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  • Alessandra Corbetta

Editoriale Alma Gender (appuntamento n°4)

Continuano le interviste di Alma Gender, volte a sondare la questione del gender in poesia: protagonisti di oggi sono Donatella Nardin, Claudia Piccinno e Daniela Raimondi.


Ricordiamo che chi volesse segnalarci studi o ricerche su questo argomento o desiderasse contribuire ad arricchire con competenza il dibattito, può farlo scrivendo a redazione@almapoesia.it, specificando in oggetto “Editoriale Alma Gender”; tutto il materiale pervenuto verrà sottoposto a lettura e quello ritenuto più interessante e valevole verrà proposto all’interno del progetto.


IN DIALOGO CON DONATELLA NARDIN


Siamo nel 2021, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurita: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e, forse, pure nel panorama poetico contemporaneo. Anche alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout-court, come inquadri l’argomento e qual è la tua opinione a riguardo? Soprattutto, prevedi un’evoluzione verso altre traiettorie per un futuro prossimo?


La tematica degli squilibri e delle disparità di genere è ampia e complessa e investe, ancora oggi purtroppo, ogni ambito del nostro vivere civile. Dare per superati e anacronistici alcuni aspetti della questione, significa negare l’evidenza delle cose. Numerosissimi sono gli studi che esaminano e attestano le asimmetrie e le diseguaglianze sia dal punto di vista sociale che culturale e comportamentale. Per quanto mi riguarda, non amo di sicuro le sterili contrapposizioni, ma ciò che mi turba profondamente è il pensare che ci sia ancora qualcosa di impercepito in molti di noi, qualcosa di accettato e di vissuto senza averne la piena consapevolezza. Per questo propongo qui alcune mie riflessioni, del tutto personali e dunque opinabili, che spero possano però contribuire, in modo fruttuoso, al dibattito.

Per ciò che concerne la poesia, acclarato il fatto che essa, come ogni altra espressione artistica, dovrebbe prescindere da connotazioni riguardanti il sesso, la razza, la lingua e qualsiasi altra barriera che la limiti e la cristallizzi, dall’esclusione, anche parziale, del femminile derivano degli effetti impoverenti e sminuenti che osservo e registro con una sorta di sottile inquietudine, quando non di disillusione.

«Poesia è quella cosa che nello stesso momento in cui si genera, accresce la realtà» sosteneva Andrea Zanzotto. Se scrivere poesia è dunque tentare di palesare ciò che ancora non è o che si cela dietro l’ordinario moltiplicandone le prospettive, credo che ancora oggi sia sottovalutato, almeno in parte, quel disvelamento che afferisce per l’appunto al femminile, in buona sostanza a tutto ciò che pertiene a uno sguardo altro, modulato, nell’afflato originale, secondo intonazioni e accenti diversi nella loro unicità.

Avvalorano una tale percezione, ad esempio, alcuni testi di critica letteraria apparsi negli ultimi decenni, pubblicazioni in cui la presenza femminile è, come sempre, minoritaria se non quasi inesistente. Cito a titolo esemplificativo l’Antologia Poeti italiani del Novecento pubblicata nel 1978 per la curatela di Pier Vincenzo Mengaldo, volume in cui compaiono una cinquantina di autori appartenenti al genere maschile e, per il femminile, la sola Amelia Rosselli. Ma l’elenco potrebbe continuare sfiorando ambienti e realtà diverse, quali riviste, case editrici, premi, rassegne e festival letterari e anche alcuni volumi collettanei in cui vengono antologizzati, ancora oggi in modo preponderante, quasi solo voci maschili. Tutto ciò dovrebbe essere percepito da coloro che a vario titolo si occupano di poesia come una diminutio, un privarsi di qualche cosa di arricchente che potrebbe aggiungere valore a talune iniziative. Andando oltre e tentando di approfondire, bisognerebbe forse indagare su quanto possano essere preminenti certi meccanismi inconsci attinenti a costrutti introiettati da secoli e non ancora scardinati del tutto. Evidentemente tali dinamiche sono talmente sedimentate e interiorizzate da non essere percepite come incongrue.

