• Luca Gamberini

Nota di lettura a "Corpo di pane" di Elisa Ruotolo

Ho provato a immaginare Elisa Ruotolo alle prese con la prima stesura della sua nuova raccolta, Corpo di pane (Nottetempo 2019). Mi sono chiesto quanto abbia iniziato a concedere di sé, mano a mano che la narrazione poetica si faceva più forte. Come in uno spogliarsi sacro, prima di immolarsi su di un altare mitologico di suoni e ritmo, la Ruotolo si sveste e quindi si depura, mostrandosi nella sua completa corporalità, fragile e dolorosa.

Usatelo bene, il vostro dolore

ché non diventi mercanzia

né attiri corvi al pasto della pietà.

Un monito. Un avvertimento che solo chi sia passato attraverso può dare, può dire. Ma attraverso cosa esattamente? Si apre con questo componimento la prima sezione della raccolta, Posologia del dolore. La Ruotolo abbonda e quasi abusa di un lessico farmaceutico, medico, a tratti taumaturgico. Un linguaggio che sfiora il sacro. Pur restando rigorosamente laico sconfina nel territorio del mistero eucaristico, facendo di sé e del suo corpo-dolore un dono.

Di fatto non è vi è alcuna differenza. Corpo e dolore si fondono. Ma è un dolore, se non salvifico, almeno non sempre fine a sé stesso, per quanto quella sia la percezione primaria:

Partorirò un cuore nuovo anch’io

mi scenderà tra le gambe con un dolore inutile

e io non saprò che farmene.


Questa teologia del dolore è interrogativa, «ogni giorno provo ad accomodarmi un senso», la debolezza non è una carta da gioco da esibire, ma da mostrare a pochi privilegiati: «Nessuno tranne te / può vedermi debole».

L’annullamento del sé diventa fonte di sollievo: «Non resterà nulla di mio al mondo / e questo è pace». Perché questo dolore è figlio di una consapevolezza vissuta e radicata. […] «perché io so / ho sempre saputo quel che facevo», «E sono ciò che possiedo». La Posologia del dolore è un lento disfacimento della corporalità ormai defunta e superata: «Vorrei riuscire nella decreazione / più che nella creazione». È lo smembramento il vero fine di questo processo così doloroso. In questa «mattanza della luce» vi è una completa destrutturazione. Ma un senso tutto questo l’ha comunque avuto: «esser stata disobbediente e viva».

Una volta conclusa questa destrutturazione, è tempo di andare oltre. Con leggerezza. La Ruotolo apre allora la Posologia dell’amore e rifatta nuova – rifatta pane – non chiede altro che farsi prendere. Vorrei essere pane è la purezza – che solo il dolore ha reso tale – del corpo precedente, che è pronta per immolarsi e dedicarsi sull’altare del sacrificio amoroso, ma anche fisico, corporale.

Eppure non c’è spazio per Dio.

Il silenzio maltratta

e lo sa bene Dio.

Da lui abbiamo imparato

più volentieri a tacere

che ad amare.

L’amore è questione umana. È questione per chi abbia fisicamente un corpo. Un corpo che sappia vivere, un corpo che sappia soffrire, che sappia offrirsi in forma di pane: «Ma insegnatemi con pazienza / a mettere il corpo nel giusto tempo e luogo».

Solo grazie all'amore e al superamento del dolore possiamo raggiungere quella perfezione totale che la Ruotolo pone in cima alla raccolta, quasi a suggellare il percorso sino a quel punto affrontato:

La crudeltà

la leggerezza

il disagio

d’avere un cuore capace d’andare in pezzi

senza spezzarsi.

La cifra poetica del Corpo di pane si riassume nel motto senecano frangar non flectar, lo spezzarsi del corpo-ossa, dell’ostia, del sacrificio totale, nella completa donazione – dannunziana – di sé, «io ho quel che ho donato».

E non può essere altrimenti la poesia che chiude la silloge: corporale, viscerale, carnale, materica, eppure dichiaratamente lieve:

Entro in te senza saperlo, come l’ago che cerca la stoffa

ma trova la carne. Ti abito con stupore

ogni stanza nuova e aperta per me

che uso sempre chiavi.


Lo stupore del dolore che si fa una cosa sola con lo stupore dell’amore. L’ago curativo che cerca la stoffa ma trova la pelle, la carne. L’unione mistica, iniziata (ed iniziatica) con il dolore trova compimento in un ingresso-altro, in un altro, in un altrui dove muovere piccoli passi scoprendo le stanze nuove e già aperte alla visione, alla vita.


Elisa Ruotolo è nata nel 1975 a Santa Maria a Vico (CE). Con nottetempo ha pubblicato nel 2010 il suo libro d’esordio, la raccolta di storie brevi Ho rubato la pioggia (Premio Renato Fucini e finalista al Premio Carlo Cocito; tradotto in Francia e Stati Uniti) e nel 2014 il suo primo romanzo Ovunque, proteggici (Selezione Premio Strega 2014 e finalista al Premio Internazionale Bottari Lattes Grinzane). Per Interno Poesia ha curato il volume Mia vita cara. Cento poesie d’amore e silenzio di Antonia Pozzi (2019). La sua ultima pubblicazione è Una grazia di cui disfarsi. Antonia Pozzi, il dono della vita alle parole (edizioni rueBallu, 2019). 


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