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  • Valentina Demuro

Nota di lettura a "Diramazioni" di Bartolomeo Bellanova


Bartolomeo Bellanova crede nell’autenticità delle cose, al messaggio d’amore nella bottiglia che abbiamo smesso di mandarci preferendo uno straparlare vuoto e cieco «Ci si ingegna / a scriversi addosso / a leggersi di sbieco.». Ed è per questo che affonda lo sguardo poetico nella vita e nelle sue diramazioni, termine che dà il titolo alla sua raccolta (Diramazioni , Edizioni Ensamble, 2021).

È una poesia che indaga i meccanismi sociali che oggi ritmano il vivere, quel moto compulsivo di una Penelope che tesse e disfa, persa in un movimento costante. Tutte le poesie della raccolta hanno un titolo, quasi ad indicare lucidamente dei momenti di realtà vissuta; sono attimi di carne, sudore, dolore, pietà e passione, amore intrinsecamente legati all’attualità, e non teorie o speculazioni al riguardo. I termini sono spesso duri e aspri (ad esempio, ricorrono parole come corrosione, secco, coltellate, vomito) per una scelta linguistica che non ha intenzione di edulcorare nulla e di dire esattamente il vero. La fotografia che Bellanova ci offre è spesso simile, per molti aspetti, all’immagine dannunziana dei cani intenti nel rodere continuamente gli ossi in Qui giacciono i miei cani, metafora di una vanagloria vuota, del movimento cieco e fine a se stesso che solo consuma l’esistenza «rodon gli ossi i lor ossi / non cessano di rodere i lor ossi». Questo caos che impera nella vita degli esseri umani, che li costringe a un destino trottola, come quello delle commesse («Sono stanche di galleggiare / in pochi metri cubi d’aria condizionata; / sono stordite dalla trottola / dei ritornelli ossessivi.») dei dipendenti in ufficio, immersi in quella spersonalizzante frenesia quotidiana che il Dylan Dog di Tiziano Sclavi indica sempre come il suo vero inferno. Molto significativo è il verbo urlare che chiude l’ultima poesia della raccolta, posto in posizione centrale dopo una cascata di immagini intense, lascia turbati e si riverbera drammaticamente nel silenzio.

In questo turbine, però, si slancia una tensione che guarda oltre le nubi della confusione, i “vorrei” indicano che altro è possibile («Vorrei essere come i fossi», «vorrei imparare»), c’è l’intuizione di un’alternativa in dicotomia con i verbi dello “stare” (quasi ungarettiano nell’immagine dei corpi tremuli come foglie) e dell’”aspettare” che fermano il tempo e lo incorniciano in questo lungo attimo di statico. Forse il punto di congiunzione sta nello scegliere anche il verbo “attendo” che ha una diversa sfumatura di significato e recupera la luce di questo slancio.

Da questa profonda immersione nel sentire il mondo, emerge lo sguardo empatico del poeta che osserva l’essere umano con acuta e permeabile attenzione, come in Ottobre, 31, e dichiara, dirompente, la propria necessità d’amore «con ogni cellula viva». Ed è nella sezione In te che si parla maggiormente dell’amore puro. Qui non si perdono le parole aspre, ma si incontrano anche quelle dolci che ci sospendono in un luogo privo di gabbie e costrizioni, che sia un’alcova lontana dalle brutture del mondo (sia questo un letto, un abbraccio o un instante), un luogo intimo in cui liberare il cuore e metterlo a nudo (termine cardine di tutta questa parte).

Inevitabile è il rapporto con il tempo che attraversa il poeta e lo coglie nell’atto di soppesare perdite, rivivere ricordi richiamati da oggetti apparentemente slegati dal racconto che poi ci dona in forma di poesia, accendendo quelle voci che sono sempre vive in ognuno di noi e divenendo, così, paradigma e storia universale.



Incorniciati


Si sta come i santi appesi alle tele nella penombra dentro a cornici barocche tra intarsi e spirali oro, tarli e stucchi.


Senti la folla sguaiata di luterani vocianti che batte alle porte che spacca le vetrate che aizza il vento nelle fessure dei nostri corpi tremuli.


Si aspetta rassegnati il rogo, il bramito del fuoco sulle nostre pelli avvizzite.