Per contro, e mi fa piacere evidenziarlo, esistono esempi minoritari ma luminosi di generosa disponibilità alla promozione e alla divulgazione di tutti, i cui curatori sono attenti solamente, come dovrebbe essere, alla qualità del dire.

Ed esistono anche Antologie curate da donne per le donne e mi riferisco a iniziative recenti e anche relativamente più lontane nel tempo. Ricordo ad esempio il sesto volume di Nuovi poeti italiani a cura di Giovanna Rosadini, antologia pubblicato da Einaudi nel 2012 che include dodici voci femminili di notevole spessore e autorevolezza, oppure il libro 12 Poetesse italiane a cura di Dino Azzalin edito nel 2007 per Nem.

Che tali operazioni, come quella di Rosadini, suscitino polemiche o vengano considerate come il coltivare dei recinti, o peggio delle gabbie, lo trovo profondamente ingiusto e miope. Si tratta solo di riequilibrare, di rendere più armonico il bilanciamento, in buona sostanza di contribuire a far uscire dall’ombra produzioni e personalità di rilievo. Mi chiedo come mai nessuno obietti o si scandalizzi del contrario.

Devo dire però che il mutare dei tempi e l’utilizzo, a volte anche troppo pervasivo a scapito della qualità, dei social network, nelle loro molteplici implicazioni e diramazioni, ha introdotto nuove modalità di fruizione della poesia e ha concesso a molti, come mai prima d’ora, la possibilità di appropriarsi di spazi diversi e di far conoscere la propria produzione poetica andando oltre certe logiche che prevedevano - e che forse ancora prevedono - la militanza attorno ad alcune figure di riferimento con la relativa adesione, spesso deferente, a gruppi chiusi, pervasi perlopiù da logiche di reciproco sostegno.

Osservo infine che la pandemia in corso ha ampliato a dismisura l’utilizzo della rete e stimolato nuove modalità di approccio alla questione, ed è per questo che trovo molto utile alimentare il dibattito, interrogarsi, riflettere, indagare in modo tale da propiziare aperture che aiutino a tradurre in finito, attraverso il linguaggio e la scrittura, ciò che di infinito alberga in tutti gli esseri umani, senza distinzione alcuna, come sosteneva autorevolmente Martin Heidegger.


Nella nostra società il corpo è diventato il capro espiatorio per affrontare questioni complesse, spesso legate all’appartenenza di genere e alla costituzione dei processi identitari. Il corpo, in effetti, facilmente sottoponibile a modifiche e correzioni, sembra costituire il territorio a partire dal quale ridefinire e affermare chi siamo. In questo senso, se facciamo riferimento alle pubblicazioni degli ultimi anni, pare esserci una prevalenza di poete che hanno fatto proprie queste tematiche rispetto ai colleghi uomini, che sembrano preferirne altre. Come spieghi questo dato? Pensi possa essere indicativo rispetto alla questione oggetto del nostro editoriale?


Il corpo, in uno scarto di senso, custodisce il segreto dell’essere, delle sue umane ragioni e del suo oscuro destino. Nella sua complessa e multiforme sensorialità, il corpo influenza la mente e il pensiero e, in una interazione continua, fatta sia di aperture che di costrizioni, ne viene orientato e condizionato. In questi ultimi anni però, il soffermarsi in modo a volte ossessivo sull’aspetto esteriore di una persona sembra risentire di quel clima di sovraesposizione effimera, di affermazione dell’io e di narcisismo dilagante in cui siamo immersi.

Si pensi in tal senso ad alcuni stilemi catatonicamente ripetuti dai media, a quell’assalto a volte subliminale, a volte più esplicito, riguardante certe pratiche dominanti quali ad esempio la compulsione ad avere corpi sempre giovani, esageratamente scolpiti o modificati oppure al kildult o adultescenza, in estrema sintesi a tutta quella complessa serie di fenomeni psicologici, antropologici e sociali riguardanti un numero sempre crescente di persone nei paesi più sviluppati che presentano identità dai tratti adolescenziali in età adulta o, infine, all’attenzione eccessiva e ossessiva all’alimentazione con tutte le sofferenze che ne derivano. In buona sostanza, come afferma l’antropologo e storico Michel de Certeau, nella storia abbiamo un corpo per ogni epoca e per ogni gruppo.

