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  • Immagine del redattoreSara Serenelli

Le Rubriche di Alma: Alma & Guidacci (II Appuntamento)

La materia viva e dolente in Neurosuite di Margherita Guidacci


Non voglio


La farfalla è condannata per le

sue ali, che sono antieconomiche.

Osbert Sitwell


Tutti i vostri strumenti hanno nomi bizzarri

e difficili, ma io vedo chiaro

e so che in fondo sono solamente

metri e gessetti con cui misurate

e segnate − segnate e misurate

senza stancarvi.


Sfilate spilli di tra le labbra, come una sarta:

me li appuntate sull’anima

e dite: «Qui faremo un bell’orlo.

Dopo starai tanto meglio.»


Io non voglio che mi tagliate un pezzo d’anima!

Se ne ho troppa per entrare nel vostro mondo,

ebbene, non voglio entrarci.


Sono un poeta: una farfalla, un essere

delicato, con ali.

Se le strappate, mi torcerò sulla terra,

ma non per questo potrò diventare

una lieta e disciplinata formica.

 

Margherita Guidacci non è una poetessa «lieta e disciplinata» come «una formica», a suggerirlo sono alcuni versi della chiusa di Non voglio, compresi in Neurosuite (Neri Pozza, Vicenza 1970): è lei stessa a riconoscersi nella fragilità e nella delicatezza di una farfalla, una farfalla alla quale hanno provato a strappare le ali. Anche senza quelle ali di versi che la rendono un poeta non può smettere o dimenticare di essere stata una farfalla, pure se privata di quella propensione al volo si torce sulla terra. Basta leggere anche solo questo componimento della raccolta per rendersi conto della «materia viva e dolente»[2] di cui Neurosuite è impregnata. In essa Guidacci riesce a trasformare la tragica morsa della solitudine e la sua anatomia dolorante in poesia, una splendida poesia. Scritta in gran parte tra il settembre del 1968 e il giugno del 1969 Neurosuite è il frutto velenoso e al tempo salvifico di una profonda e dissestante crisi personale. Sebbene «i rovelli» e i «presentimenti di decadenza fisica»[3] di questa progressiva crisi costituiscano la conditio sine qua non di Neurosuite, non ne esauriscono certamente il significato. La crisi personale è difatti trascesa sin da subito per porsi quale simbolo della condizione ontologica dell’uomo moderno compresso e pressato da una società sempre più disumana e disumanizzante. A questa crisi, a questo momento in cui tutto si crepa e si incrina inevitabilmente si unisce l’esperienza traumatica e scioccante della clinica neurologica. Guidacci, in alcune lettere a Machiedo, chiarisce ed esplicita la composizione e la genesi di questo libro:

 

Il libro s’intitola Neurosuite e il titolo le dice già che musica è. E un libro coerente, abbastanza terribile, e scriverlo mi ha dato uno straordinario senso di liberazione. Non ho imitato i modi della follia (voglio dire che non ci sono righe sghembe, né spezzate, né mescolanze arbitrarie di maiuscole e minuscole e simili specchietti per le allodole) ma ho cercato di capirla e d’interpretarla. Ho rivoltato molti sassi, di sotto ai quali sono usciti dei grossi scorpioni; e il fatto che ora siano ‘fuori’ e non più ‘sotto’, il fatto, cioè, di vederli, conoscerli e valutarli, mi dà un sollievo che non le so descrivere. Non mi domando nemmeno se il libro sia bello o brutto, per me è stato una cura, e forse la salvezza.[4]

 

Infatti la mia esperienza e stata, sì, ‘letteraria’, ma non tanto letteraria da non aver visto da vicino il pericolo e il terrore e quindi ho avuto e continuo ad avere dei riflessi esistenziali non trascurabili.[5]

 

