• Diego Bertelli

Recensione ad "Abitare la parola. Poeti nati negli anni Novanta", a cura di E. Rimolo e G. Ibello

Abitare la parola, antologia poetica curata da Eleonora Rimolo e Giovanni Ibello per Ladolfi Editore nel 2019, è come sempre in questi casi un progetto ambizioso. E rischioso. E tale deve essere, quando si tenta una sistemazione del presente. La più delicata, per altro, perché riguarda la produzione in versi di poeti nati negli anni Novanta, come chiarisce il sottotitolo del volume.



Antologia significa ‘selezione di fiori’ e ci si aspetta quindi un bouquet della poesia — quello dei due curatori — che sia diverso dagli altri, che si giustifichi attraverso la sua composizione. Lasciando da parte la variabile del gusto, ciò che si nota in questo caso è l’aspirazione a un programma ideale: «La stella polare che ha orientato questo processo di selezione — scrive Ibello nella sua nota introduttiva intitolata proprio Stella polare — è lo slancio universale della parola poetica». In Abitare la parola non si va — come si è detto — oltre i trent’anni, che sono già un’età, senza pur esserlo, per rinvenire le tracce di tale slancio. Non è tanto una questione anagrafica, ma di esperienza, o meglio di esperienze, che è parola — presa al singolare o al plurale — difficile da definire in poesia. Abitare la parola elude in ogni caso una prospettiva critica forte, che definisca la selezione su criteri determinanti. Naturalmente l’intento di un’antologia non deve essere mai per forza uno né tanto meno questo, ma i curatori, ponendo le basi del loro lavoro, non hanno sentito la necessità di intervenire in tal senso. Anzi, l’operazione compiuta è andata nella direzione di uno spettro più ampio e di un atteggiamento inclusivo, conciliante: si parla, non a caso, di una «direzione collettiva di ascolto reciproco e di collaborazione attiva». Un’antologia per certi versi «social», ma non in senso deteriore. Si tratta dell’aspetto che la rende caso mai attuale. Resta il fatto che la proposta di un «progetto analitico — come lo definisce Rimolo — sulla generazione poetica nata a cavallo degli Anni Novanta» reagisce da subito con ciò che ne è rappresentativo, ossia quello «slancio poetico indirizzato verso una universalità del dettato che attualmente, come già provato da numerosi critici contemporanei, si sta pericolosamente appiattendo su se stesso, centrandosi esclusivamente e in modo nevrotico sul proprio “Io”». Manca infatti un chiarimento su cosa si intenda per «universalità del dettato» ma il senso non sembra essere positivo. Se la questione resta in sospeso nella premessa, qualcosa invece di più chiaro si ricava nella postfazione, assai articolata, di Giuliano Ladolfi, curatore vent’anni fa de L’opera comune. Quell’antologia, sulla quale getta inevitabilmente le basi Abitare la parola, faceva, due decenni prima, lo stesso di Rimolo e Ibello con i poeti trentenni di allora, quelli nati negli anni Settanta. In mezzo c’era anche La generazione entrante di Matteo Fantuzzi, un’altra esperienza antologica pubblicata da Ladolfi nel 2011, che andava nella direzione di «un puntuale raffronto» con L’opera comune. Va bene dunque il tempo, e anche lo spazio, che intercorre in questa progressione tra generazioni a confronto. Ma cosa è cambiato di fatto? Ne L’opera comune si diceva una cosa significativa, anche se quello era un lavoro diverso e altro fosse il contesto: «Qui nessuno si sente portavoce di una generazione che non c’è, che esiste solo nella misura in cui la si costruisce». In Rimolo e Ibello si fa invece riferimento a un’«esigenza generazionale» che va di pari passo con la necessità di evitare il poeta che si scrive addosso, quando il poeta, se non lo fa, è perché fa finta di fare altro. Il problema semmai è come i poeti si scrivono addosso, e qui possiamo senz’altro fare una riflessione, specie quando andiamo avanti a leggere la postazione di Ladolfi, che confrontando questa alle due antologie precedenti, si domanda: «Quali le cause di questo abbassamento sensibile di livello?». Non sto ad elencare le ragioni esposte, perché ritengo ragionevole sfogliare Abitare la parola e seguire il ragionamento che ci sta dietro. Il suo editore chiama in causa il rapporto tra «parola e realtà» e comincia dalla constatazione di una «generale regressione» riscontrabile nei poeti antologizzati — i quali valgono in quanto campione antologizzato rispetto ai coetanei esclusi — e attribuibile alla mancanza sia di filtro critico sia di conoscenza concreta della poesia contemporanea. È certamente significativo leggere anche constatazioni evidenziate in neretto da parte dello stesso editore: «l’iniziativa mira soprattutto a una funzione di aggregazione, di attenzione e di incoraggiamento, certamente non di consacrazione». È cosa certa che la consacrazione non compete al presente e qualsiasi poeta che abbia cercato di ottenerla in vita ha saputo mostrare anche il suo lato meno interessante, più risibile. Ma l’interrogativo resta, oggi, sulla necessità di un’aggregazione e di un incoraggiamento, su questa deriva ‘didattica’ che cozza enormemente con il senso profondo della poesia. Perché il problema sembra proprio quello di una poesia con la lettera maiuscola che curatori ed editore sostengono e di fronte alla quale i poeti nati negli anni Novanta capitolano. Di sicuro l’alto numero degli antologizzati — quasi quaranta — non ha a che fare con una pluralità di voci in campo né con gli indirizzi possibili di una «poesia del presente», ma piuttosto con una grande incertezza di fondo. Non credo che Rimolo e Ibello non se ne siano resi conto, tutt’altro; è solo sulla base di tale consapevolezza che si spiega il linguaggio dei loro interventi di apertura all’antologia. Se nessuno mi toglierà mai dalla mente che le antologie sono utili e trascurabili, importanti e incomplete, necessarie e superflue, che sono insomma, come i fiori recisi se la poesia è un’opera di bene, Abitare la parola ha il merito di essere tutto questo in modo ancora più esplicito di altre imprese simili di questi anni, e di fornire un ulteriore, relativo termine di paragone.


