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Editoriale Poesia & Rete (appuntamento n°11)

Continua, con questo undicesimo incontro, l'editoriale su Poesia & Rete, a cura di Alessandra Corbetta, un progetto trasversale alle pubblicazioni del blog che proverà a monitorare, attraverso interventi di diversa natura, lo stato delle interrelazioni tra il linguaggio poetico e le dinamiche del Web.


Chi volesse segnalarci studi o ricerche su questo argomento o desiderasse contribuire ad arricchire con competenza il dibattito, può farlo scrivendo a redazione@almapoesia.it, specificando in oggetto “Editoriale Poesia & Rete”; tutto il materiale pervenuto verrà sottoposto a lettura e quello ritenuto più interessante e valevole verrà proposto all’interno del progetto.


L'ospite di oggi è Gerardo Iandoli che dona a questo spazio il paper dello speech tenuto lo scorso 12 febbraio per il ciclo di incontri "Poeti critici", ideato e curato da Aix-Marseille Université, di cui proponiamo anche l'intervento in formato video.



La poesia come filosofia disanalitica: riflessioni sulla poesia, mia e degli altri


Per me è una grande gioia sapere che il seminario sui "poeti-critici" è entrato nel suo quarto anno di vita. E credo che sia questa l'occasione giusta per iniziare a riflettere, insieme a voi, sulle circostanze che hanno portato alla nascita di questa esperienza. Tutto iniziò nell'autunno del 2020, quando in Francia ci ritrovammo per la seconda volta chiusi in casa, a causa della pandemia, dopo l'illusione estiva, che ci aveva fatto credere che tutto stesse finendo. Ci ritrovammo qui, sul web, unico luogo abitabile senza pericolo, e decidemmo di continuare l'attività di ricerca col seminario dei poeti-critici.

I nostri incontri iniziarono in un momento di angoscia, e uso questo termine pensando alla filosofia esistenzialista di Martin Heidegger. Si tratta di una condizione di paura che non riesce a identificare in maniera netta la causa del proprio malessere. Si ha sempre paura di qualcosa, ma nell'angoscia questo qualcosa appare opaco, sfumato, evanescente. Di fronte all'angoscia ci sono due possibilità: restarne invischiati fino all'asfissia oppure reagire, lavorando affinché il qualcosa dell'angoscia possa uscire dal suo alone di indefinitezza. Per Heidegger l'angoscia è la spinta emotiva che permette l'inizio di ogni riflessione metafisica.

Ma che cos'è metafisica? Non a caso, questo è il titolo del saggio in cui Heidegger si sofferma sul concetto di angoscia.[1] Proviamo a rispondere: la metafisica è la riflessione sui fondamenti dell'essere. Il tentativo di individuare degli elementi che siano universali, a prescindere dalle nostre esperienze contingenti. Per poter continuare il mio discorso, devo tradire Heidegger per fare un salto nel pensiero di un altro grande filosofo del Novecento: Ludwig Wittgenstein. Secondo quest'ultimo, il Reale - o ciò che Heidegger chiamava Essere - può essere esplorato solo attraverso il linguaggio: fare un discorso metafisico, quindi, significherebbe voler studiare i limiti delle possibilità di significazione del linguaggio attraverso il linguaggio stesso. Una posizione che mette in crisi la possibilità stessa di fare metafisica: da questo punto di vista, sono illuminanti le parole che concludono il Tractatus logico-philosophicus: «Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere».[2] Ciononostante, la filosofia analitica, erede di Wittgenstein, ha dato avvio a una fiorente riflessione metafisica che cerca, a partire dallo studio del linguaggio, di individuare le categorie concettuali a fondamento della nostra comprensione del Reale. La metafisica, per gli analitici, è la materia che studia le possibilità e i limiti del linguaggio per la descrizione e la comprensione del Reale. Volendo fare riferimento agli studi di uno dei più noti metafisici analitici, David Armstrong, la metafisica studia quei concetti così generali che non possono essere esauriti da ragionamenti di tipo logico o matematico.[3]

Quanto appena detto ci conduce verso il concetto di critica, cioè la capacità di definire le cose per poi discernerle. La metafisica, quindi, sarebbe quella materia che studia i concetti che permettono l'atto del discernere stesso. La metafisica studia le parole che permettono a tutte le altre di potersi definire. Queste parole sono gli atomi che formano la materia del senso. Tornando al punto da cui siamo partiti, si può dire che la metafisica tenti di definire qualcosa di fronte all'indefinito dell'angoscia.

