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  • Alessandra Corbetta

Editoriale Poesia & Rete (appuntamento n°8)

Continua, con questo ottavo incontro, l'editoriale su Poesia & Rete, a cura di Alessandra Corbetta, un progetto trasversale alle pubblicazioni del blog che proverà a monitorare, attraverso interventi di diversa natura, lo stato delle interrelazioni tra il linguaggio poetico e le dinamiche del Web.


Chi volesse segnalarci studi o ricerche su questo argomento o desiderasse contribuire ad arricchire con competenza il dibattito, può farlo scrivendo a redazione@almapoesia.it, specificando in oggetto “Editoriale Poesia & Rete”; tutto il materiale pervenuto verrà sottoposto a lettura e quello ritenuto più interessante e valevole verrà proposto all’interno del progetto.


L'ospite di oggi è Silvia Rosa con la quale, in questa intervista curata da Alessandra Corbetta e a partire dal suo Tutta la terra che ci resta (Vydia Editore, 2021), abbiamo approfondito queste tematiche.



Nella tua ultima raccolta Tutta la terra che ci resta (Vydia Editore, 2022), Elio Grasso scrive nella prefazione che «È la terra dopo l’onda di maremoto informatica a trovarsi addosso queste nuove quaranta poesie (numero non certo casuale), la terra che ci resta a ridosso dell’aggravamento, che né destrezza né ingegno hanno evitato s’avviasse verso un imbuto pernicioso», evidenziando da subito il punto di vista da cui quest’opera vuole osservare la rivoluzione digitale e i suoi effetti.

Per cominciare, allora, ti chiedo: il passaggio dal Web 1.0 al Web 4.0 è stato davvero un maremoto? Per chi? Per cosa? In quale misura?


Premesso che non ho conoscenze approfondite di informatica, che mi trovo nella stessa condizione di milioni di persone che usano le nuove tecnologie senza essere in grado di padroneggiarne pienamente i meccanismi di funzionamento, mi limito a rispondere raccontando dalla mia piccola porzione di realtà come io percepisca i cambiamenti sopraggiunti: ciò che considero davvero rivoluzionario, ciò che secondo me ha creato una cesura, un prima e un dopo nella storia dell’umanità, è da un lato l’avvento delle intelligenze artificiali, dall’altro la mole di informazioni/dati che mai prima d’ora sono stati scambiati a livello globale. Per il prossimo futuro si annuncia già l’ascesa di alter ego digitali che vivranno una vita parallela a quella che conduciamo nella sfera materica, macchine sempre più “intelligenti” con cui interagire e che lavoreranno al posto nostro, e tante di quelle novità che lasciano intravvedere variazioni non solo nel nostro quotidiano, nelle nostre esistenze, ma anche e soprattutto nel nostro modo di essere umani. Con il mio ultimo libro, comunque, ho parlato soprattutto dell'impatto della quarta rivoluzione industriale, quella digitale, sul nostro presente, incentrando il discorso sulle inquietudini di chi come me è nato nel Novecento e vede il mondo che ha abitato per un’ampia porzione di tempo cambiare radicalmente, sì, quasi come dopo un maremoto, mi piace molto questa immagine usata da Elio Grasso, perché sottolinea al contempo la drammaticità nell’osservare quanto era fino a un momento prima noto e consolidato scomparire rapido, ma anche l’eventualità che da quell’azzeramento possa poi prendere avvio una rigenerazione, una rinascita. Nei versi della raccolta il giudizio resta sospeso tra la consapevolezza di una perdita dei precedenti punti di rifermento e il dubbio di fronte a un nuovo ordine, che non è chiaro in quale direzione etica vada instaurandosi. Soprattutto c’è molta perplessità in merito all’impiego delle innovazioni tecnologiche, una domanda di fondo che non trova facile risposta al momento: che cosa resterà di noi, dei nostri corpi, che da un lato diventano via via più marginali, in un contesto virtuale in cui tutto si gioca fuori dalla presenza fisica, dall’altro assumono contorni inconsueti se si pensa alle possibilità di ibridazione che si prospettano già oggi, connesse alle pratiche di realtà virtuale e simulata e alle sperimentazioni scientifiche, dalla robotica alla genetica. Forse la nostra generazione non riuscirà a vedere la trasformazione post-umana nella sua compiutezza, perché siamo destinati ad abitare la cerniera temporale che unisce due paradigmi epocali, ma penso che gli esiti ci riguardino, e che riflettere su questo futuro dal sapore fantascientifico sia una necessità, se davvero ci sta a cuore tutta la terra che ci resta da abitare, quella che lasciamo in eredità alle generazioni più giovani, segnata da una dualità natura-tecnologia sempre più pronunciata. La rivoluzione in corso può migliorare le nostre esistenze? Sapremo usare queste innovazioni per salvare il pianeta dal disastro ecologico a cui sta andando incontro? Oppure arrecheremo danni irreversibili al nostro habitat naturale e inaspriremo le diseguaglianze e le prevaricazioni per accaparrarci frazioni di pianeta ancora vivibili e beni di prima necessità? Credo che i temi fondamentali da affrontare siano questi, per l’umanità, nel presente, in misura esponenzialmente più rilevante tanto più veloce sopraggiunge il mutamento: è intorno a questo nucleo tematico che i testi del volume ruotano più o meno vorticosamente.