Eleonora Rimolo (Salerno, 1991) è Dottore di Ricerca in Studi Letterari presso l’Università di Salerno. Ha pubblicato il romanzo epistolare Amare le parole (Lite Editions, 2013) e le raccolte poetiche Dell’assenza e della presenza (Matisklo, 2013), La resa dei giorni (Alter Ego, 2015 – Premio Giovani Europa in Versi), Temeraria gioia (Ladolfi, 2017 – Premio Pascoli “L’ora di Barga”, Premio Civetta di Minerva, Finalista Premio Fiumicino, Finalista Premio Fogazzaro) e La terra originale (pordenonelegge – Lietocolle, 2018 – Premio Achille Marazza, Premio “I poeti di vent'anni. Premio Pordenonelegge Poesia”, Premio Minturnae, Finalista Premio Fogazzaro, Finalista Premio Bologna In Lettere, Premio Speciale della Giuria “Tra Secchia e Panaro”, Segnalazione Premio “Under35 Terre di Castelli”). Suoi inediti sono stati pubblicati su “Gradiva”, “Atelier”, “Poetarumsilva”, “Poesiadelnostrotempo”, “Poesia2punto0” “Perigeion” e tradotti in diverse lingue (spagnolo, arabo, russo, francese, inglese, portoghese, macedone, rumeno). Con alcuni inediti ha vinto il Primo Premio “Ossi di seppia” (Taggia, 2017) e il Primo Premio Poesia “Città di Conza” (Conza, 2018). È Direttore per la sezione online della rivista Atelier .



Ph. Dino Ignani

Giovanni Ibello (Napoli, 1989) vive e lavora tra Napoli e Lucca come avvocato. Nel 2017 pubblica il suo primo libro, Turbative Siderali (Terra d’Ulivi edizioni, con una postfazione di Francesco Tomada). Il lavoro vince come "Opera prima" il Premio internazionale di letteratura Città di Como e il Premio dell'Osservatorio letterario permanente della Fondazione Lermontov. Il libro è stato recensito sulle principali riviste letterarie e lit-blog italiani. È redattore della rivista «Atelier» (sezione online) e collabora con il blog di poesia della Rai di Luigia Sorrentino. I suoi versi sono stati tradotti in sei lingue tra riviste, blog e volumi antologici di poeti italiani all’estero. Nel 2018 vince il Premio Poesia Città di Fiumicino per la sezione “Opera inedita” con il poemetto Dialoghi con Amin. Il poemetto è stato poi tradotto e pubblicato in Russia nella collana “Contemporary italian poetry” diretta dal critico Paolo Galvagni per l’editore Igor Ulangin.