Ci darà pace solo il pendolo del turibolo, grammi di incenso sospesi sulla lama di luce della meridiana.


Ottobre, 31


Mi sei passata di fianco col tuo scheletro in movimento e una pennellata di bianco, a fatica immagino come poteva essere stata la tua pelle coi suoi pori, le provinciali tortuose delle vene, i tuoi muscoli, i tendini tesi, le risate a scroscio e la tua vista inquieta prima che l’anoressia ti rosicchiasse giorno per giorno e giorno per giorno stringesse quel nodo stretto allo stomaco; la palla vuota dove affondi i pugni delle tue colpe ignote.


Tutto su di te cadeva demolendo la legge di gravità: gli occhiali sullo stecco del naso e il cappotto dalla gruccia spezzata delle tue spalle, involontaria spaventa passanti di un assurdo pomeriggio di Halloween.


Hai implorato fino a ieri un permesso per buona condotta condannata a un ergastolo mortale, ma il giudice della tua vita ha rinviato la seduta a data da destinarsi. Allora hai iniziato a crogiolarti nella tua prossima liberazione, quando ti spunteranno le ali dalle scapole e vedrai giù nella strada un corpo terreno che non ti appartiene che più non ti dilania.


In tua memoria, padre


Padre mio che cosa pensi dal tuo trullo nel cielo dove da troppi anni alloggi senza esserne stato invitato?


Tu che entrasti a Bologna quel 21 aprile 1945 a dorso di mulo, insieme ai tuoi fratelli della Brigata Matteotti e gli occhi biondi di mia madre cucinasti sulla tua pelle olivastra scalaste insieme l’Orsa Maggiore sul refrain di cento boogie-woogie e poi esausti vi sfamaste i cuori col pane dolce, le patate e le cosce di pollo di un sogno di carne, un’estasi di cosce cosce delle vostre cosce, carne della vostra carne vi baciaste sotto il cielo terso depurato dalla morte.


Ti aveva nascosto in cantina mia madre, ti aveva sottratto da un vagone piombato quel maledetto 8 settembre 1943.


Ti aveva atteso mia madre a lungo come Penelope Ulisse, tu che avresti voluto tornare da lei, tu che non conoscesti la maga Circe ma solo il fischio secco delle pallottole;


non erano porci i tuoi compagni partigiani, ma grilli in amore che saltavano sulle mine come chicchi di riso in risaia.


Che cosa hai pensato padre con baffi staccati dal gelo in quel tremendo inverno del ‘44, impantanato a un passo dalle due Torri violentate, a un passo

dalle corde vocali lacerate dalle torture,

a un passo dalla sirena antiaerea che rimbalzava sulle pareti glabre dello stomaco?


Che cosa hai pensato quando hai visto sotto la cenere mai spenta l’acciaio nero che ritorna a tatuare teschi e fasci,


la bandiera nera che torna a garrire la camicia nera che ammicca, manipola coscienze stremate, sparge oblio a manciate come sale sui tagli delle tue mani screpolate?


Che cosa pensi di un paese che si è marcito lento come le frasche morte nei tratturi sommersi dalla neve?


A dorso di mulo, mi dici, a dorso di mulo, figlio mio, vai a cercare il siero dell’umanità perduta.


Vai che sarà lunga la notte d’imboscate improvvise prima che spunti un’alba nuova.



Bartolomeo Bellanova nasce a Bologna nel 1965, pubblica i romanzi La fuga e il risveglio (Albatros Il Filo 2009) e Ogni lacrima è degna (In.Edit 2012). Partecipata ad antologie poetiche tra cui Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento (Rayuela 2014) e Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola (Rayuela 2015). Fa parte della redazione della rivista culturale lamacchinasognante.com. Ha pubblicato la raccolta poetica A perdicuore – Versi Scomposti e liberati (David and Matthaus 2015). É uno dei curatori dell’antologia Muovimenti – Segnali da un mondo viandante (Terre d’Ulivi 2016). Ha pubblicato la silloge poetica Gocce insorgenti (Terre d’Ulivi 2017) e il suo terzo romanzo La storia scartata (Terre d’Ulivi 2018). Recentemente pubblicata la raccolta poetica Diramazioni (Ensemble 2021).


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