Ho intitolato questo mio intervento La poesia come filosofia disanalitica. Come la filosofia analitica, anche la poesia cerca in tutti i modi di esplorare le possibilità e i limiti del linguaggio. Tuttavia, se la filosofia cerca di essere quanto più chiara e precisa possibile nelle sue espressioni linguistiche, la poesia, al contrario, fonda la sua stessa essenza sull'ambiguità: una poesia è valida se apre a molteplici livelli e possibilità di senso, come insegna il critico William Empson.[4] Il prefisso dis-, usato soprattutto in ambito medico, indica un'anomalia o un'alterazione di qualcosa. Con il gioco di parole "filosofia disanalitica" quindi intendo dire che la poesia è un modo di pensare incentrato su un uso preciso del linguaggio, che però conduce verso direzioni inaspettate. L'atteggiamento analitico del linguaggio poetico non ci porta verso una soluzione certa, come accadrebbe in logica o in matematica, ma al contrario ci mostra come la precisione possa essere sempre colpita da disfunzioni, affetta da errori di sistema.

Restiamo nell'ambito medico. Il termine "critica", è noto, è strettamente legato a quello di "crisi". La crisi[5] è il momento in cui bisogna assolutamente compiere un'azione per poter fermare il corso di una malattia, poiché altrimenti il paziente muore. Si tratta di un momento decisivo in cui si è costretti a scegliere tra la vita e la morte. Questo era l'originario significato della parola greca krisis, che poi, in epoca moderna, ha assunto il significato più generale di momento delle scelte necessarie e irrevocabili, soprattutto in ambito economico e politico. Il concetto di critica deriva da questo atteggiamento deciso, che pone ordine tra le cose attraverso delle scelte nette.

Da parte mia, propongo di considerare l'agire poetico come un momento in cui la scelta precisa delle parole non risolve la crisi, ma la prolunga. Il linguaggio poetico ha bisogno che tutti i possibili scenari coesistano insieme. La poesia non conserva il corpo nella malattia, ma lo fa esistere allo stesso tempo come vivo e come morto, senza alcuna scatola intorno, come avveniva invece per il celebre gatto di Schrödinger. La poesia è un'ambiguità senza dubbio, poiché in quanto poiesis, produzione, visualizza i possibili, anziché lasciarli celati.

Il termine "crisi" rinvia anche a un altro concetto: quello di "Apocalisse". Infatti, nella mitologia cristiana, l'Apocalisse è un momento di scelta decisivo e definitivo: l'umanità sarà suddivisa in buoni e cattivi alla fine del concetto stesso di tempo. Non a caso, in quest'epoca storica dove il concetto di "crisi" è onnipresente, il genere apocalittico si è diffuso in maniera capillare tra le varie forme letterarie, dal fumetto alla serie tv, dal romanzo alla poesia. Ed è in questo filone che si inserisce il mio nuovo libro, Nostantropia.[6]

In esso, il lettore si confronta con un mondo in cui gli esseri umani non ci sono più. Tuttavia, l'umanità persiste all'interno dei suoi artefatti: merci, rifiuti, immagini, cyborg, robot, miti. Attraverso il potere poietico, costruttivo, della poesia, ho cercato di porre il lettore di fronte a un ossimoro: un mondo in cui l'umanità non esiste più che si descrive, però, attraverso categorie del sentire umano: robot che desiderano un bacio, cyborg che partecipano a sacrifici rituali, distributori automatici che cantano la poesia. L'assenza dell'umanità che coesiste con la propria presenza, così come accade con la nostalgia: l'assenza di un luogo si fa così pressante da riempire il nostro spazio riflessivo ed emotivo, a volte in maniera così potente da condizionare la nostra stessa percezione della realtà.