Di seguito, tra i numerosi autori e testi proposti all'interno dell'antologia, presentiamo una piccola selezione curata da Diego Bertelli e Alessandra Corbetta.


La fermata di Rimini a metà nel tragitto andato

trascorso in silenzio, accanto all’uomo che dorme.

Arrivare è questione di ore, di ora. E forse

è più che un andare dove si era cresciuti,

addensati nel mistero di una camera nascosta

al giorno, nel dettato inumano di un altro essere umano

così simile a te, così distante.

Da Sponde (Arcipelago Itaca edizioni, 2019), di Riccardo Canaletti.


L’insegna scolorita fujifilm

dall’interno della vetrina

affacciata sull’incrocio anonimo

sembra confidarti:

qui il moderno

è invecchiato troppo presto –

aveva un sogno grigio-rosa

troppo forte per esplodere


come una sola bubblegum.

Da Shibuya Crossing (Interno Poesia, 2019), di Damiana De Gennaro.


L'aritmetica della pazzia

Prendete una villetta con giardino, un cane, una famiglia,

parenti affettuosi, amici numerosi, vacanze al mare. Prendete

[un padre buono

e una madre accondiscendente. Togliete la villetta con

[giardino e mettete una stanza allagata

e scrostata.

Togliete il cane e mettete un vibratore.

Togliete la famiglia e mettete una badante rumena che non

lava i piatti, un padre disagiato,

una madre depressa.

Togliete i parenti affettuosi e mettete datori di lavoro

esigenti.

Togliete gli amici numerosi e mettete solitudine.

Prendete un uomo che vi completa.


Ed ora toglietelo.

Da La camiceria brillante dei miei anni (Marco Saya, 2016), di Simona De Salvo.


La misura del canto

Partire da un’immagine. Sapere

che nulla capovolgerebbe il nastro, che domani

altri occupanti abuseranno del dormiveglia,

delle meditazioni dentro i treni. L’immagine resiste.

L’illusione di ricostruire un corpo, una disposizione di

oggetti,

un umore di pioggia, il lascito di una telefonata.

Un nucleo a malapena si conserva:

un codice di segni universali, una radice.

Accorgersi del mondo, del suo scorrere.

Un inedito di Emanuele Franceschetti.


Persino noi siamo caduti

su banchine affollate, nella trappola

di un altro corpo umano – siamo stati

vivi persino noi – per distrazione

o troppo amore: vinte le scommesse,

facendo il voto delle labbra –

quasi

astretti viso a viso in una stella

noi lottavamo – ma era quello il giorno,

quella la terra vera dell’umano

per illuderci al mondo, trasmigrare.

Da Vangelo elementare (Raffaelli, 2015), di Gianluca Furnari.


Potrei avere il doppio dei tuoi anni

e valigie di ricordi felici

se solo tu mi portassi in giro

con una cordicella

come un giocattolo di quelli a paperella

con le ruote e io

ti guardassi le spalle

mentre si fanno larghe

come due aquiloni e tremassi

temendo di te solo la mano

quella dalle vene azzurrine

ché non molli la presa.

Da La città che ti abita (Empirìa, 2017), di Giorgio Ghiotti.


nostro padre somatizza in noi la sua rovina

come prolungamenti dei suoi arti

manifestiamo disturbi che non ci riguardano


io mastico la notte i suoi fallimenti

frantumo nervi denti e affanni

tengo stretto

Un inedito di Gaia Ginevra Giorgi


Tutte le madri iniziano presto

Tutte le madri iniziano presto

a spaventare i loro bambini, mostrando

bellezze dal precipizio e distraendo

le viole, e hanno strani modi per favorire

scomposte visioni di colore.


E tutti i bambini, presto,

iniziano ad annodarsi il collo,

a indossare scarpe slegate,

a contare le aurore imminenti.

Da La bestia viziata (Lietocolle, 2016), di Federica Gullotta.


A Carlo

Un papà in coma è una cosa intima:

si racconta a nessuno che una vena profondissima

può scoppiare all’improvviso mentre aspetti il tram

e che tossire – poi tossire – non significa esserci.

È una cosa intima come venire dentro tua moglie

e sperare che non sia mai la volta buona


come guardarsi allo specchio e contarsi gli occhi.

Un inedito di Naike Agata La Biunda.


Su di te io tremo

Come la foglia

Che il ramo non seppe

Di avere.

Da Niente (Giuliano Ladolfi, 2018), di Giulio Paci.


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