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  • Immagine del redattoreAlessandra Corbetta

"Sulla riva dei corpi e delle anime": omaggio alla poesia di Gabriele Galloni

Leggendo la poesia di Gabriele Galloni, raccolta quasi per intero nel libro Sulla riva dei corpi e delle anime, corredato da una prefazione di Alessandro Moscè e pubblicato da Crocetti Editore, si può notare la coesistenza di una cura, e di una struttura, metrica, con la prevalenza di un endecasillabo usato, però, in modo quasi naturale, senza pesantezze formali, e di una ricerca della chiarezza e della precisione dei significati. In altre parole, se si considera l'opera in versi del poeta deceduto nel 2020 all'età di venticinque anni, si ravvisa una coincidenza, o almeno un'armonia risolta e felice, tra forma e senso del verso, o del discorso.

E se l'attenzione ai particolari contribuisce a dare concretezza alle scene rappresentate, altri elementi collocano lo svolgersi del discorso poetico in una prospettiva assoluta e atemporale. Nelle poesie tornano ripetutamente l'idea della compresenza, caratterizzata tuttavia da un'incomunicabilità tra le due sfere e mostrata attraverso una tensione quasi medianica, del mondo dei vivi e di quello dei defunti, dei richiami all'esperienza del sonno e del sogno, la collocazione delle vicende all'interno di una sorta di estate simbolica e trascendente e un andamento del racconto in cui si sentono i suoni, o gli echi, pur controllati e depurati dal pericolo dell'enfasi e dell'idealizzazione, del mito e di leggende antiche.

Un tratto ricorrente nelle poesie di Galloni, a cui spesso fanno da sfondo i luoghi del litorale laziale, è, inoltre, una sorta di eccesso di luce, quasi come se l'autore, alla precisione dello sguardo, a quello che solitamente viene definito nitore della scrittura, volesse sostituire una sorta di fulgore, di lucentezza materica, della visione.



Sappiamo per esempio

senza dirlo che adesso Villa Sciarra

è di nuovo uno scatto

sovraesposto, un abbassare lo sguardo

per troppa luce, il conto

di questa estate e di quelle trascorse.


(da Slittamenti, Augh!, 2017)



È stato questo: svegliarsi da un sogno

e realizzarne attonito la luce.

I bambini, giù in strada, a fare il bagno


nelle pozzanghere come piscine.

Un sogno dell'estate; delle

stanze serene dove, perdonato


finalmente da te, assolvo le stelle.


(da L'estate del mondo, Marco Saya Edizioni, 2019, collana Sottotraccia diretta da Antonio Bux)



Le case bianche a perdita

d'occhio; le cancellate

arrugginite. A sfondo


di cartone, sfrondate

chiome di nubi simulano

l'estate del mondo.


(da L'estate del mondo)


Soprattutto in L'estate del mondo, dove la sua scrittura appare più evoluta e complessa, Galloni mostra uno sguardo assai originale sull'ambito delle relazioni e dei sentimenti. Gli incontri, i frammenti di relazione e i probabili momenti sentimentali che affiorano nei versi, di cui non viene indicata, o suggerita, la condizione occasionale e impermanente, né l'eventuale durata, sembrano essere segnati da una singolare e non superabile assenza di progetto, e forse proprio per questa ragione arrivano a essere ontologicamente puri, disincanti e pacificati, vale a dire, liberati alla radice dai vincoli e dalle distorsioni della cronologia e dell'illusione. Eppure, questa pace luminosa, anche se non gioiosa, a cui mancano sia la possibilità di un autoinganno sia un'ipotesi di futuro, e dove la conquista, l'azione più importante, è quella di dare alle cose, e ai viventi, nomi nuovi e, presumibilmente, più veri, per l'autore non è ancora tutto quello che ci attende. Ci sono versi, come questi contenuti in Slittamenti, la sua prima raccolta, che paiono quasi evocare, se non dichiarare, l'evenienza che la realtà che vediamo, ovvero quello che ci circonda, non sia che la simulazione, o la copia, di qualcosa di perfetto e ulteriore: “A sfondo/ di cartone, sfrondate/ chiome di nubi sumulano/ l'estate del mondo”. Il senso delle cose, la verità, l'assoluzione “da ogni corpo a corpo”, o la risoluzione di ogni attrito, sembra dirci la poesia ad alta definizione di Gabriele Galloni, sta altrove, forse in un tempo senza tempo, lontano dalle contingenze e dai limiti che ci capita di scontare.


Abbiamo superato Fiumicino

e tu hai fatto, ricordo, una battuta

su tutto ciò che era passato in questa

vita senza per noi lasciare traccia.


E poi hai indicato il fumo che saliva

dal mare. Tutte le strade erano bloccate

e noi già pensavamo ad altro; a quello

che tutti quanti pensano d'estate.


(da L'estate del mondo)


Eccoci finalmente all'ultimissima

riva del mondo; vi arriviamo nudi

via terra. Aspetteremo qui la fine

ora che niente abbiamo più alle spalle;

sarà la nostra vita come l'occhio

di un dio cieco – la vita come questo

mare che non sprofonda mai in abisso.


Soltanto c'è da definire i nomi

che nuovi diamo alle cose e ai viventi.

Perché di questo molto ci appartiene;

ci apparterrà per sempre. Dammi un nome –

fai sì che duri in questo e in altri eoni.

Un nome, io farò con te lo stesso.


Non costruiremo mai nessuna casa;

dormiremo tra impronta e impronta sulla

sabbia, lasciando che la pelle faccia

di sé insanabile ferita giorno

dopo giorno. E così via fino all'ultimo

ramo del tempo; fino al giorno in cui

concessa ci sarà un'assoluzione


definitiva da ogni corpo a corpo.


(da L'estate del mondo)


Gabriele Galloni è nato a Roma nel 1995, dove è morto nel 2020. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie: Slittamenti (con una nota di Antonio Veneziani, Augh Edizioni, Roma, 2017), In che luce cadranno (con una nota di Antonio Bux, RPlibri, San Giorgio del Sannio, 2018), Creatura breve (Edizioni Ensemble, Roma, 2018), L’estate del mondo (Marco Saya Edizioni, Milano, 2019) e una raccolta di racconti brevi: Sonno giapponese (Edizioni Italic Pequod, Ancona, 2019). Suoi testi sono apparsi su alcune riviste letterarie. Postume sono uscite le raccolte Bestiario dei giorni di festa (Ensemble, 2021) e La luna sulle case popolari (Chipiuneart Edizioni, 2021). Ha fondato e diretto Inverso, giornale di poesia.

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