Da un punto di vista estetico, ho cercato di seguire quanto insegnato da Mark Fisher sul genere eerie: si tratta di opere che cercano di suscitare effetti di inquietudine mostrando qualcosa dove non dovrebbe esserci niente o viceversa.[7] È quella sensazione che si prova di fronte a oggetti inanimati che si muovono all'improvviso o a esseri viventi che si immobilizzano come se fossero delle cose. Un genere che si fonda su ciò che non torna, sull'incoerenza, su movimenti di cui non si comprendono né la ragione né la causa. Nella maggior parte dei casi, il racconto eerie è costruito a partire da una situazione ordinaria, nella quale tutti i lettori possono riconoscersi: dopo un po', all'improvviso, nel racconto eerie subentra però un elemento discordante, che provoca effetti di perturbamento. In Nostantropia, al contrario, l'Apocalisse è già avvenuta: la straordinarietà dell'estinzione umana è la normalità. Per questo, la banalità dei sentimenti umani, in questo contesto, diventa l'eccezione: è ciò che non dovrebbe esserci più ma che continua a esistere. L'eerie è la narrazione dello spiritismo: l'inanimato si anima e agisce anche quando dovrebbe stare fermo. In Nostantropia è l'umanità a essere spirito, a essere quell'elemento demoniaco o fatato che porta la magia nell'immobilismo di un mondo composto da semplici scarti, come se fosse un'immensa discarica di ricordi e rovine.

Fin qui, però, ci siamo mossi all'interno di una dimensione piuttosto teorica, osservando come il concetto di "critica" influenzi il mio fare poetico. La critica, però, è anche e forse soprattutto qualcosa di molto concreto: è la continua esplorazione di ciò che esiste, per poter comprendere meglio il reale. Avendo una formazione letteraria, la porzione di Essere che cerco di scandagliare ogni giorno riguarda la produzione artistica e filosofica: più semplicemente, scrivere poesia significa anche posizionarsi rispetto a ciò che si scrive nel mondo in cui si vive.

Guardiamo, quindi, alle rappresentazioni dell'Apocalisse: essa è presente principalmente all'interno di medium narrativi, cioè all'interno di forme che, aristotelicamente, hanno un inizio, uno svolgimento e una fine.[8] Il che, a pensarci bene, è una sorta di paradosso: può la fine per eccellenza avere una storia? Può una porzione della narrazione diventare la narrazione stessa? Di fatto, nelle produzioni artistiche contemporanee non viene raccontata la fine dell'umanità, ma la fine di gran parte dell'umanità: sono Apocalissi al 99%, in cui non si descrive la morte di tutti, ma la vita di un piccolo gruppo di sopravvissuti. Il fumetto The Walking Dead di Robert Kirkman mostra le storie degli esseri umani che ancora non si sono trasformati in zombie, la serie di videogiochi Fallout permette di esplorare il mondo dei sopravvissuti all'olocausto nucleare, in romanzi come Sirene[9] di Laura Pugno o La seconda mezzanotte[10] di Antonio Scurati si racconta la vita di chi è rimasto dopo la catastrofe. Si parla di mondi alla deriva, ma mai completamente finiti. Io, al contrario, ho voluto rappresentare la fine. Non c'è storia, poiché non c'è più tempo.

Per questo ho avuto bisogno della poesia. Qui riprendo un saggio di Gaston Bachelard, in cui si cerca di mostrare come l'essenza della poesia non debba essere cercata in questioni formali, ma nel suo particolare modo di rappresentare il tempo.[11] Infatti, per il filosofo la poesia, a differenza della narrativa, concepisce il tempo come un insieme di punti scollegati tra di loro. La poesia, quindi, rappresenta l'attimo in cui si racchiude e si svolge tutto il senso: le varie poesie della raccolta, quindi, non formano una linea crono-logica, ma un mosaico di punti cruciali, in una continua rifrazione di sensi che non corrono su una retta, ma formano strutture complesse circolari, fatte di continui rimandi, corse in avanti e ritorni all'indietro. A differenza della narrazione, che mette ordine nel caos del reale per formare un senso, la poesia trova il senso nel caos stesso. La narrazione è attenta ai rapporti di causa ed effetto, anche nelle storie fantastiche. La poesia, invece, crea relazioni tra le cose indipendentemente dai rapporti reali o realistici, basti pensare al senso che si crea dagli accostamenti metaforici o dalla vicinanza tra parole in rima.

