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  • Immagine del redattoreValentina Demuro

Nota di lettura a "Cronaca dell'abbandono" di Mirea Borgia

«Mi sono snaturata di venerdì» è il primo verso di Mirea Borgia che compare in Cronaca dell’abbandono (Il Convivio Editore, 2022) dichiarando crudamente ciò che accade quando la violenza tocca la nostra vita, la intossica e la manipola. Ma al contempo, rivela essere avvenuta quella che è forse una delle operazioni più difficili e dolorose da praticare quando ci confrontiamo con il nostro incubo: estraniarsi ulteriormente, prendere coscienza di ciò che è successo, recuperando un’identità propria che, però, inevitabilmente non è più quella originaria. Così, infatti, dice l’autrice in una nelle poesie finali: «regge l’occhio al cammino sul suolo che / si apre al sogno, quanto trema alla realtà / che si veste d’ignoto. Si ostina vulnerabile.» Guardarsi da fuori, dunque, ricostruita in un altro modo. E raccontarsi.

I versi sono segni che parlano con la resistenza della cicatrice e mostrano una storia che proviene dalle profondità del dolore, attraverso un racconto che si svolge tra la suggestione poetica e la narrativa: «Confesso la mia inadempienza: sono mansueta! / Non mi crede. Ritrova negli occhi la vita, / sospira al confronto e mi acceca. Freddezza: / come morde l’ironia. La mia resistenza è il suo / nuovo tormento. L’attesa conserva la voce.»

«Ci sono anche momenti buoni» è uno dei passaggi che meglio descrive l’inquietante duplicità dei gesti, attraverso l’uso di parole durissime e presaghe. Ricreando infatti l’atmosfera dei tempi di quiete che nelle relazioni tossiche si intervallano alla violenza, vengono sparsi segnali di percezioni distorte. Viviamo da protagonisti la sensazione di camminare in un prato di fiori velenosi, in una realtà “matrioska” che sottintende diversi livelli di coscienza: «Sono qui e altrove, scrivevo per rimandare / la fuga, osservando la scissione nel suo punto / esatto».

Il lettore sperimenta la perdita di baricentro, la paura, il nascondimento del sé e il senso del nulla che questo comporta: «Il destino si prende la giacca e la casa / e la porta lo guarda e si mostra indifesa. / Non c’è tempo talvolta per bandire un’offesa. / Nulla che sia come il nulla che pesa. »

Viene naturale accostare a queste parole i significativi versi di Felicia Buonomo che in Sangue Corrotto (Interno Libri, 2022) affronta la medesima tematica: «Non ho né più né meno. / Ho zero, nulla che pesa. / mi basta questo stato ovale? / delle cose? Chiedetelo al mio nulla. / Moltiplicazione del niente materico.»

La raccolta di Mirea Borgia non è un diario ma una testimonianza in poesia, porta a interrogarsi ancora e ancora sui confini tra accudimento e sopruso, retaggio sociale e vita personale. E ci si chiede, poi, se sia giusto dover imparare a custodire la propria naturale sensibilità per essere più dure, più forti, se non sia anche questa una seconda violenza. E lascia, infine, sospesi dei perché, tanti perché, aperti come ferite.



Ci sono anche i momenti buoni: li viviamo seccando

la gola con l’aria dei boschi e abbracciando i due cani

– due le razze e due i sessi diversi.

Le gazze banchettano su nidi e carcasse,

i ricci accartocciano la fisionomia dei sogni

senza avere il peso dei crani

– due le specie diverse.

Perfetta quando non svelo la mia unicità nel mondo.

Più tardi debuttiamo in città

e la natura, tenace, si rivela

– due le specie e due i sessi diversi –.

La ladra trafuga il luccichio della tregua: ingiunge,

e poi estromette. Lo stormo che hai dentro comprime.


*


Profanare il tempio del criterio fisso e lasciare

che si dimentichi il movente. Sai quanti

ci hanno provato a restare indenni?

Qui l’oblio è già meditato:

rivestire le pareti d’odio e passare una bella

mano di bianco (lo ammetto, la facciata

era pregna di così tante virtù).

Poi ripetere quel proverbio/diktat:

la donna buona fa la casa, la pazza...

Sono stata via dieci giorni, solo dieci

e la cronaca patisce la sua alterazione.

I miei figli non ricordano più nulla,

sputano per terra i flashback.

Ma avete almeno un diario? Tentennano.


*


L’utero si è abbarbicato alla terra,

morsa che stringe di lingua padre

occhio di madre che gravita intorno.

I ragazzi non mi abbracciano più

e il sempre si è schiantato sui selfie.

Si fotte l’accordo. Ma il transito ha

lasciato il segno. Ora. Come voi due

che sarete ognuno, come noi tre che

saremo uno. Afferriamo il domani.


“Borgia mette in gioco l’istinto di sopravvivenza per combattere l’inquietudine”, così scrive Franco Manzoni sul “Corriere della sera”, parlando della sua poesia, che indaga, attraverso dei moti filosofici e lirici, i meandri dell’Io in continuo dialogo con i risvolti civili. Nel 2019 è stata finalista al Premio Letterario Internazionale Citta DI Como. Nel 2020 ha pubblicato con Il Convivio Editore la raccolta di poesie “L’innocenza dell’ombra”, opera selezionata al Camaiore e finalista al Premio Prestigiacomo. Suoi testi sono stati pubblicati in alcuni blog e riviste letterarie. Collabora con le pagine culturali del quotidiano “Conquiste del lavoro”. Vive in provincia di Roma.


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