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  • Giuseppe Cavaleri

Le Contaminazioni di Alma: "Il tempo della luce" di Massimo Della Valle

«e quando miro / Quegli ancor più senz’alcun fin remoti / Nodi quasi di stelle, Ch’a noi paion qual nebbia / […] Che sembri allora, o prole dell’uomo?»

Tra i poeti che più di ogni altri hanno interrogato quello che stava sopra, nel tentativo di dare risposte a quello che stava sotto, Leopardi è probabilmente il più famoso. Sia nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia che in quel testo così estremo e lapidario che è La ginestra, da cui la citazione sopra, la volta celeste è entrata nei pensieri e nei versi del poeta recanatese.

Il saggio dell’astrofisico Massimo Della Valle Il tempo della luce, edito nel 2022 dalla Morellini all’interno della collana Improvvisazioni dedicata alle intersezioni tra poesia, altre forme creative e scienza, porta il lettore negli spazi siderali, spiegando l’origine della luce e le relazioni che gli spettri elettromagnetici intessono con l’asse temporale.

Suddiviso in diversi capitoli e intervallato da citazioni di autori e autrici di ogni epoca che dal mistero della luminosità e degli astri celesti sono rimasti affascinati, il saggio di Della Valle esplora il concetto scientifico di luce, illustrandone le varie forme con cui quella che non è altro che una radiazione elettromagnetica si manifesta. Dalla luce quotidiana, agli spettri non visibili dall’occhio umano, fino alle “energie oscure” che la costituiscono e la nutrono, la pervasività (e velocità) della luce viene raccontata anche nei paradossi che attiva la sua relazione con lo spazio-tempo.

Ma cosa accomuna, quindi, l’indagine scientifica e la poesia?

Come suggerisce Angelo De Stefano nella prefazione, esse «condividono questo spazio pre-categoriale, il tessuto del mondo dal quale originano e che, allontanandosi, non possono altro che ritrovare.»

Perché quei mondi lontanissimi dove la nozione stessa di tempo si sfalda sono una sfida stessa alla parole, alla dicibilità dei fenomeni e ai confini della mente umana. Sillaba dopo sillaba, come formula dopo formula, il tentativo è sempre quello di dire qualcosa che c’è sempre stato, ma non si mai definito, qualcosa che a volte si immagina, ma non si riesce a circoscrivere.

Se è certo quindi che scienza e poesia parlano due linguaggi differenti, è altrettanto vero, come traspare dal saggio di Della Valle, che è lo stesso il mondo che interrogano, nutrendosi di una forma d’attrito comune verso l’esperienza: lo stupore, la distanza che si genera tra l’avvenimento oggettuale e la percezione soggettiva. Anzi proprio la scoperta scientifica di un piccolo granello di conoscenza in più permette, secondo le parole dello stesso astrofisico, «di vedere di più, cioè di aggiungere alla poesia piuttosto che togliere».

Alla base quindi un certo straniamento nell’interpretazione del mondo, una capacità di rimanerne turbati e non pienamente integrati e per questo incuriositi. Come può esserlo un pastore errante dell’Asia Minore che alza lo sguardo o un astrofisico che guarda il cielo, facendosi prestare gli occhi da un telescopio.


Massimo Della Valle, laureato in Astronomia presso l’Università degli Studi di Padova, ha lavorato nei più importanti centri astronomici del mondo e dal 2008 è Dirigente di Ricerca dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) ed è stato direttore dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, INAF-Napoli fino al 2017. È autore di circa 600 articoli scientifici rivolti allo studio osservativo dei fenomeni astrofisici di alta energia, come le Supernovae e i Lampi Gamma. Si occupa anche di divulgazione scientifica con scritti apparsi sulle principali riviste e quotidiani nazionali. È socio della Società Astronomica Italiana, dell’Unione Astronomica Internazionale e dell’Ateneo di Scienze, Lettere e Arti di Brescia. Cavaliere della Repubblica nel 2013, nel 2018 è stato insignito dall’Università degli studi di Brescia del premio Brescia per la Ricerca Scientifica. L’Unione Astronomica Internazionale gli ha dedicato l’asteroide 325455.

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