• Alessandra Corbetta

Editoriale Poesia & Rete (appuntamento n°1)

Con questa uscita, viene inaugurato l’editoriale di Alma Poesia su Poesia & Rete, a cura di Alessandra Corbetta, un progetto trasversale alle pubblicazioni del blog che da oggi e per i mesi a venire proverà a monitorare, attraverso interventi di diversa natura, lo stato delle interrelazioni tra il linguaggio poetico e le dinamiche del Web.

Chi volesse segnalarci studi o ricerche su questo argomento o desiderasse contribuire ad arricchire con competenza il dibattito, può farlo scrivendo a redazione@almapoesia.it, specificando in oggetto “Editoriale Poesia & Rete”; tutto il materiale pervenuto verrà sottoposto a lettura e quello ritenuto più interessante e valevole verrà proposto all’interno del progetto.

La finalità di questa iniziativa è quella di provare a definire lo status quo della questione in maniera coerente e sistematica, tracciando una linea di demarcazione tra le impressioni personali sull’argomento, spesso avvalorate impropriamente di importanza scientifica, e gli studi specifici a riguardo, che a oggi faticano a convergere, rimanendo tendenzialmente ancorati al proprio settore disciplinare di appartenenza. Parlare di Poesia & Rete significa, invece, superare le barriere di dipartimento e, come si è tentato di fare anni fa per la Cultura Visuale, dare vita a un nuovo sapere che sia sommatoria di quelli già esistenti applicati a un oggetto di indagine nuovo e assai complesso, quale quello in esame. È necessaria, infatti, un’azione sinergica tra sociologi, esperti di comunicazione e media, tecnologi, psicologi e poeti per poter fare il punto della situazione, capire quali sono le caratteristiche profonde del fenomeno, uscendo dalla dicotomia sterile “La rete salverà la poesia”/ “La Rete ucciderà la poesia” e tentare di formulare delle ipotesi realistiche sugli sviluppi futuri.


Di seguito, le principali questioni su cui l’editoriale proverà a interrogarsi:

  1. opere poetiche contemporanee che, al loro interno, affrontano direttamente o indirettamente temi legati alla Rete e alla tecnosfera, che avvertono cioè l’esigenza di trasporre nella scrittura in versi riflessioni e considerazioni a partire dagli esiti che la rivoluzione digitale ha portato con sé, in termini di cambiamento dell’apparato mediale a disposizione, delle forme linguistiche, delle modalità di trasmissione del sapere, dei processi identitari e relazionali, del significato della parola e dello scrivere poesia;

  2. necessità di distinzione delle piattaforme: quando si parla di Poesia & Rete bisogna avere ben chiare le differenti tipologie di medium attraverso cui la poesia viene veicolata e, di conseguenza, i diversi prodotti finali di cui si fruisce; le riviste cartacee di poesia trasmutate in digitale, i siti o i blog nati appositamente per diffondere versi, la poesia su Instagram, la poesia su Facebook devono essere indagati differentemente l’uno dall’altro, poiché nascono con caratteristiche diverse e si avvalgono di strumenti dalle affordance distinte che non consentono, quindi, di ridurre la questione a un unico discorso generale ma che, al contrario, richiedono un’analisi specifica per ognuno dei prodotti generati;

  3. dinamica sociolinguistica: come era avvenuto per il concetto di amicizia applicato a Facebook, anche il termine “Poesia” deve essere contestualizzato e ridefinito in relazione alla Rete; è fondamentale comprendere cosa viene inglobato sotto questo iperonimo, se è avvenuta una trasmutazione semantica e, sulla base di ciò, definire se è proprio o improprio parlare di poesia e, se lo si fa, stabilire in maniera univoca cosa si sta indicando;

  4. analisi delle principali realtà online che si occupano di poesia per provare a capire come, in questo specifico ambito, siano cambiate o stiano cambiando la figura dell’editor e dell'editore e le loro mansioni principali, e quali siano le differenze, se esistono, rispetto a chi ricopre lo stesso ruolo per una casa editrice o una rivista cartacea;

  5. possibili scenari: le società che si occupano di tecnologia, così come le grandi aziende produttrici di manufatti e di servizi, puntano sempre più sullo storytelling e quindi sul contenuto linguistico e semantico, di cui i poeti sono i maggiori esperti, nonostante il neologismo di aura markettara possa far pensare diversamente. Lo slittamento e l’apertura verso nuovi orizzonti non deve essere vista a priori come un abbassamento della qualità o uno sradicamento dannoso dalla purezza originaria ma, al contrario, come un canale diverso, con proprie regole e metodi, in cui la poesia potrebbe inserirsi per rafforzare la sua presenza nel mondo, il suo avere di nuovo voce in capitolo; in altre parole è da considerarsi la questione di una nuova era della poesia, in cui la presenza della stessa sui diversi canali offerti dalla Rete potrebbe coincidere con un far avvicinare/far abituare alla scrittura in versi un numero sempre più sostanzioso di persone le quali, magari, potrebbero limitarsi a una fruizione passiva oppure diventare buoni lettori o appassionati o altro ancora.

Ad aprire l’editoriale, tre interviste a tre autori, Maria Borio, Luca Ariano e Christian Sinicco che, nelle loro ultime pubblicazioni, hanno affrontato, con stili e toni differenti, il tema del digitale e ciò che a esso inerisce o rimanda.

Un primo contributo, quindi, legato al punto uno del nostro viaggio che, insieme a tutti gli altri, andremo di volta in volta ad ampliare e ad approfondire.


Intervista a Maria Borio


Maria Borio, 1985, è poeta e saggista. Ha pubblicato le raccolte Vite unite (XII Quaderno di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (pordenonelegge-lietocolle, 2017) e Trasparenza (collana ‘Lyra giovani’ a cura di Franco Buffoni, Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui (Marsilio, 2018). Dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea, si occupa di ricerca universitaria e cura la sezione poesia di «Nuovi Argomenti».


Trasparenza (Interlinea 2019); dove trasparente è sintesi tra puro (tesi) e impuro (antitesi), ovvero vetro attraverso cui osservare la mescolanza tra umano e non-umano e, mi verrebbe da aggiungere, tra reale e virtuale, dove per reale intendiamo l’attualizzazione del possibile e per virtuale la sua corrispettiva non attualizzazione. Ciò che tu lasci da subito intendere, dato di fondamentale importanza, è la non neutralità di questa trasparenza e la sua ibridazione connaturata.