Tra gli effetti maggiormente avvertiti a seguito della rivoluzione digitale si riscontra una profonda diversità nell’instaurare e vivere le relazioni, poiché la presenza filtrante degli strumenti mediali, dopo la loro promessa di accrescere la contiguità tra Noi e gli Altri, ha invece interrotto il flusso comunicativo di parole e affetto; non a caso, uno dei disagi maggiormente avvertiti dai soggetti è la sostituzione del calore del corpo con la fredda luce blu delle spunte.

In alcuni versi della poesia che apre questa tua raccolta riemerge proprio tale glacialità, di cui la scala cromatica si fa portavoce; scrivi infatti: «l’abbiamo lavorato in una scala di grigi / senza più toni caldi e orientamento» e poi «in un’asettica anestesia cromatica, dentro / una cuspide d’ombra, nuova di zecca».

Cosa rappresenta questa zona grigia che si venuta a creare e che richiami anche nel testo finale dell’opera? Uscirne è possibile o ipotizzare un ritorno alla cromia variegata è desiderio utopico?


In realtà a me non pare che gli strumenti mediali abbiano interrotto “il flusso comunicativo di parole e affetto”: al contrario, ho la percezione di un ingombrante e ipertrofico apparato comunicativo costituito da messaggi scritti e vocali, emoticon, immagini, video, persino collegamenti de visu dietro schermi di varie dimensioni, che hanno piuttosto accresciuto il numero e l’intensità delle relazioni tra l’Io e l’Altro, anche geograficamente estese fino a sfiorare distanze impensabili prima d’oggi. Mi sembra che questa inedita forma di comunicazione dia luogo a una tale intimità di pensiero che in presenza non è altrettanto facile raggiungere, e un grado di pervasività che la barriera dei corpi non consente di vivere in maniera così totalizzante. Si porta l’Altro sempre con sé, in ogni dove e in ogni occupazione, scivolando spesso nella dipendenza affettiva, al punto da non percepire più una linea di confine praticabile su cui assestare la propria individualità, in un continuo e reiterato scambio di racconti, emozioni, vissuti, completamente immersi nella dimensione immateriale, idealizzante e reificata. Ma chi è quest’Altro che abita il mio smartphone con la sua voce, con l’immagine del suo volto, con le mille parole che mi scrive? La zona grigia a cui alludo nel libro è lo spazio popolato da presenza bidimensionale di altri esseri umani, privati di corpo, di calore, di odore, ridotti a un riflesso che vibra di luce artificiale, perfetti nell’esercizio implacabile della scelta del filtro fotografico per apparire migliori. La glacialità si annida in questa perdita di spessore e di vulnerabilità (che è la cifra del nostro corpo) a favore di una forma di essere e di stare in relazione che prevede al contempo una inacessibilità fisica e una presenza virtuale potenzialmente invasiva. Che differenza c’è tra un abbraccio in carne ed ossa e il batticuore suscitato dall’incontro impalpabile con quella parola che mi fa sobbalzare, tanto attesa con gli occhi ficcati nel display? E in un futuro prossimo, che cosa succederà quando ci ritroveremo a sperimentare potenti emozioni e sensazioni, immersi nella realtà aumentata, interagendo con intelligenze artificiali programmate per corrisponderci in pieno, perfetti specchi del nostro desiderio?

