?

Nell’ora

che vince

il lento assopimento

viene Eolo il dio che lo dimora.


Se più annullarti, nube,

o in trionfo farti,

non so, e pure m’avrai abbandonato.


E, nube, non temo altro.


Solo mi scuora il tuo dissolvimento:

aspetto chi ti muova e ti dissolva.



***


IL DILUVIO



C’è il diluvio sul paese del poeta,

c’è il diluvio:


Volato è altrove coi suoi lumi intorno

di cristallo il sole, ed ora

ombra fine di rosa piega

ai grattacieli la linea delle fronti;


e se i terrazzi diventano galassie,

la città avverte il fastidio oscuro

del vespaio inchiodato dal bambino.


L’acqua impregna colline, tufo, luci, transatlantici.

Rossa e buia è l’aria

con minuscoli cuori voltaici d’un maltempo

che s’incupola velato di papaveri e giornali.


C’è il diluvio nella casa del poeta:

l’intonaco s’oscura,

e se vi batto il pugno, è il duro d’uno specchio,

o il vuoto immenso d’una cattedrale.


È il diluvio nella stanza del poeta,

su crocefissi azzurri di futuro,

e il vaso di cardi, all’angolo,

stende le verdi righe d’un’acqua dove vivere.


Il mio ritratto è grigio

con una luce d’erba di circo di droga,

un’esplosione nucleare dal collo agli zigomi

mi dà un sorriso di pelle enorme e buffa.


Ma corona la mia testa questo diluvio profondo

muraglia alterna di cicale e torri,

e sotto il primo raggio, sulla polvere del foglio,

dalle mie vene nasce di vetro una colomba.



***


FINALE


Una trombetta dopo il temporale

fa una canzone antica

e ancora un poco annacqua:

il cielo cambia in blu, con un finale

di festa cui fan l’altre trombe ombroso

suono che chiede altra acqua.


Sopra le case mute,

grida luce e altra luce

con mossi capillari di radici;

nei pascoli del cielo blu di dune

e ombra tube e altre tube

intonano da terra i caldi cantici.


Dai miei balconi d’aria

contro il cielo grondante d’oro e gloria

mi affaccio

a un panorama di Consolazione.


Fabio Barissano nasce a Napoli, dove vive e lavora. Ha conseguito la laurea in Filologia moderna presso l’università Federico II e l’abilitazione all’insegnamento delle materie letterarie nel 2015. Dal 2013 ha insegnato in diversi istituti scolastici e nel 2016 vince il concorso per l’insegnamento delle materie letterarie. Dal settembre 2017 è docente a tempo indeterminato presso la scuola media statale I.C. “Nicolini-Di Giacomo” in Napoli. Attualmente redige un blog sulla storia di Napoli: www.fabiobari.wordpress.com.

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