Non credo però che la tendenza a mettere in scena il corpo in poesia, sia un’ecolalia solo femminile. Leggendo testi di autori contemporanei, mi capita di osservare come questo sia un tema ascrivibile anche agli uomini. Essendo implicata la relazione, nelle sue varie componenti e sfaccettature quali la cura, la protezione e l’ascolto, in buona sostanza il dare calore e accoglimento, credo che il tutto venga forse più frequentemente traslato in poesia dalle donne in quanto maggiormente aderente all’immaginario e al sentire femminile. Equiparare questo diverso taglio di inquadratura ad una forma di sentimentalismo deleterio, come succede a volte e non a una consapevole fierezza della propria diversità, significa banalizzare e rendere di nuovo esplicito un automatismo visceralmente introiettato come escludente.

Desidero a questo punto segnalare una interessante raccolta di poesie intitolata Il corpo, l’eros a cura di Franca Alaimo e Antonio Melillo per Giovanni Landolfi Editore, volume, pubblicato nel 2018, che raccoglie i testi di 68 poete italiane e straniere di Europa, Asia e Americhe, voci che riflettono tutte sugli assunti indicati dal titolo e sul ruolo della donna nelle varie società.

Dato poi che, correttamente, il discorso è stato esteso al corpo sociale, unisco la mia voce a quella di Ilaria Grasso nel sottolineare le tante storture che gravano sulle spalle di uomini e donne e che impediscono la piena realizzazione in tema di parità. Aggiungo che tutto ciò viene denunciato ed evidenziato da decenni senza che le cose mutino in modo sostanziale, tanto che mi chiedo se l’approccio per così dire “buonista” degli ultimi anni sia davvero utile in quanto, anche per il venir meno di certe tensioni etiche e ideologiche, pochi rinunciano a vantaggi e previlegi per puro spirito di altruismo e magnanimità.

Reputo inoltre che arrivare alla intercambiabilità delle parti, come auspica Felicia Buonomo, richieda un cammino ancora molto lungo e faticoso, ma ho fiducia nelle capacità e nella buona volontà delle giovani generazioni e spero che, essendo cresciute coltivando relazioni di maggiore vicinanza e contiguità, sapranno accordare le tante e diverse sfumature facenti parti dello stesso spettro e scardinare così alcuni stereotipi e ambiguità di quella rete immateriale in cui le donne spesso si trovano impigliate. Un plauso in tal senso, senza piaggeria alcuna, è da indirizzare ad Alessandra Corbetta, giovane donna di valore che ha saputo indistintamente raggruppare attorno a Alma poesia persone capaci, nutrite di passione, competenza e grande disponibilità a dimostrazione del fatto che dai recinti si esce contando solo sulle proprie forze e dimostrando concretamente la propria caratura e il proprio spessore.


Vorrei che ci regalassi un tuo testo edito o inedito legato al tema che stiamo affrontando e ce lo contestualizzassi, sottolineando in quale direzione vorresti che le riflessioni intorno alla questione del gender in poesia si indirizzassero.


Facendo riferimento ad alcuni stilemi già enunciati fino a qui e al corpo in particolare, inteso però come organismo vivente nel cosmo e nervo portante l’esistenza in tutte le sue accezioni, auspico che lo sguardo della poesia contemporanea si soffermi di più su alcune tematiche di natura ambientale e sociale come pure, per così dire, di ecologia relazionale, comprendente, inutile sottolinearlo, il gender.

Per ciò che concerne la poesia, credo infatti che sia doveroso esercitare attraverso essa una qualche forma di responsabilità nel tentativo di non far prevalere l’indifferenza rimanendo chiusi egoisticamente nel proprio dire solipsistico. Questi assunti, secondo il mio modesto punto di vista, hanno la medesima pregnanza e dignità poetica di altri a patto di essere esplicitati senza troppa retorica o patetica sentenziosità, in modo tale che chi ha il dovere di occuparsi concretamente di certe tematiche, sia stimolato a farlo con il dovuto impegno e con la giusta tensione morale.

Auspico infine che riflettendo tra un po’ di tempo sulla pandemia e sullo strappo doloroso da essa causato a tutti i livelli, ci sia modo di ripensare alcune modalità del nostro stare al mondo in questo tempo e di apportare di conseguenza i necessari cambiamenti, utili anche in poesia.