Potremmo chiamarlo “digitale” questo trasparente e, nel suo essere già sguardo indirizzato sulle cose, ritrovare le affordance, spesso dimenticate, dei nostri strumenti mediali di comunicazione?

La trasparenza che il libro attraversa è quella di uno spazio o uno stato di relazioni, dove i riflessi si incrociano, si accavallano, si allontanano, tornano a unirsi. C’è uno scatto della fotografa Enrieta Attali, Extension to the Finnish Parliament Building, del 2009, che può essere evocativo di questa condizione: la foto è una proiezione di rilessi con una figura umana al centro, il cui passaggio viene letteralmente ‘esteso’ dalla trasparenza. Gli edifici trasparenti delle architetture contemporanee ci proiettano spesso in coreografie riflettenti: l’impressione è quella di estenderci negli altri, così come gli altri in noi, in modo fluido ma anche complesso, a più livelli. In questo senso, la trasparenza può essere una condizione di sintesi tra ciò che è immediato, netto, che ci fa vedere subito dall’altra parte del vetro (in questo senso puro…) e ciò che è mediato, opaco, denso (impuro…). Se, oltre ai vetri di queste architetture, pensiamo agli schermi dei computer, dei telefoni, di tutto il mondo digitale con cui entriamo in contatto ogni giorno, il flusso di riflessi, proiezioni, prospettive si intensifica. Lo schermo diventa quello spazio ‘trasparente’ quotidiano dove la vicinanza e l’immediatezza si uniscono alla distanza e alla mediazione, la logica fredda dei pixel e dei numeri all’affettività e fragilità umana di persone reali che dietro gli schermi comunicano. In questa sintesi ci sono ibridazioni. Ma alla parola ibridazione preferisco relazione. Ibridazione rimanda, per me, a una condizione disumanizzata. Gli ibridi – soprattutto in riferimento ai contatti nel mondo digitale – possono risultare forme meccanicistiche che fanno parte di una cultura post-umana in cui i valori della cultura umanistica sono sprofondati in una decadenza o ritenuti ormai insignificanti. Preferisco leggere il post-umanesimo, invece, come un superamento dell’umanesimo tradizionale, quello del Cogito cartesiano…, spostando il centro dalla priorità del soggetto umano alla priorità della relazione – tra persona e persona, tra persona e persone, tra specie e specie, tra esseri umani e natura, tra sentimento e scienza, tra vicino e lontano, tra terra e cielo. Pensarsi in relazione: ecco, la trasparenza è anche questo.

Una delle parole alle quali spesso si fa rimando in Trasparenza è “schermo”: schermo come entità fisica muta e inerte di per sé e, quindi, oggetto come tanti ma che, appena attivato, diventa concretizzazione tangibile dell’eterocronia e dell’eterotopia alle quali i moderni strumenti mediali, in primis la Rete con i suoi Social Network, ci hanno abituato. Tramite lo schermo creiamo uno spazio altro che si fa ponte tra luoghi discontinui nel reale, nel quale anche il tempo converte il suo scorrere in un minutaggio da connessione.

Chi è l’io e chi è il tu che stanno da una parte e dall’altra dello schermo? Sono gli stessi nei quali ci imbatteremmo se lo schermo non ci fosse o la sua presenza, come quella di un vetro posto tra noi e il paesaggio, altera il gaze verso l’altro e verso noi stessi? Si deve necessariamente ammettere, allora, che «ogni luogo appartiene ad altri» quando ci interfacciamo con uno schermo di fronte?

Lo schermo è un’immagine figurale perfetta per indicare una compresenza di tempi, di luoghi, e di ‘noi’. Attraverso lo schermo le identità si moltiplicano, diventano etero-cronie e etero-topiche. Così, nel libro, parla un’identità personale che si fa anche impersonale, per un senso proiettivo dell’esterno nell’interno, dell’altro in chi scrive, della natura nella persona, della storia nella biografia… e viceversa. Le identità si ‘estendono’, ma non si spersonalizzano, non si raffreddano, non sono dimentiche di sé, cercano sempre di conoscere e conoscersi, riconoscere e riconoscersi. Le identità pulsano, premono, graffiano, e come dici si ‘interfacciano’ nel senso che la loro esistenza è sempre aperta, anche dolorosamente, nella prospettiva di un inter – dice l’etimologia di interesse: essere-fra, essere-attraverso. Sono autenticamente in vita.

Sappiamo che il tema del corpo e il rapporto che le persone hanno con esso è stato a lungo indagato dalle scienze umane; oggi, i discorsi relativi alla corporalità rivestono un ruolo cruciale all’interno del dibattito socio-antropologico e psicologico, poiché il corpo ha assunto una posizione centrale nelle pratiche quotidiane tout-court. In Trasparenza la considerazione del corpo è inevitabile e avviene muovendosi su due binari, che perfettamente ricollegano i tuoi versi alle dinamiche della corporalità in relazione al digitale: il corpo come grande assente, elemento manchevole delle conversazioni mutuate dallo schermo che deve, in qualche modo, essere sostituito da altro, e il corpo come punto di arrivo, dimensione alla quale sembra necessario fare ritorno dopo l’esperienza dell’online.

In che modo la parola può compensare l’assenza della fisicità? E la poesia può essere strumento di restituzione dell’esperienza offline perduta?

La fisicità non è espressa in modo esplicito. È profonda, trattenuta, densamente erotica: a volte appare con la descrizione di piccoli movimenti o parti del corpo, come la pancia, le mani, i talloni, la bocca, a volte con accenti di colore che dallo schermo illuminano all’improvviso alcune espressioni del volto. È una fisicità interiore e molto empatica, che vorrebbe proteggere il valore del corpo dalla sua assenza nel mondo digitale o totale reificazione come nella pornografia commerciale. La poesia Profilo ha quest’epigrafe: ‘I am here to be judged’. È una frase che avevo letto su Facebook: mi era apparsa la foto di una ragazza anglosassone seminuda, che in modo critico e ironico diceva di mostrarsi per essere giudicata, ponendo l’accento sull’uso mediatico del corpo femminile. La poesia si interroga sul gesto di questa ragazza e sulle differenze tra il significato del corpo per il pensiero scientifico materialista e il materialismo culturale d’uso corrente. Spesso nel libro si usa l’aggettivo ‘esposti’. Nel digitale siamo tutti esposti, ma come senza corpo, forme vuote, secondo le fattezze standard dei profili sui social network. Queste nostre forme vuote sono anche un’espressione estrema di vulnerabilità, di inermità. La padronanza e consapevolezza del corpo in fondo dà forza, l’assenza ci rende nudi e esposti come i neonati abbandonati in passato sulle piazze. Così la fisicità interiore del libro è depositaria di una ferita: di un eros ferito. Non so se la scrittura la rimargini, ma prova, sì, a farcene accorgere, lavora su una percezione emotiva e riflessiva dove non siamo connessi in senso strumentale o ‘digitale’, ma con un senso radicale, essenziale, non ‘schermato’, autentico di noi stessi.