In “Tutta la terra che ci resta” i colori non esistono, cito solo l’infinita variazione di tonalità del grigio e del bianco, ma è perché non riesco a immaginare quali cromie attraverseranno l’orizzonte dell’umanità quando anche l’ultimo residuo di realtà tangibile sarà soppiantato dal virtuale meraviglioso mondo senza sbavature, in cui ci muoveremo asettici e ieratici. Il desiderio troverà compiutezza quando avremo la possibilità di dargli un’anima programmata a tavolino nei minimi dettagli, dalle splendide fattezze dei sogni?


Anche l’asse del tempo è stato profondamente ridefinito dalla rivoluzione digitale e la realtà pandemica che solo ora, forse, comincia a indietreggiare, ne è stata ennesima cartina tornasole. Un ritmo dell’uomo che si fa sempre più vicino a quello della macchina, un passato a cui guardare con nostalgia iperbolica, un futuro difficile da progettare e un presente che fagocita tutto.

In un susseguirsi di stagioni che, come tu sottolinei in questo lavoro, sembra imposto dal calendario mentre è sempre più lontano dall’andamento naturale della terra, che spazio resta ancora al tempo, quale corso?


Nella raccolta emergono molteplici questioni in relazione al tempo. Ad esempio c’è un richiamo alla nostra finitudine e a quella di tutto quanto ci circonda, che è una delle ragioni per cui sentiamo l’esigenza di dare un senso alle nostre esistenze passeggere. Credo che non riuscire più ad accettare la morte, e il conseguente tentativo di ometterla dal nostro campo visivo, di rimuoverla nella sua essenza di ineluttabile destino, questa ricerca costante attraverso le scienze e lo sviluppo tecnologico di una sua posticipazione, di una sua sospensione che spinga sempre un poco più in là i limiti del nostro stare al mondo, contribuisca ad appiattire lungo l’asse temporale di un eterno presente la nostra storia, che sebbene proceda in una spirale di fasi via via più complesse è comunque proiettata verso una conclusione. E ancora: l’iperconnessione in cui siamo sprofondati ha modificato il nostro rapporto con le attese, e ci ha inchiodati a una dimensione di immediatezza assoluta, in cui non esiste più un tempo di latenza e in cui il concetto di “tempo libero” ha assunto nuove declinazioni. Penso in primis alla nostra modalità di comunicazione attraverso i social, e alla propensione a vivere ogni aspetto del nostro quotidiano condividendo online, contestualmente al loro svolgimento, ogni azione ci sembri significativa, e poi allo sfumare delle frontiere che separano lavoro e vita privata, come molte e molti di noi hanno potuto constatare proprio durante la pandemia e i vari confinamenti, quando le incombenze lavorative hanno fatto irruzione in casa attraverso lo smart working e non c’è stato più modo di determinare un tempo lavorativo avulso dalla vita privata. Il tempo resta sempre centrale nelle nostre vite, ma non è certo più quello circolare scandito dalle stagioni, che peraltro stanno cambiando connotati per via della crisi climatica: è piuttosto un tempo in accelerazione costante, col fiato corto, in cui si mette in discussione persino la bontà del riposo (va tanto di moda dichiarare che si dorme pochissimo!), iperattivo, talmente pieno che viene da domandarsi quale abisso di terrore nascondano mai le pause per essere tanto invise. Forse la possibilità di mettere in discussione l’ordine delle cose, di riflettere, di esercitare lo spirito critico, che non si accorda troppo con la necessità di essere operativi e pronti a rispondere immediatamente a qualsiasi stimolo, impigliati nella logica input/output, macchine ancora fallibili, e per questo sul punto di essere sostituite da modelli di ultimissima generazione, in grado di processare in un nanosecondo tutte le informazioni che noi imperfetti sistemi di ricezione non ci sogniamo nemmeno lontanamente di analizzare con la stessa rapidità. Siamo quindi desueti, e il nostro è un tempo in scadenza?


Molto del lessico opzionato per questa tua raccolta rimanda alla dimensione urbana a cui, qui, tocca il ruolo di antagonista; la Città, titolo tra l’altro della seconda sezione, diventa personificazione del buio, lato ombra della medaglia “evoluzione tecnologica”, luogo incaricato di mostrare che la luce sta altrove.

La rivoluzione digitale fa sì che i nostri luoghi si trasformino progressivamente in non-luoghi? Siamo riusciti a mettere al riparo degli spazi-talismano?