Termino ringraziando per la bella opportunità e inviando virtualmente un abbraccio grande a voi tutti di Alma poesia e a coloro che hanno avuto la pazienza di leggermi.

Qui di seguito un mio inedito.


Musicaluce


Il rosa è un grido, affamato, gentile.

Apritegli le vene: vi troverete il sole

inverso dell’alterità, sangue che pulsa

imperioso roride storie di abissi,

desideri, destini.

Voglio essere solo persona - sussurra

la voce incarnata nel dire - voglio

affondare le unghie in quell’alfabeto

guizzante di palpiti e foglie lucenti

che gira in dolcezza il dolore,

nell’ovunque, nello stesso di sempre

voglio essere solo musicaluce,

avidamente solo poesia.


Donatella Nardin è nata a Venezia nel 1951 e risiede a Cavallino Treporti (Ve). Dopo gli studi classici, ha lavorato nel settore turistico con incarichi anche dirigenziali. Appassionata da sempre di scrittura, soprattutto poetica, ha ricevuto per questa sua attività numerosi riconoscimenti - circa 150 nelle varie graduatorie concorsuali - in diversi Premi Letterari. Per le Edizioni Il Fiorino ha pubblicato nel 2014 la silloge In attesa di cielo e nel 2015 la raccolta di haiku Le ragioni dell’oro, per Fara Editore nel 2017 la silloge Terre d’acqua e nel 2020 Rosa del battito, opera classificatasi al Primo Posto al Premio Internazionale Mario Luzi 2020. Sue poesie e racconti sono stati inseriti in raccolte collettanee di diverse Case Editrici, in Antologie di Concorsi Letterari, in alcune riviste di settore anche straniere, in siti web e in lit-blog dedicati. Alcuni suoi testi infine sono stati tradotti in inglese, in francese e in giapponese.


IN DIALOGO CON CLAUDIA PICCINNO


Siamo nel 2021, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurita: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e, forse, pure nel panorama poetico contemporaneo. Anche alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout-court, come inquadri l’argomento e qual è la tua opinione a riguardo? Soprattutto, prevedi un’evoluzione verso altre traiettorie per un futuro prossimo?


La poesia in sé non ha genere, benché molte siano state le strumentalizzazioni e dei critici e degli editori, ritengo di poco conto le quote rosa nei manuali scolastici, tanto quanto la voluta assenza di poetesse o il dibattito poeta – poetessa, avvocata-avvocatessa. Piuttosto mi chiedo se sia necessario riportare per le donne cenni biografici che includano lunghe digressioni sulle loro relazioni amorose, quasi a giustificare la loro vena poetica come sfogo o confessione. Penso a Elsa De Giorgi, Marise Ferro, Amalia Guglielminetti. Mi piacerebbe che fossero studiate più in profondità, senza soffermarsi unicamente sui dettagli amorosi della loro vita e vorrei che fossero ristampate le loro opere. La poesia al femminile pertanto non deve essere definita come un genere a parte. La poesia non ha confini, sconfina e deborda.