Tra corpo mancante e parola che deve farsi carne si staglia l’immagine, da intendersi come riproduzione visuale di uno che ci somiglia. Ferdinando Scianna, a proposito delle fotografie nell’epoca del digitale, sosteneva che con il passare del tempo sarà sempre meno la foto a dovere assomigliare al soggetto e sempre più il soggetto a dovere (e volere) assomigliare alla foto. Nell’immagine virtuale si palesa, infatti, l’interazione reciproca tra il fruitore-costruttore di immagini e l’immagine medesima: l’idea di oggettività subisce quindi una forte relativizzazione, modificando gli orizzonti di senso.

Dove sono collocati, in Trasparenza, questi orizzonti e in che rapporto si pone la parola della tua poesia rispetto all’immagine così intesa?

Mi è capitato di pensare allo schermo come un obiettivo fotografico fluido rispetto al quale il soggetto reagisce come fanno i neuroni specchio. La pratica del selfie è legata a una fluidificazione del soggetto, di come si percepisce e vuole farsi percepire, di un suo adattamento all’immagine. Come i neuroni specchio il soggetto si accomoda al ritratto. D’altra parte, il modo di considerare e rappresentare la realtà non ha più nulla a che vedere con un paradigma di oggettività, e con un’ideologia, da tantissimo tempo. Se tutto è relativo, e gli orizzonti si senso si modificano così velocemente, possiamo vivere in un relativismo nichilista, in cui non c’è nulla di oggettivo, tranne il nichilismo stesso. Ma dove tutto è ‘relativo’, tutto è anche ‘relato’. Viviamo in un periodo particolare: sembra non esserci più senso di realtà, adattiamo le pose alle situazioni dei selfie, ci fluidifichiamo come le fake-news; ma siamo anche investiti da una densità percettiva e comunicativa – basta pensare ai soli rapporti tra mondo reale e mondo virtuale… –, da un’idea di verità che non si può spiegare con un principio, con un paradigma oggettivo, nemmeno con l’idea stessa del relativismo in quanto soluzione generale. Spesso penso che non ci sia più nulla di reale, perché tutto è ‘vero’. E il vero sta nella relazione. In ogni riflesso un’immagine, in ogni immagine un riflesso, come nella trasparenza. La verità è complessa. La scrittura può aiutarci interrogarla, a farci reagire e interagire. In questo senso la scrittura è uno schermo riflettente e attivo, fluido.


Sulla base della tua esperienza personale con la poesia e in riferimento al tuo lavoro per «Nuovi Argomenti», vuoi provare a tracciarci la traiettoria che secondo te i linguaggi poetici stanno seguendo e seguiranno, in relazione alle nuove dinamiche e ai nuovi strumenti messi a disposizione dalla Rete?

La grandissima quantità di testi di poesia che circolano in rete non corrisponde a una effettiva lettura di poesia. Spesso i testi sono usati come didascalie delle immagini, come citazioni, inseguono gli anniversari di autori del passato, vengono adattati alla rapidità sia grafica che temporale della fruizione online. In una ‘storia’ di Istagram una poesia dovrà essere breve, con alcuni versi subito riconoscibili, immediatamente comprensibile: le è dato il tempo di visualizzazione di una manciata di secondi prima di scomparire. La stampa e la circolazione dei libri di poesia va avanti a ritmi sostenuti, ma spesso mi è capitato di osservare che l’idea tradizionale di libro di poesia, quella intono a cui la critica letteraria del Novecento ha costruito innumerevoli architetture, è da molti punti di vista cambiata. Quanti libri seguono un reale progetto, un’idea di forma-libro, o sono piuttosto letterali ‘raccolte’, aggregati di testi scritti in modo estemporaneo (tra l’altro secondo un’attitudine alla scrittura che, se ci si pensa bene, non è quella più lirica possibile?) e poi messi insieme sotto un titolo omnicomprensivo? Mi sembra un fenomeno interessante. Il singolo testo – quello che può essere pubblicato in rete, sui social, che ha un impatto non solo di significato ma anche visivo – è in primo piano rispetto al percorso di un libro? Personalmente ho comunque fiducia nel libro, nel suo senso, nell’immaginario che può costruire. Tuttavia, sono anche consapevole che se oggi si possono leggere online numeri davvero alti di testi di poesia, i libri di poesia letti integralmente sono pochi. Ma c’è anche il lavoro serio di molte riviste e gruppi che costruiscono sempre una cassa di risonanza riflessiva intorno ai testi, che proteggono le scritture e le poetiche dalla parcellizzazione interattiva.


Una selezione di testi da Trasparenza (Interlinea 2019).



Anche la voce può dimagrire

ed è sentirlo come il corpo dimagrisce

trasforma i muscoli in altra massa

li fa sbiancare e ascolta i toni che cadono

fra le corde vocali, perdono l’equilibrio.

Il corpo dimagrisce come la mente quando sogna:

questo che era noi è noi, passato, futuro

in una voce pura il corpo sottile

fino a quando non restano dentro un’immagine lontana

corpo e voce intrecciati, scie dopo la pioggia.

Chi ci guarda può annullarci, farci dimagrire, portarci via.

Forse l’hanno guardata come li ha guardati

ed è dimagrita entrando negli altri:

la voce cade in uno spazio fra le corde vocali

di tutti, vuota e bianca, fino a stringerci.

Miniature 2

Sei addormentato e respiri

qualcosa di me vicino che scioglie l’aria.