Sì, la città è un altro protagonista del libro, insieme al "Noi" collettivo che anima i testi, non è solo uno sfondo contro cui si stagliano le vicende narrate. I toni con cui prende forma sono foschi, si delineano scorci disabitati, strade che appaiono abbandonate a sé stesse dopo una qualche catastrofe, rare presenze umane colte di spalle, rapite in fasci di luce, in movimento, sul punto di svanire, incombenti fenomeni atmosferici che tingono il cielo di inquietudine. Direi che l’atmosfera generale prende spunto dall’immaginario cyberpunk, è decadente, e gli elementi naturali che compaiono sono spesso minacciosi, enigmatici, oppure suscitano una certa nostalgia nel loro apparire sfioriti e fragili, contaminati da una pervicace tecnologia e dalla presenza ingombrante dell’uomo, delle sue produzioni e dei suoi troppi scarti.

Ho l’impressione che i nostri “spazi-talismano” si stiano trasformando in immagini surrogate, che perdono consistenza e che possiamo abitare solo nella visione (e)statica di un fotogramma, perfette istantanee modificate a colpi di Photoshop, o brevi sequenze di un minuto montate in video con musica accattivante in sottofondo. Come se la realtà fisica non fosse abbastanza appetibile, puntiamo lo sguardo su luoghi creati su misura dai filtri delle intelligenze artificiali, che rendono migliore persino il più emozionante dei tramonti in riva al mare, tanto per usare il cliché di un luogo convenzionalmente ritenuto gradevole. Se non ci curiamo della natura di cui siamo parte, se lasciamo che rifiuti, inquinamento, cemento e asfalto portino via ogni centimetro di verde dalle nostre metropoli e dal nostro pianeta, non ci resterà che popolare (con i nostri avatar) meravigliosi luoghi virtuali, intanto che il mondo circostante sarà sempre più simile a uno scenario da incubo, fino a diventare del tutto inospitale (per noi). Resteremo confinati dentro a uno schermo, per sfuggire ai disastri provocati dall’indifferenza e dalla prepotenza con cui stiamo devastando la terra?


Altro grande protagonista del tuo lavoro è il corpo; un corpo frammentato, spezzettato, al quale però continua a spettare il delicato compito di tenerci in contatto sinestesico con il mondo, attuale e virtuale. Un corpo che è anche macchina e che, sempre di più, diventa un tutt’uno con lo strumento tecnologico.

In che modo il corpo così inteso, familiare e alieno al tempo stesso, si mette in rapporto con la parola, unità minima e massima della poesia? E, sull’altro fronte, come il dire poetico può provare a farsi carne, a sopperire la dilagante vacuità contemporanea?


Penso che in questo tempo la parola poetica sia più che mai necessaria, così come il ruolo del poeta, che dovrebbe riacquistare centralità, partecipando con gli strumenti che ha a disposizione, dunque un uso del linguaggio non convenzionale e della metafora generatrice di inediti significati, al dibattito sulle innovazioni tecnologiche e biologiche: la contaminazione del campo scientifico da parte di poeti e di artisti che con esso si pongono in dialogo in un’ottica di interazione che alimenti anche la propria creatività, può essere in grado di dar forma a interpretazioni del reale alternative. La poesia e l’arte sono in grado di generare nuove modalità di narrazione, ma soprattutto di configurarsi come strumenti di orientamento nel mare magnum della complessità. La poesia troppo spesso è intesa come esercizio sterile di “bella scrittura”, una specie di incrocio tra il giro in tondo al proprio ombelico e ai sentimentalismi che lo popolano e l’osservazione da una torretta d’avorio asfittica della realtà, tenuta a distanza di sicurezza. Credo che la nostra sfida di autori e autrici impegnati oggi a scrivere in versi sia decisamente più impegnativa: la poesia che incarniamo e che ci rappresenta può portare a una riconfigurazione dei comportamenti, delle esperienze, delle sensibilità individuali e collettive in un progetto di ampio respiro che sia poetico e allo stesso tempo etico. La poesia si fa corpo e del corpo porta in sé le istanze più profonde quando ha il coraggio di esprimere una visione del mondo, che colga lo spirito del presente e sappia immaginarne le derive e le direzioni del futuro prossimo, trascendendo la soggettività di chi scrive e diventando metafora universale, nella quale molte persone possono trovare qualcosa di proprio, riconoscendovisi.



Ti invito a scegliere da Tutta la terra che ci resta tre testi e di riportarli qui per le lettrici e i lettori di Alma.


Viviamo in gabbie stile hi-tech,

con soffitti pseudo interstellari e un dedalo

di ferro e acciaio, in cui lacerti di discorsi

viaggiano tra filari di cavi. Sfregano contro

indifferenze cosmiche, stridono di indolenza,

si capovolgono in giravolte meccaniche

i cimeli del vecchio mondo, ora in disuso.

