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  • Immagine del redattoreAlessandra Corbetta

Nota di lettura a "W.W. (ovvero Dama meravigliosa) di Henry Ariemma

Nella postfazione alla raccolta di Henry Ariemma, W.W. (ovvero Dama meravigliosa) edita da Kolibris edizioni, Plinio Perilli definisce l’autore come moderno elegiaco.

«In tempi frettolosi e digitali – oltretutto pandemici, drammatici e imperiosi – di diniego all’elegia, di dissidio con l’elegia – arriva ora questa balda, ispirata e ipersensibile memoria in progress di Henry Ariemma, a riconsacrarla, onorarla nello spartito e nell’ordito di un poemetto amoroso […] nostalgico rito ma anche ondeggiante, sommossa Recherche di un Tempo Perduto, e infine Ritrovato, col suo giovane, trafelato ma impavido affanno».

W.W. ovvero Dama meravigliosa è un libro breve ma denso, di quelli che colpiscono alla prima lettura. Ariemma, “moderno” elegiaco, riesce a non rinunciare alla possibilità del ‘cantare’ l’amore, o ciò che ne resta, ma lo fonde tra cosmo e linguaggio, tra eredità storica e cronache esistenziali. L’io poetico si fonde con la propria odissea emotiva, si erge a cantore del proprio amore non ricambiato, calandosi nella fitta trama della costruzione del discorso amoroso.

Una dichiarazione d’amore a tutto tondo che non rende l’oggetto desiderato il fulcro di una moderna sindrome di Pigmalione, ma ne esalta il suo essere Musa e insieme donna, ritraendo i due amanti in frame quotidiani e spesso in movimento. […] Un giorno dici: / “con te mi sento sicura, /non ho paura a camminare con te” ... /– E per quale amore o non amore? –/Un altro dici: “che non sono tutti come me, /che ai più manca coraggio /a parlare apertamente, /ad essere...” […] (p.22)

Quello di Ariemma è un approdo dell’Io al rispecchiamento d’ogni altro da sé, a cominciare dalla dedizione per chi interpreta il ruolo di Musa. W.W. è ogni sua (o egualmente nostra) Musa Inquietante, profondamente umana: E fino al giorno/che tu scuota e dica: / “non sono così santa/come credi, ho deciso sette /aborti... Dei tanti liberi amori /ho raschiato colpe dal profondo /mio corpo...” […] (p.40)

Non siamo davanti a una poesia nuova. Al contrario, sembra che molti stilemi e formule siano recuperate (quella del cavaliere su tutte); messe sotto una campana di vetro come per proteggere la gentilezza di sguardo, le formule di un gioco andato perso. Ed erano gli occhi tuoi/quelli parlanti e dell’amica /interessati, il giusto gioco/ a perdere tutto. (p.12)

Se la poesia contemporanea spesso guarda con sospetto a questo tipo di confessione, ad impennate amorose di pieno lirismo, qui il significato arriva a sublimarsi in un denudante punto di arrivo consacrato all’amore.

La cesellatura è evidente: l’agilità del verso poggia in modo efficace sull’alternarsi di novenario e settenario, con un gioco di rimandi a una tradizione elegiaca e di cui, però, si cerca di salvare la possibilità di un reale contatto con l’altro. Anche in mezzo ai rumori della contemporaneità, alle distrazioni continue, ai continui lapsus sentimentali: Andiamo a villa Torlonia, dici/ vicina ai nostri studi e nel camminare/senti le ambulanze d’un incidente /stradale vicino l’ospedale e chiedi:/ “ma cosa è successo?” e fai/per fermarti e ti dico non ci interessa/a dimostrare che non volevo nulla/frapporsi tra noi, pensando: voglio /sbranarti a baci e pensi ad altro?... (p.31)



Quel sì era grande come un mare

aspettando gesti tangibili.

E se ti chiedo andiamo alla villa

vicina e vieni, è tangibile?

Direi come il mare, tranne se

si aspetta mare dal faro.

Andiamo a villa Torlonia, dici

vicina ai nostri studi e nel camminare

senti le ambulanze d’un incidente

stradale vicino l’ospedale e chiedi:

“ma cosa è successo?” e fai

per fermarti e ti dico non ci interessa

a dimostrare che non volevo nulla

frapporsi tra noi, pensando: voglio

sbranarti a baci e pensi ad altro?...

Quel gesto tangibile aspettavamo

tonti al parlare, quando ero io

gesto a far diventare paradiso

i giardini legati alla tua bellezza

perché la fonte rispettavo codice:

dammi il segno tuo

come tua amica la mano...


I


Con un vento sempre lieve

accompagnava un presente sole:

si era come sul mare sopra

le rocce in quelle montagne

bianche scolpite tutte

a respirare esalati d’erbe

tagliate al profumo di fiori

e tu a leggere sulle scale

come sopra ai dieci elefanti

d’avorio per salire e chiederti

– beffardo destino – chissà cosa

che non ricordo più, e hai detto:

“hai il pranzo con te, allora siediti”.


IV


Ma sei stata tu l’amazzone

scintillante d’aquila al bordo

dei seni primo amore

avvicinando di stelle vestiti

rosso fiore al celeste degli occhi:

ogni movenza in fascino e forza

è salto d’onda al bruno dei capelli,

ballo al sorriso nel laccio che avvinghia

l’aspettare il tirare d’avvicinare a te

per verità d’amore a cui non sei pronta…

E fino al giorno

che tu scuota e dica:

“non sono così santa

come credi, ho deciso sette

aborti... Dei tanti liberi amori

ho raschiato colpe dal profondo

mio corpo...”

– Quindi un figlio non nato

è la colpa del tuo amore?...

“dai, non fare come mia madre,

a ogni uomo che vedo mi chiede

se voglio fare un altro figlio...”


Henry Ariemma è nato a Los Angeles nel 1971 e vive a Roma. Suoi componimenti sono apparsi su riviste e litblog specializzati. Per Ladolfi pubblicato le raccolte di poesie Aruspice nelle viscere (2016) e Arimane (2017). Con Un gallone di kerosene è risultato finalista (2020) al Premio Int. Gradiva, Anterem, Carver.

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