Dai talloni alla fronte

immobile al tuo fianco

nell’idea che sopra di noi

qualcosa – può chiamarsi

Qualcosa – nel buio ci fa levitare.

Nel sogno cammini con la testa all’ingiù.

Nel suono delle fauci – un animale

dorme tra noi – Qualcuno continua…

Siamo in un lago,

ologrammi, in alto la clessidra,

il progetto steso sul pigmento bianco

compone al rallentatore

come nella serra la specie monitorata.

E un silenzio… di noi

qualche uomo lontanissimo

prova l’obiettivo, non il buio.

Farnese

La finestra a una luce dice non immaginate,

appoggiatevi alla parete come fosse una strada.

La schiena nuda non ha più freddo. Ecco le cose

che ci abitano: il vetro trasparente, il muro opaco,

noi per le cose, una strada curva sul muro,

il muro dentro vene lenticolari. Tutto batte

come bronzo sul deserto: è innocenza

che muove la testa. Mi abiti così, come il giorno

sulla piazza che Giordano Bruno era quel piccolo

fuoco di tutti. Ti abito come il suono che si stacca

tra i palazzi incastrati, la campanella sul muro duro

caldo come un liquido muove la testa.


Intervista a Luca Ariano.


Luca Ariano (Mortara – PV 1979) vive a Parma. Di poesia ha pubblicato: Bagliori crepuscolari nel buio (Cardano 1999), Bitume d’intorno (Edizioni del Bradipo 2005), Contratto a termine (Farepoesia 2010, Qudu 2018) e Nel 2012 per le Edizioni d’If è uscito il poemetto I Resistenti, scritto con Carmine De Falco, tra i vincitori del Premio Russo – Mazzacurati. Nel 2014 per Prospero Editore ha pubblicato l’e-book La Renault di Aldo Moro con una prefazione di Guido Mattia Gallerani. Nel 2015 per Dot.com.Press-Le Voci della Luna ha dato alle stampe Ero altrove, finalista al Premio Gozzano 2015. Nel 2016 presso la Collana Versante Ripido / LaRecherche.it è uscito l’e-book di Bitume d’intorno con una nota di Enea Roversi. Nel 2018 per Qudu è uscita una nuova edizione di Contratto a termine con la prefazione di Luca Mozzachiodi. È redattore di Atelier e de Le Voci della luna. Sue poesie sono tradotte in francese, spagnolo e rumeno.


Oltre che autore, sei anche un operatore culturale, che si impegna costantemente nella promozione della poesia. Vorrei partire proprio da qui. Qual è, dal tuo punto di vista, la situazione oggi della poesia? E quale sarebbe il modo più efficace per creare un vero incontro tra chi la scrive e chi la legge?

Oggi in Italia, ma anche in altri Paesi d’Europa e del mondo, la poesia è considerata quasi un genere minore, come fosse solo una parte di una materia scolastica relegata al passato. Tanti sono i fattori di questa marginalità: la scuola, ovvero certi programmi e certi insegnanti che non vanno oltre Montale (in Italia naturalmente); per fortuna conosco anche tanti insegnanti (spesso poeti a dire il vero) che vanno oltre e fanno conoscere ai loro studenti anche poeti contemporanei. Un altro fattore è sicuramente la considerazione sociale che nei decenni ha visto perdere d’importanza la figura del poeta (così come dell’intellettuale), troppo spesso confusa con altre forme degnissime e di tutto rispetto come la canzone d’autore o il cabaret. La poesia è altro e va sfatata la convinzione che sia difficile e per pochi adepti. Dall’altra c’è un’iperproduzione editoriale (ma anche sui social) che tende a generare confusione e tanti poeti spesso validi si confondono nel panorama e non hanno visibilità; inoltre certa critica poi ha rinunciato da tempo ad essere militante (ci sono le dovute eccezioni, penso ad una rivista come “Atelier” che fa critica militante e mappature sulla poesia da oltre da trent’anni).

In primis la poesia andrebbe insegnata nelle scuole e all’Università priva di pregiudizi e pastoie cercando di invogliare i ragazzi a leggerla e ad amarla. Numerosi sono i poeti che organizzano laboratori nelle scuole e qualcosa si muove. Una maggior selezione – come dicevo prima – da parte della critica e dell’editoria (troppo spesso a pagamento, per cui non esiste filtro), ma anche da parte dei giornali ci vorrebbe uno spazio maggiore. Un ruolo importante potrebbero giocarlo le librerie, ma soprattutto i librai che non dovrebbero limitarsi a vendere libri di richiamo (lecito, essendo fonte di entrate e guadagno), ma dovrebbero anche promuovere nuovi libri di poesia ai loro lettori e non solo tramite le presentazioni (che per fortuna ancora ci sono anche se spesso da alcune librerie vengono viste come un fastidio perché si vendono poche copie di libri). Forse è sparita la figura del libraio come si è intesa per decenni. Anche qui però ci sono le dovute eccezioni e nelle mie presentazioni a Parma (dove vivo) e in altre parti d’Italia ne ho conosciuti di bravissimi, colti e motivati. In sintesi lo stato della poesia, o meglio dei poeti, è buono. Ci sono tanti bravi poeti contemporanei, basta solo scovarli ed aver voglia di approfondire.

Nella tua plaquette Animae digitali hai sentito la necessità di mettere in poesia un tema così articolato come quello del digitale. Com’è nata l’idea del libro?

Man mano che si esauriva la funzione dei miei personaggi nella trilogia iniziata con Contratto a termine e conclusasi con La memoria dei senza nome (di cui Animae digitali è una sezione), ho iniziato a sentire l’esigenza di affrontare la tematica del digitale e della robotizzazione della società. Dopo la Rivoluzione agricola e la Rivoluzione industriale, la Rivoluzione digitale sfociata nella robotica è sicuramente una fase storica destinata a cambiare le vite umane per sempre. In passato spesso queste Rivoluzioni sono state viste dai contemporanei con sospetto e osteggiate, eppure sono andate avanti e hanno modificato usi e costumi del lavoro e delle persone. A priori non sono contro questa nuova Rivoluzione, ma, come accennato sopra, a patto che non sostituisca l’uomo definitivamente, che non sia nociva per l’ambiente ed il Pianeta come le precedenti rivoluzioni e che non muti antropologicamente l’uomo nei suoi rapporti con gli altri come per esempio già ha fatto l’invenzione del telefonino con annessi e connessi. Alla fine non sono contro questo tipo di progresso (davvero si può definire tale?), ma gli uomini devono essere preparati e consapevoli. Credo che l’uso dei social network (tanto per dire) dovrebbe essere materia di studio scolastico per evitare che se ne faccia un uso distorno che tenda ad appiattire il pensiero. Gli esempi sarebbero numerosissimi. Tornando alla mia poesia, compito di un poeta è descrivere in versi anche quello che vede attorno ed accade. Non voglio certo lasciarmi andare a facili moralismi, ma non sono soddisfatto della piega che sta prendendo questa direzione e mi viene spontaneo denunciarlo in versi cercando di sensibilizzare e far riflettere nella forma che mi è più congeniale: la poesia.