Neurosuite si avvia dunque a partire da una esperienza profondamente personale e intima, ma possiede al contempo una sua coralità che trascende la dimensione individualistica. In quei versi, taglienti e precisi, avverte la Guidacci: «c’era il senso che il male non era soltanto mio, ma era il male del mondo […]: doveva guarire anche il mondo se si voleva che guarissero i singoli».[6] Il libro, che dà il via al secondo tempo della poesia guidacciana, rappresenta per la sua autrice una catarsi, una sublimazione, una liberazione: grazie ad esso la poetessa ha «rivoltato molti sassi, di sotto ai quali sono usciti dei grossi scorpioni; e il fatto che ora siano ‘fuori’ e non più ‘sotto’» ha determinato «una cura, e forse la salvezza».[7] Neurosuite, che Ramat definisce un «diario di degenza»,[8] si pone quale unicum all’interno del corpus guidacciano, sebbene mantenga vive e feconde alcune costanti di altre raccolte: restano in piedi molte delle tematiche principali, benché subiscano spesso un rovesciamento di senso, e invariato, anche se indubbiamente declinato con maggiore complessità, rimane anche l’afflato insieme religioso e corale. A testimoniare sia il rovesciamento di senso che anima questa raccolta che la sua dimensione catartica vi sono alcuni interventi della poetessa oltremodo illuminanti:

 

Questa mentalità non nasce spontaneamente, ma è manovrata. Le cose si presentano in modo che sembra che sia la gente a volerle così; ma le vuole perché gliele fanno volere, bombardandola di stimoli, di richiami, di provocazioni, per cui a un certo punto non può volere altro, e condizionata nei suoi desideri, e spinta a un tipo di vita in cui poi si sente soffocare senza capire perché, ed e questa la matrice, a livello ormai generale, della nevrosi. Alcuni psichiatri sono arrivati a dire che la nevrosi è la risposta sana a una società malata. Quando l’uomo è costretto a vivere in condizioni che offendono, intaccano continuamente la sua umanità, se a un certo momento impazzisce, dimostra cosi di essere uomo, non di cessare di esserlo.[9]

 

Il secondo periodo [della mia poesia] ebbe inizio traumaticamente […] con Neurosuite. […] In esso parlavo di un’esperienza di clinica neurologica. Appunto per questo si intitolava Neurosuite. Questo libro rappresento il mio Nadir, il punto di maggior desolazione anche nella vita. Rasentava la disperazione: anche se poi, quando presi a scrivere il libro, mi sentii felice: felice perché in quel modo mi liberavo. Infatti un’altra delle grandi idee aristoteliche di cui io riconosco l’assoluta verità è quella della catarsi. Quando si scrive, in qualche modo si guarisce, ci si libera di quello che c’è d’eccessivo, di soverchiante in noi e che altrimenti ci soffocherebbe. […] Anche Neurosuite aveva una sua coralità: c’era il senso che il male non era soltanto mio, ma era il male del mondo che si rifletteva in ciascuno di noi. Quindi, non si trattava soltanto del singolo, ma si trattava di tutto il mondo che era malato: doveva guarire anche il mondo se si voleva che guarissero i singoli.[10]

 

Il corpo è una città in rovina che solo con l’esercizio della poesia può rischiare di essere salvato. Una poesia che salda il rapporto di tragica solidarietà con gli altri malati con i quali Guidacci condivide il destino amaro. La dedica del libro risulta eloquente e chiarificante: «a Bruna a Guido a Madeleine / a quanti conobbero le acque oscure / agli scampati ai sommersi». Scampati e sommersi che sono i compagni di un viaggio che si configura come una mitica catabasi, una dolorosa discesa agli inferi di cui Guidacci «elabora il resoconto-esorcismo in forma di flusso diaristico orizzontale, ma caratterizzato da un’acme di tragica chiaroveggenza, tutta tesa all’equilibrio nell’eccesso».[11] Una chiaroveggenza, quella dei malati, che si scontra inevitabilmente -e tragicamente ancora una volta- con la postura di chi invece non sa e non può sapere:

 

Davanti a te la mia anima è aperta

come un atlante: puoi seguire con un dito

dal monte al mare azzurre vene di fiumi,

numerate città,

traversare deserti.

 

Ma dai miei fiumi nessuna piena ti minaccia,

le mie città non ti assordano con il loro clamore,

il mio deserto non è la tua solitudine.

E dunque cosa conosci?