Non condivido nell'arte in genere, categorie e sottocategorie: compito dell'arte dev'essere promuovere le contaminazioni tout-court. Le tematiche cosiddette femminili – amore, condizione della donna – non devono essere e non sono prerogativa di scrittrici, mi sembra riduttivo fossilizzarsi in una tematica o credere che un'autrice o un autore siano solo quella tematica. Mi sembra si voglia ancora giustificare il binomio donna: cuore e sentimento, uomo: logica e razionalità. L'io lirico, così come l'ispirazione, non ha genere e non dovrebbe neanche aver un genere l'immaginario dei fruitori di poesia. Il tema femminile dunque, in letteratura ha radici sociologiche, va svincolato dagli stereotipi e dalla censura religiosa, dai retaggi dell'Inquisizione, e dai postumi di un maschilismo radicato nelle donne quanto nell'uomo. Spesso noi donne introiettiamo il rapporto con l'altro sesso solo in termini di amore o violenza, ma nella scrittura dovremmo porci con tutta la nostra autenticità, con un'etica del linguaggio e dell'introspezione che ci restituisca la nostra interezza e complessità. La vera emancipazione prescinde dalla dicotomia maschio-femmina, se vogliamo essere libere dalle convenzioni, dobbiamo smetterla di essere gregarie, di aderire a un filone solo perché ci sentiamo accolte. La scrittura poetica impone un solo credo: la profondità dello scavo interiore. Con questo non voglio dire che dobbiamo rinnegare le differenze biologiche, anzi vanno riconosciute, ma credo che nella poesia si possa dimostrare reale parità tra i sessi anche in base ai temi trattati e lo si deve fare senza strumentalizzazioni. Lo stesso vale per la critica letteraria. Spesso i critici si accostano alla poesia femminile, evidenziando la retorica familiare e il sentimentalismo presenti nei versi esaminati, mentre negli scritti dei colleghi uomini si evidenzia il dialogo teologico, piuttosto che l'impegno civile. Occorrerebbe decostruire questa consuetudine, smontare le categorie nella letteratura, ignorare alcuni dettami, non lasciarsi ingabbiare dai codici ermeneutici. Mi auguro però che siano sempre più numerose le donne che utilizzino la scrittura poetica rifiutando schemi edulcorati e temi leziosi. Un tempo si usava la poesia in funzione epica e celebrativa, per commemorare sovrani e gesta eroiche, o per giustificare imprese belliche e patriottiche; mi sembra che molte scrittrici oggi vogliano usare la poesia per muovere a compassione, celebrando le vittime del femminicidio e sottolineando la brutalità del carnefice. Anch'io in passato ho scritto su temi analoghi, sull'onda dello sconcerto e del dolore, ma farne una bandiera è un rischio. Porterebbe a generalizzazioni puerili e a contrapposizioni nocive. L'ispirazione non può essere sempre la stessa. Nathalie Sarraute diceva «la poesia rende visibile l'invisibile». Ecco, credo che compito di chi scrive e pubblica poesia debba essere dar voce all'invisibile, a prescindere dal genere e da ogni mistificazione.


Nella nostra società il corpo è diventato il capro espiatorio per affrontare questione complesse, spesso legate all’appartenenza di genere e alla costituzione dei processi identitari. Il corpo, in effetti, facilmente sottoponibile a modifiche e correzioni, sembra costituire il territorio a partire dal quale ridefinire e affermare chi siamo. In questo senso, se facciamo riferimento alle pubblicazioni degli ultimi anni, pare esserci una prevalenza di poete che hanno fatto proprie queste tematiche rispetto ai colleghi uomini, che sembrano preferirne altre. Come spieghi questo dato? Pensi possa essere indicativo rispetto alla questione oggetto del nostro editoriale?


Già a prescindere dalla produzione letteraria, noto con enorme dispiacere che siamo schiavi dell'immagine e viviamo con estremo gusto l'esposizione mediatica sui social delle nostre immagini. Proliferano infatti anche foto di minori in posa col beneplacito narcisista dei genitori. Il corpo dev'essere esibito: bello o inguardabile che sia, coperto e scoperto. Vi sembro una bacchettona? Sono fondamentalmente un'insegnante e come tale ho sempre lavorato coi miei alunni sull'accettazione del sé, a prescindere dalle mode o dai social che ci vorrebbero omologare. Può dunque la poesia propagandare un'esibizione del corpo? Io non amo la poesia erotica, ma riconosco che ci sia un sano erotismo celato in molte poesie bellissime, classiche o contemporanee, basti pensare a Il gelsomino notturno di Pascoli. Che le donne poete preferiscano oggi tematiche legate all'identità corporea, al femminile è certamente il frutto dei tempi, ribadire che non si è strumento di procreazione è certo un'esigenza condivisibile, ma il rischio è che si possa scadere nell'idolatria dell'immagine: io valgo perché esibisco le mie curve, io sono bella e desiderabile, tu non mi puoi resistere. Attenzione però: perché chi crede di dominare l'altro sesso ricorrendo esclusivamente a bellezza e desiderio, si rende, suo malgrado, oggetto di una compravendita. Il Logos può accompagnarsi all'Eros se si ha una individualità solida, che rifiuta le mode e che cerca prossimità con l'altro genere, come intesa profonda e autentica condivisione. Si canta il desiderio come fece Saffo dalla notte dei tempi, senza necessariamente ricorrere all'espediente corpo come capro espiatorio di altre problematiche. Mi spiego meglio: la poesia non è marketing, non deve vendere un'auto affiancandole una bella donna scosciata che prima è oggetto di desiderio, poi diventa oggetto da eliminare se osa rifiutare un maschio in calore.