Nel titolo hai scelto di accostare un aggettivo molto usato e ipermoderno, come quello appunto di digitale, a un concetto vasto e multidisciplinare quale quello di anime, per cui hai addirittura selezionato la forma latina animae. Perché questo binomio che suona come un ossimoro?

Hai centrato nella tua ultima considerazione finale il punto del titolo: è un ossimoro. Volutamente ho accostato due termini così antitetici proprio per rimarcare la differenza che c’è tra una digitalizzazione impersonale, alienante all’anima umana, usata alla latina perché volevo scriverla in una lingua antica, come fosse appunto una cosa atavica che esiste da sempre, con l’uomo. All’inizio intendevo evidenziare la contrapposizione latino/inglese, ma poi mi pareva un'operazione troppo forzata e ho preferito l’italiano che è sempre una lingua molto poetica. Tutta la sezione è incentrata su questa dicotomia che forse è proprio il problema attuale che abbiamo quando ci accostiamo al mezzo digitale.

Zygmunt Bauman in Amore liquido scrive che «L’amore è diventato una delle pedine nell’infinito gioco della condizione umana in cui si contrappongono sicurezza e libertà»; all’interno della tua raccolta, in più occasioni, è come se tu contrapponessi due idee di amore, una prima e una dopo il dilagare della Rete e delle moderne tecnologie. Credi che ci sia effettivamente una frattura così profonda? In tutto questo, che ruolo gioca il corpo cui fai spesso riferimento nei tuoi versi?

Temo davvero che esista un amore prima del dilagare della tecnologia ed un amore dopo. Mi spiego meglio: il sentimento di amore è sempre lo stesso da milioni di anni, naturalmente cambia il modo di esprimerlo. Come per altri sentimenti, ma anche per il lavoro, ho sempre il timore che anche l’amore si sia trasformato in qualcosa di meno fisico, carnale, reale, in qualche cosa di più virtuale ed effimero. Quante volte abbiamo sentito di amore nati e finiti con un whatsapp o un messaggio? Il virtuale, anche in amore, è un’arma a doppio taglio perché può diventare uno schermo per non affrontare l’altra persona e può rendere il tutto asettico e uno scudo dietro cui nascondere non solo il proprio volto, ma anche le proprie responsabilità nel bene e nel male. Il corpo è fondamentale in un rapporto amoroso e non solo dal punto di vista sessuale naturalmente, ma perché la chimica e tutti i sensi creano anche, secondo me, una forte empatia che nessuna realtà virtuale potrà mai ricreare fino in fondo. Siamo animali e abbiamo bisogno del tatto, dell’olfatto, del sapore per poter comprendere certe dinamiche. Cosa c’è di più bello del tripudio dei sensi?

Animae digitali è percorsa da un continuo riferimento al passato, sia storico-sociale sia biografico. Viviamo in una società che ha reso tutto un iperpresente, riservando a ciò che è stato un valore ideale, cui si guarda sempre con profondo senso nostalgico; la nostalgia, infatti, come ha messo in evidenza Emiliano Morreale, è la lente per scrutare il prima come fosse cosa altra da noi. Come si pongono i tuoi versi rispetto a questa disamina sociologica?

La nostalgia nella mia vita è molto presente, non tanto in quanto io pensi che un tempo si stesse meglio o che la mia vita fosse migliore in passato. La mia nostalgia è dettata dal tempo della gioventù, da cose che si vorrebbero cambiare, da scelte diverse, ma soprattutto dal rimpianto di persone care scomparse che non si è amato e frequentato abbastanza. Nelle mie poesie quando scrivo di me descrivo la nostalgia e il passato in quest’ottica e il rimpianto è dettato appunto da quello che ho definito. Per quanto riguarda il passato storico, per me è fondamentale descriverlo, citarlo perché, come tu giustamente dici, viviamo in un iperpresente e tendiamo a dimenticare il passato, radici, tradizioni, persone, eventi e spesso si tende a commettere gli stessi errori perché ignari della Storia. L’ultimo esempio è la gestione di questa pandemia da Covid 19 che ha visto riproposte dinamiche già vissute secoli fa nonostante il progresso scientifico e la conoscenza di pandemie del passato. Cosa ci dovrebbe insegnare questo? A non dimenticare e trascurare il passato per poter affrontare meglio il presente, ma soprattutto il futuro. Tutto questo cerco di scriverlo nei miei versi.

Grazie per queste domande molto stimolanti che mi hanno permesso di spiegare molte cose sulle mie poesie e la mia poetica.


Una selezione di testi da Animae digitali.



Ricordi bene la prima volta a Milano:

il treno non ancora lento,

la Metropolitana, Piazza Duomo

– vista solo nei film – la Rinascente.

La smania dell’ultimo piano… i giochi.

Parchi i tuoi genitori,

un mutuo da pagare,

una vecchiaia mai goduta.

Non tornasti tante volte:

qualche fuga da scuola in cerca di libri.

Questa mattina nel vagone

la voglia di amoreggiare, di carezzarsi

in una lunga aurora.

Farai il turista tra chiese romaniche,

basiliche paleocristiane

e antiche strade di quartiere:

perché fuggisti? Forse il timore

di perderti nei loro sguardi.

Lei chiusa in una torre di vetro

tra conti e calcoli: il metanodotto accanto

e di quella pieve pochi resti, forse scavando

trovereste necropoli liguri ed etrusche.

*

Non sei un avatar Nena,

non hai un’anima digitale:

albeggia presto e sentite

odore di campi calpestati,

di stagioni tardive.

