• Giuseppe Cavaleri

Gli inediti di Massimiliano Marrani

Al centro degli inediti di Massimiliano Marrani c’è il tentativo, da parte dell’autore, di decifrare il senso del vissuto, provando a riscattarlo da una quotidianità meccanica e linguistica che appare tuttavia inevitabile.

Quello che all’apparenza potrebbe sembrare un tema abusato viene ripreso da Marrani con una sensibilità poetica davvero lodevole, che si rivela nei passaggi associativi tra l’astratto e il concreto «la valanga di tempo tra il guanto e la mano» e nella limpidezza di certe immagini, di certi contrasti. Sviluppate perlopiù in distici, le poesie sono cariche di una tensione meditativa che non straborda mai, anzi segue un montaggio cadenzato che, a tratti, assume quasi un’atmosfera crepuscolare.

L’equilibrio tra percezione e mutamento è destinato però a rimanere inafferrabile, se non attraverso soggettive rapide e sfumate. D’altronde, come scrive lo stesso Marrani, il senso è racchiuso non nella «bugia profonda dell’arte», ma nelle «nuvole ignare di quell’istante», nell’irraggiungibilità di un attimo che è stato e ancora, misteriosamente, permane.



Esce l'esagramma


Esce l’esagramma, il tuono dentro il lago.


Ti saranno cresciuti i capelli, come qui le foglie

da un giorno all’altro.


Sta cambiando lo sguardo anche al cane e il sangue

da rosso è diventato nero, come la luna nell’urna.


Difficile credere che il poco fosse tutto il viaggio.


Il tuo ritratto di spalle con zaino

nella pioggia sottile, sul porto sfocato.


La valanga del tempo tra il guanto e la mano.


Le microscopiche cene fingendo di parlarti

verso la tenda, oltre le case.


Anche se gli alberi si muovono


Anche se gli alberi si muovono.

Anche se ti guardo dal tavolo che non c’è.


Alzarsi, far passare anni prima di tornare e alzarsi

senza spiegare nulla alla gente che deludiamo.


Ho lasciato dentro di te le poesie che avrei scritto.

Il cameriere è cambiato, la fontana è rimasta

fedele alla fonte che ci blocca.


Dire, è tutto fermo, come l’albergo.


Gli anni che diventano un devo dimagrire.

Per oggi non accendo il televisore.

Il grande viaggio prima di morire.


Dire, copriti, fuori fa ancora freddo.


Solo nel nostro specchio fu l’estate.


Qualcosa c’è stato, se portano qui le strade.


Non nella bugia profonda dell’arte

ma nella verità delle colline più lontane,

nelle nuvole ignare di quell’istante.


Laggiù dove la barriera flette

e il futuro scorre come un deserto.


La mano disorientata nella tasca.

La lingua nel buio della bocca.


Dimmi che qualcosa c’è stato.


Che qualcosa siamo stati

se le strade portano qui.


Vorrei indicarti una certa luce


Vorrei indicarti una certa luce.

Una chiazza d’umido, foglie e figure.


Un uccello sta cantando.


Dirti ora c’è questo.


Ora, le sabbie rosse in cui caddero i bracieri accesi.


Ora le letture di Celan, lente come un liquore.


C’è una particolare tonalità di verde indistruttibile

mentre ti scrivo.


Una precisa posizione che le figure assumono

nell’atto stesso in cui si offrono.


Un nodo chiaro, uno spessore nei colori.

Spartiacque nei fiumi d’immagini

per le nostre cartoline crudeli.


Sono seduto in una camera che fu di un altro.

Tra le stesse luci, le stesse pareti.


Il viale è un pensiero e fa nero

sopra il parcheggio a pagamento.


Vorrei reggessi con me

la pioggia sui miei più intimi e solitari alberghi


a cui torno per dare un nome alle spiagge,

ai boschi un fuoco.


Se cadrà la pioggia domani


Se cadrà la pioggia domani.

Se al caseggiato cambieranno numero.


Non è un modo di dire,

il cielo è pieno di pulsanti.


Il mattino dai vetri.

Dai davanzali non si sporge nessuno.


Immobile il liquido nella bottiglia,

la nuvola a picco sulla strada.


Non puoi sapere di domani.

Dov’è quando non lo vedi.

Cos’è, prima che si mostri —


Resti nel nido d’ombra

impagliato dalla lampada.


Un altro mattino a fare il padre,

a guardare il cane, che sotto il tavolo muore.


Il perpetuo fuori sincrono del profumo sul fiore.


Via dagli angoli dove le auto

sembrano apparire e sparire e stringere

il passato che non smette di arrivare.


Dire è qui. Sei sempre stato qui.

Anche se il mattino è trascorso,

e tu chissà dove sei.


Abito lo stesso fotogramma


Abito lo stesso fotogramma

del primo uomo tra gli sbocchi,

farsi largo nel fango sotto casa.


Personale tecnico fuma in fondo alla rotaia,

dove marzo diventa maggio.


Intanto, i cassoni vuoti dei rifiuti.

Frutteti incolti e l'officina col treno

bloccato nel pieno, della sua corsa.


Il golfo caldo che avrei dovuto essere.

Nella cupa Bolzano dai parchi ammantato.


Insieme alle cascate e alle strade,

noi dimenticheremo.


Anche se il terreno continua

sotto il muro che sembra isolarlo.


Anche se le foglie ci nascondono.


Un temporale, guarda — la gioia

questa cosa oscura, che lampi che fa.


Massimiliano Marrani nasce a Bologna nel 1969. Nel 2015 autoproduce un cd di Spoken Music, dal titolo Prove tecniche di trasmissione. Due Spoken Music sono stati pubblicati su Doppio zero e l’Ombra delle parole. A memoria altri testi qui: sulla versione on line de la Stampa, per una selezione fatta da M. Cucchi; è segnalato con un inedito al premio Montano. Viene pubblicata una sua raccolta dal titolo Jet Lag, su «Atelier», di Andrea Temporelli. Altre poesie, dalla raccolta Al posto degli altri, su Perigeion. Un articolo sul suo lavoro di Spoken Music, appare su Versante Ripido. Gli viene assegnato il terzo posto al premio Anna Osti 16a edizione, per cinque poesie inedite. Un altro testo in «La poesia del nostro tempo». Un suo articolo, su Emanuel Carnevali, appare nella rivista on line «Pangea», grazie all’interesse dimostrato da Davide Brullo per un suo Spoken Word nel quale l’autore filma la deposizione della lapide per il poeta fiorentino, sepolto senza nome nel 47, nella fossa comune del Cimitero Della Certosa, di Bologna. Lavora in proprio come grafico.

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