Insomma noi non siamo solo il nostro corpo, abbiamo un intelletto e un'anima che non sono meno importanti. Non si può ridurre al corpo il valore di una donna o di un uomo. La poesia deve avere una valenza pedagogica, non filantropica o sensazionalista, dev'insegnare la bellezza di una camera segreta. Penso a Cristina Campo, silenziosamente lontana dalle avanguardie trionfanti, dalle fiere e dai festival. La poesia sceglie il crepuscolo come metafora del silenzio pensoso, come spazio di meditazione. Occorre piuttosto, almeno nella fase produttiva, un desiderio di occultamento, un altrove lontano dall'esibizione e dal chiasso della messa in scena, perché la poesia è rivoluzione e questa sarebbe una grande opportunità di generare nuovi flussi di pensiero, in controtendenza col volere dei media. A prescindere dal genere di chi scrive, auspico una poesia colta che non significa sciorinare saperi in versi, ma che punti i riflettori sull'uomo e la donna del XXI secolo a 360°, in quanto testimoni del loro tempo, interlocutori di una complessità in divenire, responsabili della salvaguardia del Pianeta. Mi piacerebbe insomma una poetica che sappia prescindere dall'Io corpo-immagine- individuo e si apra al Noi, agli interrogativi posti dalla collettività, quella collettività fatta anche di minoranze, da tante pluralità dalle svariate identità che esulano dagli stereotipi che ci propina la logica del consumo. Forse perché ciò accada, occorrerebbe dare spazio ai giovani talenti e assecondare meno le esigenze di mercato. Occorrerebbe neutralizzare il consumo a scopi d'immagine e agevolare gli incontri di poesia nelle scuole, nei luoghi deputati alla formazione. Inoltre bisognerebbe dare a questi incontri una valenza che non sia pura trasmissione di metrica o figure di stile, ma improntarli al dialogo generazionale con focus precisi sulle tematiche e gli scopi antropologici del fare poesia, come gesto di memoria e testimonianza.


Vorrei che ci regalassi un tuo testo edito o inedito legato al tema che stiamo affrontando e ce lo contestualizzassi, sottolineando in quale direzione vorresti che le riflessioni intorno alla questione del gender in poesia si indirizzassero.


Come avrai già notato, affronto la questione da una dimensione che trascende il genere, perché non ritengo utile la contrapposizione, ma la complementarietà. Mi piacerebbe che la poesia prescindesse dalle quota rosa, che desse risalto al genio, al talento, al coraggio di denudarsi. Mentre nei media ci si espone in tutta la nostra corporeità, non sempre riusciamo a essere senza veli nelle relazioni, spesso nemmeno con noi stessi. La poesia vuole autenticità, vuole la ricerca del vero, ma dove sta la verità? Forse a metà strada tra la mia e la tua verità. Questa fase pandemica ci ha esposto a varie teorie e al loro contrario, in vari ambiti: dalla scienza all'economia, dalla politica alla sanità. Qualcuno disse in medio stat virtus, abbiamo bisogno di equilibrio, moderazione e soprattutto silenzio per ritrovare la nostra personale direzione. Ogni generalizzazione la ritengo nociva, ogni poeta scelga la via più consona per esprimere il proprio sé e lo esprima nella sua totalità.


Incerte verità


Il silenzio scosso dai singulti di una lavastoviglie nottambula compete col buio a intermittenza di un addio.

Siamo in un limbo di decreti a fremere per un buon esito di questo isolamento.

Arruolati nell'e-commerce non distinguiamo l'utile dal dilettevole.

Medusa è lo schermo che pietrifica il sorriso combinando i pixel a mistificare miti edulcorando immagini.

Smarrito l'odore di un abbraccio abusiamo di inutili parole per sopperire ai gesti di prossimità veicolando incerte verità.