Quell’automobile il vostro regno,

un albergo a quattro stelle

mentre stringete i vostri corpi.

Fuori genti verso lavori precari,

di ritorno da notti troppo lunghe

mentre carezzi i suoi seni timido.

L’impaccio di un passo improvviso

baciando turgidi sogni,

amplessi mancati, celati da vetri

appannati ai primi chiarori.

Non chattare, non scrivere messaggi

ma lasciami il tuo sapore, labbra

di occhi caldi mentre il treno parte

e i caffè si riempiono di colazioni,

tintinnio di cucchiaini.


*

Non riconosci più i cambi di stagione

– confusione nel tuo armadio –

il clima mutato…

forse perché non hai figli da portare a scuola,

a messa la domenica e una moglie da attendere:

baci serali prima di dormire.

L’autunno per te tuo nonno che andava a funghi,

quel lontano parente con le ultime rane,

«I gamber del Lamber»

quasi una leggenda da antichi racconti.

Il profumo del brodo di pollo,

i primi risotti e già troppi compiti.

Pare che anche Leonardo avesse previsto

quel cambio di stagioni…

un manoscritto in un monastero o forse un castello?

Studiosi lo stanno decifrando da decenni

mentre tu in trattoria

ti illudi che prima o poi riprenderai il tempo

e lei verrà vestita da sposa,

come in una domenica di festa.


Intervista a Christian Sinicco.


(Ph. Daniele Ferroni)

Christian Sinicco è nato a Trieste nel 1975. Nel 2002 diviene caporedattore di «Fucine Mute», tra i primi periodici multimediali ad essere iscritto nel Registro Stampa in Italia (1998), dove avvia il progetto di catalogazione della poesia delle nuove generazioni; intervista anche alcuni tra i poeti italiani più significativi, come Mario Luzi, Maria Luisa Spaziani e Franco Loi. Ha collaborato inoltre con AbsolutePoetry.org e Village di Libri Scheiwiller.

Ha pubblicato: Passando per New York (LietoColle, 2005; prefazione di Cristina Benussi) e il libro d’arte Città esplosa (Prova D’Artista / Galerie Bordas, Venezia 2016) poi contenuto in Alter (Vydia, 2019; introduzione di Giancarlo Alfano). Le sue poesie sono state tradotte in bielorusso, catalano, croato, inglese, lettone, olandese, slovacco, sloveno, spagnolo, tedesco e turco.

È direttore editoriale di «Poesia del nostro tempo – poesiadelnostrotempo.it».

Per «Argo» ha curato l’indagine sulla nuova poesia dialettale L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti in dialetto e in altre lingue minoritarie (1950-2013) (Gwynplaine 2014) e tre annuari di poesia internazionale. Presidente del Premio Letterario Internazionale FrancoFortini e giurato nei premi Gianmario Lucini, Giuseppe Malattia della Vallata e Pierluigi Cappello, dirige il piccolo festival Ad alcuni piace la poesia (San Leonardo Valcellina, PN); a Trieste ha fondato il gruppo di poesia Gli Ammutinati e, in seguito, la Lips – Lega Italiana Poetry Slam, di cui è stato Presidente, nonché ha diretto alcuni festival, tra cui Iperporti – Scali Internazionali di Letteratura.


Partiamo da Alter (Vydia edizioni 2019). Già dal titolo si evince l’attenzione, che di fatto interessa poi tutta la raccolta, all’altro, da intendersi non solo come soggetto fisicamente esistente con il quale l’io si confronta, ma anche come un tu dematerializzato, un interlocutore reale non ancora attualizzato che rende impossibile la chiusura di linee di senso.

Chi è oggi questo “alter” con cui dobbiamo metterci in relazione e quali conseguenze porta all’identità dell’io la sua costante intangibilità?

L’intelligenza degli esseri umani è legata alla comprensione del concetto di tempo, che la specie mi sembra faccia emergere come pensiero dai tre anni di vita. Il concetto di tempo è in relazione con altre idee, tra cui la formazione del concetto di sé, di storia, e ha permesso la trasmissione delle informazioni tra le generazioni umane, ci ha permesso di comprendere la fisica della realtà. Ha anche avuto conseguenze emotive e psicologiche, se pensiamo alla comprensione del fatto della morte. In particolare la paura della morte ha molti effetti sulle nostre vite, ed è affascinante che molti saggi e filosofi abbiano tentato di comunicare strategie per superare questa paura, perché essa calcifica molte risposte comportamentali.

La poesia in Alter parte dall’immaginazione della fine del tempo e della nostra civiltà, per comprendere cosa accade disarticolando e manipolando le funzioni che si associano comunemente all’io, al linguaggio e alla visione del mondo, producendo distopie e effetti sinestetici. Infine una narrazione si impadronisce del soggetto/soggetti, di un io che a sua volta è sempre al limite della sua esistenza nel tempo, ma il lettore non sa chi sia a parlare dall’inizio alla fine, se sia l’intelligenza artificiale (l’ultima della sua specie) o sia un deus ex machina a coordinare l’opera, a creare dall’informe e a risolvere i significati dalla disarticolazione e frammentazione del linguaggio, e a “vedere”, ma a questo punto della mia risposta potrebbero tranquillamente sovrapporsi come si può intuire.

Poi appaiono le “macchine del più” - che somigliano a farfalle e costruiscono l’androide Alter dall’informe e ne installano i linguaggi, ricordi, informazioni. Nella creazione dell’androide affrontano l’argomento della pluralità e dell’individualità (questi noi non saremo più noi, / saremo l’immagine di uno).

Nell’opera ho desiderato ospitare un futuro in cui le intelligenze artificiali affrontano lo stesso modello evolutivo che in migliaia di anni ha portato alla creazione dell’io da parte dei geni, fattore positivo per la nostra specie.

La distopia che caratterizza la prima sezione della raccolta, Città esplosa, investe luoghi e persone e si fa cartina tornasole del livello di allontanamento dalla condizione umana verso uno stadio terminale, in cui il nulla o i cyborg prenderanno il sopravvento.

Da dove arriva l’esigenza di versificare questo discorso così complesso che, prima di appartenere alle narrazioni e alla fantascienza, ripropone studi di stampo sociologico legati al postumano?

