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  • Giuseppe Cavaleri

Le Contaminazioni di Alma: "Tempo riflesso" e "Là fuori" di Corrado Benigni

Nel primo episodio di Ways of seeing (I modi del vedere), la serie di documentari capitali prodotta per la BBC negli anni ’70, John Berger, il grande intellettuale inglese, afferma che «the perspective makes the eye the centre of the visible word», ovvero che la tradizione pittorica occidentale, adottando convenzionalmente la prospettiva, ha trasformato quella che è un apperences, cioè lo sguardo parziale dell’osservatore, la realtà.

Corrado Benigni in Tempo riflesso (Interlinea, 2018) intitola la sezione che più a fondo scava nel rapporto tra parole e immagini proprio Apparenze, riprendendo in maniera chiara, seppure non esplicita, il discorso del critico inglese.

Se nei precedenti articoli di questa rubrica, "Le Contaminazioni di Alma", la lettura si è sempre concentrata sull’analisi di una singola raccolta dell’autore, questa volta il focus si sposterà su un aspetto preciso del percorso poetico di Corrado Benigni che si sviluppa negli ultimi due libri dell’autore, Tempo riflesso (Interlinea, 2019) e Là fuori (Valigie rosse, 2021): il rapporto tra poesia e fotografia.

Nei testi di queste raccolte, infatti, i versi non costituiscono solo un exkprasis, una riproposizione descrittiva dell’immagine, bensì dilatano e espandono la forza dell’immagine stessa.

Perché fotografia e poesia, parole come pixel e viceversa, hanno questo in comune: la tensione ad «afferrare / la profondità della fuga».

In Tempo riflesso il processo di costruzione poetica rimanda, soprattutto nella già citata sezione Apparenze, a quello della costruzione di una sequenza fotografica, laddove è l’occhio con il movimento inconsapevole di apertura e chiusura il diaframma con il quale provare a intercettare la propria densità nel mondo («Il mendicante chiede pietà all’uscita della stazione, /mentre due ragazzi si baciano […] / Tra le palpebre socchiuse provo a fermare / l’immagine di quei volti»).

All’interno di un rapporto profondo e continuato con la settima arte, i testi di Benigni dialogano con tanti dei suoi interpreti: da quelli dichiaramente menzionati Giacomelli, Ghirri, Maier, Cresci, Sugimoto; a quelli di cui se ne avverte la presenza, come Egglestone o Sternfeld nell’attenzione al dettaglio, all’oggetto che appare secondario.

Nelle poesie delle raccolte in questione le parole sprigionano così dai termini tecnici della fotografia, l’impalcatura testuale si sviluppa come fosse una ulteriore messa a fuoco di un’immagine. Pure nelle ekprasis della sezione Apparenze di Tempo riflesso, non c’è mai una caduta descrittiva delle parole, bensì una autentica fusione tra due processi creativi differente.

Poesia e fotografia, parole e pixel vogliono arrivare «al luogo invisibile dell’immagine» di cui parla Walter Benijiamin, nella citazione scelta dallo stesso Benigni.


Poesia pensante, che medita sulla prospettiva della propria posizione, sulla non innocenza del proprio sguardo. Nei testi di Là fuori la tendenza è, infatti, quella di andare a fondo all'osservazione stessa di un’immagine, capovolgendo il punto di vista, per cui è lo stesso osservatore a diventare osservato («siamo tutti l’immagine di qualcuno, forse, / guardiamo per nascondere»).

Testi che si inseriscono in un discorso ampio che riguarda l’atto stesso del guardare realtà. In altre parole, testi che si interrogano sul modo in cui interpretiamo e diamo significato al mondo.


Corrado Benigni è nato nel 1975 a Bergamo, dove vive. Oltre a Tempo riflesso (Interlinea, 2018) e Là fuori (Valigie rosse, 2021) ha pubblicato nel 2012 il libro di poesie Tribunale della mente (Interlinea); nel 2010 la sua silloge Giustizia è stata inclusa nel Decimo Quaderno italiano (Marcos y Marcos, a cura di Franco Buffoni). Del 2005 è la sua prima raccolta in versi: Alfabeto di cenere (Lietocolle).











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