 

Se prendi la penna, puoi chiudere in un cerchio esattissimo

un piccolo luogo montano, dire: «Qui fu la battaglia,

queste sono le sue silenziose Termopili.»

Ma tu non sentisti la morte distruggere la mia parte regale,

né salisti furtivo

col mio intimo Efialte per un tortuoso sentiero.

E dunque cosa conosci?[12]

 

 

Una denuncia, un grido di protesta del poeta, partecipe delle stesse sofferenze del malato che rivendica la sua identità. Aspetto che diviene più esplicito in Non voglio, uno dei testi più significativi dell’intera silloge: qui Guidacci denuncia apertamente la disumanità della società che soffoca, smonta, taglia e inchioda. La voce monodica si alterna a quella corale, in una polifonia dove «sono i pazzi quelli che hanno ragione».[13] Il capovolgimento di Non voglio tende a far risaltare la natura disumanizzante del mondo: una realtà che tortura, ferisce e impedisce di cicatrizzare, che non sa «che farsene dell’anima né delle sue facoltà più importanti».[14] Da questo sfondo così desolante, nel quale tutti gli emblemi positivi del passato vengono ribaltati, si stacca l’immagine del poeta che si ribella, rifiuta di adeguarsi e, per quanto amputato delle sue ali, non desiste: «Io non voglio che mi tagliate un pezzo d’anima! / Se ne ho troppa per entrare nel vostro mondo, / ebbene, non voglio entrarci».[15]

La parabola di versi di Neurosuite, struggente, disperata e amara, si chiude tuttavia con un simbolo positivo, quello dell’ostrica di Ostrica perlifera, sorta di ginestra guidacciana. Perché se è vero che l’ostrica una volta formata la perla muore, è altrettanto vero che «la perla è una ricchezza che rimane!»[16]

 

Dio mi ha chiamata ad arricchire il mondo

decretandone il semplice strumento:

basta un opaco granello di sabbia

e intorno il mio dolore iridescente![17]



Margherita Guidacci
Margherita Guidacci

 


[1] M. Guidacci, Non Voglio, in Ead., Le poesie, a cura di M. Del Serra, Firenze, Le Lettere, 1999, p. 195. 

[2] M. Guidacci, Letteratura e società, «La Città», I, 3, gennaio 1949, pp. 1-2, ora in Ead., Prose e interviste, cura di I. Rabatti, CRT, Pistoia 1999, pp. 91-92. 

[3] M. Del Serra, Introduzione in M. Guidacci, Le poesie, pp. 5-35, cit., p. 28. 

[4] Lettera del 6 agosto 1969 ora in M. Guidacci, Lettere a Mladen Machiedo, a cura di Sara Lombardi, Firenze, Firenze University Press, 2015, pp. 137-138.

[5] Lettera del 14 gennaio 1970 ora in M. Guidacci, Lettere a Mladen Machiedo, cit., 140.

[6] M. Guidacci, Poesia come un albero, in Ead, Prose e interviste, cit., pp. 152-153. 

[7] Lettera del 6 agosto 1969 ora in M. Guidacci, Lettere a Mladen Machiedo, cit., p. 137.

[8] S. Ramat, Poesia e nevrosi, «Corriere del Ticino», 22 maggio 1971. 

[9] M. Di Cagno (a cura di), Intervista a Margherita Guidacci, in M. Guidacci, Prose e interviste, cit., pp. 130-131.

[10] M. Guidacci, Poesia come un albero, in Ead, Prose e interviste, cit., pp. 152-153.

[11] M. Del Serra, Introduzione in M. Guidacci, Le poesie, cit., p. 29.

[12] M. Guidacci, Atlante, in Ead., Le poesie, cit., pp. 183-184.

[13] S. Lombardi (a cura di), Lettere di Margherita Guidacci a Mladen Machiedo cit., pp. 145-146. 

[14] Ibidem. 

[15] M. Guidacci, Non Voglio, in Ead., Le poesie, cit., p. 195.

[16] M. Guidacci, Ostrica perlifera, in Ead., Le poesie, cit., p. 218. 

[17] Ibidem

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