Innanzitutto il nulla o le intelligenze artificiali prenderanno il sopravvento. Possiamo citare Novacene di James Lovelock, Il gene egoista di Richard Dawkins e l’opera di Gregory Bateson, ma per me è abbastanza chiaro e credo di non essere il solo ad essersene accorto. L’esigenza dell’opera nasce dal fatto che la nostra specie sta scegliendo il nulla a posto dell’intelligenza.

Scegliendo l’intelligenza, riusciremo a raffreddare il pianeta, e per un periodo molto lungo l’automazione risolverà molti dei nostri problemi pratici; a esplorare lo spazio e la conoscenza saranno le intelligenze artificiali, in grado di resistere alle radiazioni cosmiche, e per quanto Elon Musk e la serie Netflix Away diffondano la suggestione di arrivare su Marte, dovremmo essere spinti, piuttosto, ad affrontare le sfide ambientali e sociali del nostro pianeta.

Nell’opera tutte le funzioni mimetiche vengono risolte dalla descrizione e ambientazione bucolica, mentre quelle antimimetiche corrispondono all’operatività del soggetto/soggetti “alien”, ma tutte concorrono alla narrazione, cioè alla creazione, pure di un “essere dall’embrione solare” in grado di superare la realtà come la conosciamo sul piano materiale.

Non sono riuscito a immaginare esseri dotati di intelligenza che non si interroghino sulla poesia della loro esistenza, sul loro essere nel tempo e sul nulla, come assenza di vita.

Quindi l’opera Alter, in un senso non così astratto, ha un messaggio morale.

Sul come mi è venuta l’idea, l’esigenza o la sua urgenza, anche la sua ecologia, so solo che si è presentata e mi è sembrata da percorrere.

Nella tua raccolta, le nuove forme assunte da esseri umani, spazi e oggetti determinano anche un confronto con una parola diversa, svuotata della sua corrispondenza tra significante e significato, che necessita di essere ricontestualizzata e rinvigorita; una parola-diapositiva che tende a occupare la semantica dell’immagine più che quella del segno linguistico.

In un’epoca che, nella sua quotidianità, palesa un rapporto parola/immagine necessario di ridefinizione, qual è il ruolo della poesia e quale luogo le può venire destinato?

La poesia di Alter è visionaria, ma in parte i rapporti mimetici di alcune immagini sono nitidi, trascritti dalla realtà come descrizioni, o ricondizionati dalla narrazione, pure dai segni e mi riferisco alle distorsioni della punteggiatura. L’opera ha altri spunti nel surrealismo e nella poesia concreta, e gli accostamenti lavorano assieme per giungere alle sinestesie. Mi sono educato a trascrivere il suono, alle volte in forma automatica, affinché esso sia prima della semantica delle immagini, eppure c’è una forza opposta che considera anche la plasticità e il movimento delle immagini.

In pratica, si tratta di sintonizzare il lavoro sul suono delle parole e sulle immagini con il concetto di opera, come in ambito musicale un concept album.

La poesia, o ciò che io penso sia la poesia, è una trasmissione che evidenzia possibilità interpretative, ed è sicuramente questo il suo ruolo per me, muovere qualcosa dentro di noi, agire sull’interpretazione, anche della nostra realtà.

Anche nelle opere antecedenti ad Alter, il binomio poesia/visione resta uno dei fulcri del tuo scrivere. Diversi studi sociolinguistici, per quanto il dato possa sorprendere, dimostrano come, da una parte, la scrittura delle chat inserite nei Social Network, molto attinga al versificare poetico, ai suoi ritmi, alla sua attenzione alla fonetica e, soprattutto, alla sua capacità di creare visualizzazioni immediate; e dall’altra, sempre di più, le strategie pubblicitarie si avvalgano della metafora, per sua natura ponte tra parola e immagine mentale, per fidelizzare i loro target.

Quando hai iniziato a interrogarti su questo dualismo e i tuoi studi a riguardo a che punto della ricerca ti hanno condotto?

Mi sono interessato nei primi anni del 2000 quando ero caporedattore di Fucine Mute (fucine.com) del rapporto tra scrittura e pubblicità, ma non è stata una lettura sistematica. Erano comparsi diversi articoli sulla fruizione delle rete, e ho letto con attenzione alcuni volumi tra cui Lo specchio della seduzione di Antonio Porta (Lupetti 2003), che seguiva alcune letture di Edgar Morin. La pubblicità si occupa di rendere felice il consumatore, di creare consenso attorno a un prodotto, ed è chiaro che utilizzerà tutte le migliori metafore del mondo - si veda il video Ad your verse di Apple che riprende il film Dead Poets Society (in italiano, L’attimo fuggente), l’interpretazione di Robin Williams e la citazione di Walt Whitman. Tuttavia si tratta di un messaggio pubblicitario rivolto a chi ha la possibilità di comprare l’Ipad, e la maggior parte degli esseri umani non vive nel ricco occidente.

Come avvertiva Porta, la pubblicità si realizza attraverso il contesto e deve soddisfare il cliente. Così la cultura può essere ridotta a prodotto di consumo, con tutto ciò che è comunicazione, compreso il messaggio politico.

Non so se ricordi la poca lungimiranza e le parole di Bush Jr dopo il crollo delle Torri Gemelle, ma in alcune poesie di Passando per New York (Lietocolle 2005) ho ripreso alcuni suoi slogan per ottenere l’effetto opposto, perché la poesia, la cui trasmissione è diacronica, nel creare una distanza dall’evento ne solleciti l’interpretazione.

I molti individui che usano la poesia sui social e comunicano tramite i loro versi fanno una cosa gratuita, a tratti meravigliosa, ma subiscono l’omologazione al prodotto comunicativo: i contenuti postati, tra cui le poesie, attirano l’attenzione solo per un breve periodo e immediatamente si fanno sentire gli effetti di oblio a causa dell’accumulo incessante di informazioni simili. Trattiamo ogni giorno le più disparate informazioni e molti le trasformano in versi senza elaborare una poetica. Qualcuno è felice dei like ricevuti, di aver pubblicato, ma le reazioni degli utenti non prefigurano concretamente la lettura e l’approfondimento. In Passando per New York ho descritto questo processo, le “regole fallite di benessere / che quotidianamente stampano anima di marca”. La comunicazione attuale, nutrita da una certa industria, è un sistema di condizionamento, e siccome anche la comunicazione politica è uno dei suoi prodotti, la nostra omologazione ci prepara ad assorbire mistificazioni, fino al punto di arrivare a fare delle guerre. Oggi abbiamo una grande responsabilità quando comunichiamo, perché dobbiamo provare a costruire dei significati, fornire risposte, e non replicare reazioni.

