Nota di lettura a "Le viti del pianto" di Lara Pagani
- Valentina Demuro

- 26 mar
- Tempo di lettura: 3 min
È con una parola discreta ma limpida che Lara Pagani costruisce il mondo lirico de Le viti del pianto (ilglomerulodisale, 2024), ponendovi all’interno i temi e le immagini dell’amore. Nei versi di Pagani ritroviamo rigore e attenzione, una cura che dimostra di avere alle spalle molta lettura di poesia senza, però, cadere nell’emulazione o nel cliché, dandoci, invece, un libro primo che non si improvvisa, si avvia. Priva, infatti, di sbavature o eccessi, la poesia parla sinceramente – e in modo mai banale – dell’amore nelle sue molteplici forme e dei suoi contrappesi oscuri, aprendoci davanti agli occhi visioni delicate e originali su tutte le declinazioni del sentimento.
Sorprende la prima sezione, quasi sperimentale, in cui l’autrice si immedesima in un piccione, parlando metaforicamente del suo vivere l’amore da una posizione umile ma partecipe, consapevole che il suo destino sarà un’infelicità condivisa, non esente da una leggera ironia («Lettore, l’ho sposato, non so come / si possa fare diversamente se / il dolore di un altro è uguale al nostro»).
Come un percorso formativo per tappe, la sezione dedicata a Clizia esprime un sentire più risoluto e alto, uno sguardo più solenne sugli eventi, come se l’esperienza d’amore avesse lasciato un insegnamento, educando lo sguardo sulle cose al distacco apparente delle dee. Solo apparente, perché il sentimento si manifesta con una controllata ed efficace scelta di immagini e metafore, meno accorate ma più incisive («Il filo che ci lega non è rosso. / Non stringe, non fa male eppure / lascia sui quattro polsi un lungo segno / invisibile. La scia di una cometa / al confronto mi pare una bugia»).
Con Tempismi, inizia poi una discesa nell’umano: la voce si concretizza nel gesto quotidiano, guarda il dolore nelle sue epifanie concrete, nelle mancanze. Non si fugge dal crollo dell’amore ma si vive una paziente decodifica del male, riconosciuto, col senno di poi, nelle promesse disattese, nei bilanci consci dei pieni e dei vuoti. Ma in questo altro vivere, si fa lucida e si accetta anche l’ambiguità del cuore che condanna e perdona allo stesso tempo, sapendo che non potrebbe fare diversamente («Hai rigovernato il tempo, ti è riuscito / l’incantesimo: sono stata grandissima, / piccola, media, mediocre, ennesima. / Perché non potessi più confondermi / mi hai dato un nuovo nome, messo / un nastro al collo che nessuno vede – / e tiri. Così sono diventata cosa tua – / docile, assoggettata al nero. Ti amo / è dir poco, forse il contrario del vero»).
Si delinea, infine, un altro grande tema sotteso all’opera e parlante per suggerimenti sparsi, come se l’autrice portasse un segreto e scegliesse di rivelarlo solo indicandolo alla fine. Si tratta del distacco della morte, guardata qui con un’eleganza che non si priva della dolcezza e della commozione. Inizia, piuttosto, la ricerca del bene nei piccoli segni di luce che lascia indietro chi da noi si diparte, restandoci, in altri modi, sempre accanto.
Pagani, con questa silloge, ci riporta, quindi, al centro nel nostro essere umani attraversando un florilegio di debolezze che anziché sminuire, paradossalmente, rivelano la grande forza che ci tiene in piedi nelle fragilità e fa nascere, dalla fatica, dall’amarezza, dal dolore, un canto pieno d’amore.

Anno scorso, dicono, una donna
si è spacciata per me. Mi somigliava
parecchio: aveva quel modo vagante
tutto mio di deludere, rideva
tremenda ai vetri come faccio anch’io
talvolta con la mia povera voce.
Quest’ingannatrice voglio trovarla
e baciarla sulla bocca: quanto amore
mi ha risparmiato, quanto male
*
Non credere a chi dice da soli
si sta bene, si passa meglio il tempo
e meno noie da sbrigare. O credici
se vuoi, ma non chiedere di me
per un confronto. La donna invincibile
che conoscevi eravamo insieme.
*
A luglio, il ventinove, mi ha chiamata
mia madre. Quello che aveva da dire
un sabato mattina con la voce
flessa dal pianto tu lo sai cos’è:
che un corpo amato dismette l’amore
dei gesti per giungerci a spifferi –
dal sogno. Chi discorre della polvere
abbia riguardo per la vostra luce.

Lara Pagani è nata nel 1986 a Lugo (Ravenna), dove vive e lavora. È laureata in lingue e letterature straniere. Suoi inediti sono apparsi su alcune riviste online, tra cui Poetarum Silva, Larosainpiu e Limina Mundi.




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