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  • Sara Vergari

Nota di lettura a "Bar Samarcanda" di Luigi Palazzo

In Bar Samarcanda (Transeuropa, 2021) gli occhi di un uomo, narratore esterno ma anche emotivamente coinvolto, osservano l’andare del giorno e delle persone da un punto di vista privilegiato, il Bar Samarcanda. Da alcuni riferimenti e dall’uso di espressioni dialettali possiamo collocarci nel Salento, in un paese di quel Sud dalle “case di calce” di cui nessuno meglio di Bodini ha saputo descrivere la lenta bellezza malinconica. Così il bar, più di ogni altro luogo, dalle prime ore del giorno fino al tramonto vede accadere la vita in tutti i suoi piccoli gesti, nelle smorfie dei volti felici o profondamente feriti di chi si ferma anche solo per un momento. Questo tenta di fare la poesia di Palazzo, raccontare con un unico piano sequenza (titolo della prima sezione del libro) la Giusy «sporca di ricordi» e Federico che «picchietta con le dita sul tavolino» nell’attesa di qualcosa, ma anche Uccio con il «sorriso sdentato dal tempo» e “Lu moru”, venditore ambulante di libri e accendini. E forse non c’è poesia più onesta di quella che sappia dare tanta dignità e valore alla vita semplice, trovando l’eccezionale in ogni esistenza. Poi ci solo altre storie, quelle raccolte nella seconda sezione “Soggettive”, dove chi racconta decide di far decadere la barriera del distacco immedesimandosi con la prima persona o ponendosi direttamente in dialogo, lasciandosi così andare a ricordi e sentimenti intimi (come ad esempio in “Franco’). L’Epilogo si apre con una grande domanda a cui non c’è risposta, “Che ne sarà di tutto?”, elencando di seguito le microstorie che il libro ha testimoniato per poi terminare ancora con un punto interrogativo. Se non che una certezza si impone nell’ultimo testo della raccolta, “Big Bang”, quella per cui a ogni maceria e a ogni fine seguirà sempre una rinascita.




LA GIUSY


Indossa il bar

come si beve un tè.

Sporca di ricordi

ogni angolo da ristagno,

battezzando gli specchi

con occhiate d’acetone ed acqua calda.

Nel suo caos tarlato di piacere e silenzio,

l’austerità del volto cede al battito del ventre.

Annega talvolta

nel quando,

vagabonda tra il fare ed il mare

tra il ragazzo che le spizza il sedere

e l’uomo sposato che le porge

il bicchiere di rum.

Non ricorda l’ultima volta che ha parlato d’amore,

ma ricorda quando le è apparso.


FRANCO


Come l’auto che ti sorpassa sfrecciando

e battezzandoti gli specchietti

e stuzzicando il tuo rapporto con la religione

che dopo due chilometri

la vedi ferma al semaforo davanti a te,

così io

da quando ero ragazzo

mi sono sentito in obbligo di correre


e fare l’amore che avevo undici anni

con Selina il suo seno spuntato da poco

le sue labbra presenti più di me stesso

e il respiro che ancora ricordo quanto puzzava


e prendere in mano il tabacco che ancora tossisco

Nazionali senza filtro di mio padre

pacchetto morbido celeste


e presto a girare nella catena di montaggio

valigetta in una mano cellulare sotto al mento

lauree appese accanto a Schifano

e sotto a chi tocca


e Martina intorno all’anulare

dopo tre mesi dal primo incontro

dopo tre mesi dal primo si


sono arrivato a fermarmi

davanti agli occhi

assenti di mia madre


e il moi semaforo è fatto di cocci di bottiglia


Avvocato e docente a contratto presso la S.S.P.L. dell’Università del Salento, Luigi Palazzo ha firmato testi e regie teatrali. Ha pubblicato le raccolte di poesie Non raccontarmi il cielo (Manni, 2019) e Bar Samarcanda (Transeuropa, 2021). Alcuni brani poetici sono apparsi su La Repubblica (nella rubrica a cura di Vittorino Curci) e su blog letterari tra cui Atelier, Inverso, L’Altrove, Leggere Poesia, Poeticon, Salento Poesia e sono stati tradotti in spagnolo a cura del Centro Cultural Tina Modotti.


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