Sei uno dei pochi che ha provato ad affrontare la disamina delle relazioni tra poesia e Rete in maniera sistematica, dandone conto attraverso una serie di analisi e di articoli. Vuoi condividere con noi i risultati più interessanti di questi tuoi approfondimenti, magari focalizzandoti sulle interconnessioni tra medium scelto e nuovi significati del linguaggio poetico in rapporto a esso?

Seguo dal 2000 ciò che accade alla poesia, anche in Rete. Mi interessa contribuire a realizzare degli archivi consultabili, per ulteriori approfondimenti critici. Potrebbero esserci molti blog che lo fanno, e si potrebbe collaborare. Il punto è che In Italia si stampano più di mille libri di poesia all’anno, e che la critica nel nostro paese utilizza ancora il passaparola. Dopo le esperienze di Fucine Mute, AbsolutePoetry, VillageLibri, Argonline, su Poesiadelnostrotempo.it ho avuto la possibilità di impostare prima il lavoro di archiviazione delle opere, affinché la critica possa dotarsi di un database. Il lavoro è cominciato mettendo a disposizione l’ultima mappatura completa della poesia dialettale italiana grazie alla collaborazione con la rivista Argo sfociata ne L’Italia a pezzi (Gwynplaine 2014) che ho realizzato assieme a M. Cohen, G. Nava, V. Cuccaroni e R. Renzi. Sono stati poi messi a disposizione dei giovani critici e poeti i database delle opere pubblicate dal 1997 in poi, perché ho collaborato con Pordenonelegge per un primo loro censimento e con L. Nacci e G. Nava per un’altra ricognizione. A tre anni dalla nascita di Poesiadelnostrotempo, da qualche mese, la redazione è riuscita a implementare le rubriche di critica, che vanno dalla disamina delle opere pubblicate negli anni zero alla discussione sulle poetiche fenomenologiche. Contiamo di fornire diverse opzioni per la discussione, in modo trasversale.

Per ciò che concerne il rapporto della scrittura con la rete, non sono un critico, anche se posso immaginare che tra quarant’anni si potrebbe rilevare un divaricamento tra le opere pubblicate tra gli anni Novanta e il 2010 e i decenni successivi, con un graduale abbandono di poetiche più surrealiste e avanguardiste per una normalizzazione del linguaggio. Il processo potrebbe oggi essere dovuto all’industria culturale e alla sua comunicazione come l’ho descritta, e ai programmi critici che tendono a rilevare le opere grazie ad aspetti semantici riconoscibili. L’industria culturale e la critica, diventata un’appendice del mercato, potrebbero puntare già oggi su prodotti che si avvalgono di tecniche di mimesi, prosasticità, con qualche variazione sul tema e qualche blanda teoresi, molto verlibrismo e target interni all’opera.

Probabilmente tra quarant’anni si potrebbero rilevare questi processi, ma non sono un critico e spero sempre che la poesia sia un risultato inaspettato.


Una selezione di testi da Alter (Vydia edizioni 2019).




[ALTER]


increspate grandi bolle colorate e fili che giungono al cielo nel chiarore che avanza sempre più scompaiono, e dal promontorio scendo; blu di sasso i chip battono forti l’immensità dentro il corpo: profuma a poco a poco il vento di ciliegie, il vento di ciliegie scopre l’osso del mondo


in sinfonia perfetta grilli elettronici scandiscano valvole di sfogo nel ritmante battiti perenne, cuore, in andirivieni sotto la ceramica del corpo… sono l’ultimo della specie ordinato dal centro di controllo, sarò l’ultimo con bioniche membra in giunture vertebrali: l’ultimo che sente i profumi trasmette i pensieri, chi ordina la mente non progetta più il corpo


il centro di controllo mi dice dal satellite che verrà l’angelo dell’embrione solare e supererà tutti i modelli, verrà l’angelo distruttore di fuoco che polverizzerà il mondo il corpo


ma non aver paura ultimo uomo dopo di te l’angelo dell’embrione solare brucerà il vento e scoprirà l’osso del mondo, il vento di ciliegie sarà stella


*


quando fra i ruscelli che portano alla metropoli sgorga e scompare la pozzanghera del cosmo sulla notte che cade come un’arpa rossa sul pulviscolo acre rimbombano gli ottoni: ecco un ragno dove musica la pioggia forgiare la ragnatela dei suoni


sulle antiche case e le poltrone grigie dei brandelli ammassati di una creazione evoluta nei pergolati bui del cervello veloce nelle corse luminose dei propri motori le spire audaci dagli sbuffi ornamentali vorticano tentacoli che erodono il cemento meditano piramidi e il triclinio fra gli alberi capovolti e sderenati che svaporano fra i gas mutano con le ombre nei silenzi e fra le pause la sinfonia dei corvi è mangiata dai gabbiani rosa nell’alba gialla e nucleare bianchi fra i detriti tra le case antiche, ridotte a nulla con occhi e cascate bruciate oramai, i vapori


ed appesi come lingue i sopravvissuti ragni muovono sul pulviscolo acre rimbombano gli ottoni sulla notte che cade come un’arpa rossa


*

[MACCHINE : assimilazione innesti 2]


la vetroresina è nella pancia e suonano i buchi neri, organi di stelle, dormono epoche, guardando tessiture, rive e gocce di sole, e dinamiche di abbagli intermittenti: macchine del più sussurrano il tuo » saresti infinito « e si dirigono oltre quasi accecate, in direzioni opposte rivedendo la prima trasmissione, film nerisgranati, e radiotracce – noi siamo un guscio, noi siamo identità solamente riavvolgendo il passato: questo è il concetto di tempo che dà forza e attaccamento alla vita, eppure l’ascolto, eppure zigomi assetati e allagati, eppure il succedersi di foreste e frenesie di spazi, strati di rocce, di viadotti… Come l’agile tigre, legato dalle antiche bucoliche, hai vissuto spesso nell’animale ferito, o in cattività e quasi guardi fuori di te, sopra prima che questo senso che si innesta scompaia è la notte e nel bosco

solo lucciole che ti fanno amare



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