• Alessandra Corbetta

Gli inediti di Antonio Vittorio Guarino

Ne La filosofia delle piccole cose (Interlinea 2004), Francesca Rigotti riporta l’attenzione sugli oggetti del quotidiano, quelli che, come il sapone, le forbici o il ferro da stiro accompagnano, nel loro esistere inanimato, le nostre irrinunciabili abitudini. Ho subito pensato a questo testo quando mi sono ritrovata a leggere gli inediti di Antonio Vittorio Guarino il quale, per provare a tracciare una linea che unisca i punti dell’esistenza, sceglie di avvalersi delle piccole cose. È una poesia del tatto e dello sguardo quella di Guarino che trasforma la crepa nel muro, una lampadina o delle sedie in trigger capaci di rivelare l’infinitudine della condizione umana, seppur ancorata a un sostrato fatto di limite e di finitezze. Non è un caso se, infatti, Guarino insiste sul concetto di spazio, inteso come mondo esterno a disposizione ma non necessariamente occupato e occupabile, e quello di casa, in cui si annida il gioco abitazione/abitudine. I versi di Guarino, ed è questa la loro maggiore forza, tentano lo slancio partendo da un sentire autentico di costrizione a cui si oppone, però, la consapevolezza di un altro vivere che, magari proprio attraverso il suono della lavatrice, ci chiama a qualcosa di migliore.

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Tutto è uguale e meno certo del solito. Al sole lo si vede bene, lo si intende senza sforzi, questo scorcio di palazzi e alberi sempreverdi che restano, mentre sotto e dentro passano abitacoli e abitanti, inventando e perdendo, continuamente, l'invenuto da una strada all'altra, dal balcone alla cucina.

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Un dettaglio, il disordine è un dettaglio macrocosmico: il nomadismo continuo degli oggetti nello spazio, la deriva dei sentimenti infranti sui continenti disegnati a penna, lo scontro tra gli astri (s)fatti carne – enormi supernove nella stanza che piangono fino alla morte, nascosta negli eccessi di luce delle lampadine a risparmio energetico

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Si narra, in elenchi di frammenti, della vita componibile, a pezzi mancanti. Restano i pomeriggi nell’ombra delle case, dove si convive con l’allocuzione infinita ad un altro che attende d’esser presente, alle lavatrici bianche, ai morti, che vivono lividi sottopelle, vermigli – compagni ironici o copie di noi stessi in posa perfetta –, a darci l’assenso nella parvenza, ridotti in forma di oggetto. Così si aggiunge, per noia, la compagnia degli scaffali, delle poltrone, delle sedie in serie uguali, cloni da contemplare nelle riunioni segrete, dove non accade alcuna cosa, perché le cose cadono ma non accadono, e hanno un nome estraneo che le dice – le dico, le chiamo, ma non si voltano, le percuoto ma non si lamentano. Tutta la loro presenza non è che uno stare fuori, davanti, alla portata della presa, dell'urto, del contatto casuale per il quale ci appaiono e sorprendono con il loro esser niente – e questo è un miracolo più grande della resurrezione dei morti.

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Una crepa d'umido sul soffitto fa scorgere il possibile inizio di romanzi e poesie, o la vita degli altri, sotto la coltre di intonaci stanchi e ferri che cederanno, prima o poi, e mai l’immagine di Dio, che abbiamo creduto abitasse sopra di noi, come l'inquilino silente di cui non siamo riusciti a percepire il passo, il tic, il tocco delle scarpe sul pavimento, in testa, di notte. Adesso, non sappiamo niente, e l'aria malata intorno è così invitante che vorremmo starcene al sole come lenzuola che non si arrendono alla presa delle mollette, ma il cortile interno raccoglie solo luce di rimando, obliqua, è uno stagno che moltiplica la larva per dieci; i feti abbozzati ai vetri di finestre appena schiuse, dove all'angolo il ragno attende di colpire col suo siero venefico la preda dall'occhio umido, assonnato e cisposo, contemplano, attraverso il riflesso, la virtù della stasi, la voluttà di un moto ripetuto fino all'immobilità, con malinconico ossequio alla possibilità fantasticata di una fuga all'inglese, coraggiosa, una diserzione dalla posa dell'osservatore, del testimone della storia, profeta minore, martire senza nome proprio; oppure tornano indietro e si danno al gioco delle riparazioni che non ci sono state, che non ci saranno – ahimé, quante! Quanto godimento trova il coniglio nella tagliola!

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In ultima istanza, abbiamo fatto della piaga una casa, e viceversa, ché è impossibile abitarsi senza un certo disgusto, una forma di amore, di renitenza alla presenza ridondante di sé stessi negli spazi, che ci somigliano e ai quali per osmosi somigliamo. È un assedio rassicurante, questa carne su carne di coperte sulle nostre gambe, di pareti attorno, di celle che sono stanze, dove soggiorniamo replicati nella distanza degli arti, degli organi, dei pianti dagli occhi. A coppie di corpi, si può vivere solo se si ha un frigorifero abbastanza grande da contenere scorte di assenze, dimenticanze, come pretesti per uscire a prendersi; ma da soli i vuoti non esistono.


Antonio Vittorio Guarino (Napoli, 1985) vive ad Avellino. Laureato in Filosofia presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”. Ha pubblicato: La Vita Beota (Ed. Il Foglio Letterario, 2009), La caduta dalla giovinezza (Onirica edizioni, 2011) e La costellazione dell’assenza (Fara 2016), opera vincitrice del VI concorso nazionale Faraexcelsior. Alcune sue poesie sono presenti su antologie, riviste e siti web.

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