La mia è una poesia che prende sul serio il postmoderno, facendo a meno della sua ironia. Umberto Eco ha mostrato come la letteratura postmoderna costruisca le sue storie attraverso frammenti di altre storie. Le opere postmoderne, nonostante siano costruite con materiale riciclato, sono imponenti e complesse: a me, invece, interessava attraversare i frammenti senza provare a costruire una struttura dalle solide fondamenta. L'Apocalisse è, per me, una discarica: qualcosa luccica qua e là, ma questa luce non illumina nessun palazzo, nessuna strada, nessuno schema. E, di fatto, questo è il volto dello spazio più frequentato dagli esseri umani di oggi: il mondo dei social network. I nostri schermi sono riempiti da carrellate di immagini, suoni o scritte che seguono una sola logica: quella dell'ossessione, della coazione a ripetere. Clicco "mi piace" su un contenuto e lo spazio virtuale si modella affinché mi appaiano altri contenuti simili. Lo spazio virtuale è formato da cumuli di accumuli, in una bulimia semica che rende la nostra vita un attraversare magazzini di significati. Il magazzino, cioè una discarica che si è data una ripulita.

Nostantropia è una discarica che dà importanza ai vuoti. Le mie poesie sono brevi perché è importante che intorno a esse ci sia l'ossigeno dello spazio bianco della pagina. L'ispirazione proviene da Ungaretti: ma se per il poeta che attraversa la Prima Guerra Mondiale il vuoto è necessario per restituire la tragicità e l'oppressione dell'assenza, per me il vuoto è necessario per permettere al lettore contemporaneo di trovare un proprio spazio tra i frammenti. Un vuoto in cui ricostruire il proprio meccanismo del desiderio, senza dover restare perennemente connessi al desiderio del web.

Concludo ritornando alla pandemia, all'autunno del 2020 in cui questo seminario è nato. Ritorniamo a quell'angoscia. Credo che oggi la nostra angoscia non dipenda dalla paura per l'indefinito, ma dalla paura per l'eccesso di definizione. Non c'è margine per la nostra immaginazione: tutto è continuamente riempito dallo spazio del desiderio consumistico. Ogni silenzio o vuoto è appaltato a un cartellone pubblicitario, ogni attesa è ingozzata da una miriade di contenuti che bandiscono la noia dalle nostre vite.

E in mezzo a tutte queste cose, ho immaginato la nostra scomparsa. Affinché nello spazio lasciato vuoto da noi si ritrovi il desiderio di noi, come individui in mezzo agli altri, come corpi che si abbracciano, contro il tempo pandemico che ci ha fatto credere di poterci fidare solo del nostro riflesso sullo schermo nero.


Gerardo Iandoli


[1] Martin Heidegger, Che cos'è metafisica? (1929), Milano, Adelphi, 2001.

[2] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus (1921), Torino, Einaudi, 1983, p. 82.

[3] David M. Armstrong, Che cos'è la metafisica (2010), Roma, Carocci, 2016, p. 30.

[4] William Empson, Sette tipi di ambiguità (1930), Torino, Einaudi, 1977.

[5] Gran parte dei ragionamenti sulla crisi fanno riferimento a Reinhart Koselleck, Crisi (1972), Verona, Ombre corte, 2012.

[6] Gerardo Iandoli, Nostantropia, Osimo, Arcipelago Itaca, 2023.

[7] Mark Fisher, The weird and the eerie (2016), Roma, Minimum fax, 2018, p. 12.

[8] Aristotele, Poetica, Roma-Bari, Laterza, 1998, p. 17.

[9] Laura Pugno, Sirene, Torino, Einaudi, 2007.

[10] Antonio Scurati, La seconda mezzanotte, Milano, Bompiani, 2011.

[11] Gaston Bachelard, Istante poetico e istante metafisico (1939), in ID. L'intuizione dell'istante - La psicoanalisi del fuoco, Bari, Dedalo, 2010, pp. 101-107.

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