Dalla preistoria delle prime capanne di paglia,

del paravento di tende come un intonaco alzato

alla schiettezza del nido, ricordano l’architettura

difettosa dei corpi, quel loro disfarsi, uno sbiadire

costante e inevitabile. Ma se opponiamo gli scudi

dei bit, qualcosa di noi resterà anche dopo

l’assedio della carne, noi ci eleveremo più in alto

della trasparenza al quadrato che ci osserva

col suo lanceolato occhio infrangibile,

non conosceremo più l’attrito degli equinozi,

l’usura dei giorni che ci guasta le fondamenta


*


Certe mattine la città lancia un missile

di megapixel, i display allora si popolano

di istantanee in vari formati, per celebrare

l’epica della calca: quel rituale per cui andiamo

in collisione, convulsi, nel fermo immagine

– un imbuto – fino alla saturazione cromatica zero

dei corpi, alla ressa: i viaggi asfittici

sotto il manto stradale, alla ricerca di coincidenze

improbabili, la metropolitana come una talpa

di ferri che raschia il magma centripeto

della terra, e noi sopra a cavalcarla, in piedi,

gli appositi sostegni premuti contro il costato.

Nella concitazione dei social i millemila

selfie testimoniano sincroni il quotidiano

dei nostri hashtag, mentre a noi manca il fiato,

fuori dall’inquadratura, senza filtri speciali

per ravvivare il colore dell’incarnato,

renderlo quanto basta un tono più vivo


*


Perforando la fibra sintetica

che oscura l’orbita del sole

scendiamo a precipizio lungo

il rivo amniotico, con la brina

degli inizi addosso e le palpebre

incollate, portiamo l’impronta artica

di monadi inscritta sulla pelle,

il freddo come una condanna


così veniamo al mondo

˗ o scompariamo? ˗

soggetti all’azzardo degli eventi

fra scorie di arenile e uranio

improvvise fluorescenze, scheletri

antropoidi e Intelligenze Artificiali,

assomigliamo alle falene Saturnia

e Cobra che infuriano le ali, confuse,

quando scambiano la luce al neon

per un destino luminoso d’astri


Silvia Rosa nasce a Torino, dove vive e insegna. Laureata in Scienze dell'Educazione, con una specializzazione in educazione e formazione degli adulti e un master in didattica dell'italiano L2, ha frequentato il corso di storytelling della Scuola Holden. Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici, sono apparsi in riviste, siti e blog letterari e sono stati tradotti in spagnolo, serbo, romeno e turco. Tra le sue pubblicazioni: le raccolte poetiche Tutta la terra che ci resta (Vydia Editore 2022), Tempo di riserva (Giuliano Ladolfi Editore 2018), Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2014), SoloMinuscolaScrittura (La vita Felice 2012), Di sole voci (LietoColle Editore 2010 - II ediz. 2012); l'antologia foto-poetica Maternità marina (Terra d'ulivi 2020), di cui è curatrice e autrice delle foto; il saggio di storia contemporanea Italiane d'Argentina. Storia e memorie di un secolo d'emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke Edizioni 2013); il libro di racconti Del suo essere un corpo (Montedit Edizioni 2010). È vicedirettrice della rivista digitale "Poesia del nostro tempo", per la quale cura le rubriche "Confine donna: poesie e storie d'emigrazione", "Scaffale poesia: editori a confronto" e "I versi dell'alloloda", redattrice della testata online "NiedernGasse", collabora con la rivista "Margutte", con l'annuario di poesia «Argo» e con il quotidiano «il manifesto». Si è occupata del progetto di traduzione poetica e interviste di alcuni autori argentini, dal titolo Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici, pubblicato nel 2017 in e-book (edizioni Versante Ripido e La Recherche). È tra le ideatrici del progetto "Medicamenta - lingua di donna e altre scritture", che propone una serie di letture, eventi e laboratori rivolti a donne italiane e straniere, lavorando in un’ottica psicopedagogica e di genere con le loro narrazioni e le loro storie di vita. Conduce laboratori utilizzando le metodologie autobiografiche, apprese nei corsi tenuti da Lucia Portis della Libera Università di Anghiari, insieme alla poesia terapia, di cui ha scritto per la rivista "Poetry Therapy Italia". La sua attività completa, qui: https://www.larecherche.it/biografia.asp?Utente=silviarosa&Tabella=Biografie

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