Claudia Piccinno, docente, traduttrice, autrice di numerosi libri di poesia, di prefazioni e saggi critici. Direttrice per l’Europa del World Festival Poetry, medaglia d’oro al Frate Ilaro 2017, vincitrice Ossi di Seppia 2020, ambasciatrice per l’Italia del World Institute for Peace e di Istanbul Sanat Art, benemerita del Comune di Castel Maggiore per meriti culturali. Responsabile della rubrica poesia per la Gazzetta di Istanbul, editor per l’Europa della rivista turca Papirus, edita da Artshop; collabora con vari blog, e-magazine e riviste cartacee, tra cui Menabò, Verbumpress, Italine, CiaoMag e Il Porticciolo.


IN DIALOGO CON DANIELA RAIMONDI


Siamo nel 2021, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurita: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e, forse, pure nel panorama poetico contemporaneo. Anche alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout-court, come inquadri l’argomento e qual è la tua opinione a riguardo? Soprattutto, prevedi un’evoluzione verso altre traiettorie per un futuro prossimo?


Potremmo partire col presupposto che esiste un forte pregiudizio verso la letteratura delle donne. La scrittura femminile da sempre viene considerata di seconda classe e catalogata come sentimentale, superficiale, stucchevole. Non a caso molte donne che scrivono poesia preferiscono essere chiamate “poete” ed evitare “poetesse”, termine che viene immeditatamente associato con poesie di genere, o meglio, di sottogenere. Le ragioni di questa discriminazione letteraria sono storiche e sociali. Fino al XIXesimo secolo, gli uomini avevano un monopolio quasi esclusivo sulla scrittura creativa. Fatta eccezione per alcuni casi eclatanti del passato, come Saffo, Juana Inés de la Cruz, ma anche le italiane Gaspara Stampa, Vittoria Colonna e Veronica Gambara, il panorama storico della poesia scritta da donne resta vuoto.

La situazione è migliore nel mondo anglosassone e questo non è un caso, visto che la Rivoluzione Industriale e l’emancipazione femminile hanno visto le loro origini in quella parte del mondo. In Inghilterra e negli Stati Uniti vediamo i primi esempi di donne che si dedicano alla scrittura con successo. Penso a Emily Dickinson, ma anche a Elizabeth Barrett Browning per la poesia, o alle sorelle Brönte e a Jane Austen per il romanzo.

Oggi si dibatte molto sull’esistenza di una poesia femminile. La tendenza “politically correct” è quella di asserire che la poesia non ha sesso ma è un’entità amorfa, eterea, non catalogabile, quali lo sono la bellezza, l’arte e la musica: tutti concetti che sfuggono le definizioni di genere. Tendo a non essere d’accordo con questa teoria. Esistono realtà fisiologiche distinte tra i sessi e se si parla di maternità, parto, mestruazioni, mi pare ovvio che debbano farlo le donne. Quando questi temi vengono trattati in poesia, si può dunque parlare di poesia femminile. Indubbiamente, il discorso di allarga a temi più complessi: credo che nelle donne che scrivono esista una percezione diversa della realtà, un rapporto più intimo con il proprio corpo e con le emozioni.


Nella nostra società il corpo è diventato il capro espiatorio per affrontare questione complesse, spesso legate all’appartenenza di genere e alla costituzione dei processi identitari. Il corpo, in effetti, facilmente sottoponibile a modifiche e correzioni, sembra costituire il territorio a partire dal quale ridefinire e affermare chi siamo. In questo senso, se facciamo riferimento alle pubblicazioni degli ultimi anni, pare esserci una prevalenza di poete che hanno fatto proprie queste tematiche rispetto ai colleghi uomini, che sembrano preferirne altre. Come spieghi questo dato? Pensi possa essere indicativo rispetto alla questione oggetto del nostro editoriale?


Ignorare il corpo è un falso privilegio, una falsa affermazione di equità di genere. Soprattutto per quanto riguarda la poesia del ventesimo secolo, esiste un diverso approccio delle donne per tutto quello che riguarda la fisicità e il rapporto con il proprio corpo. Le donne: «scrivono con il corpo e con il latte.» affermava Helene Ciroux. Secondo lei, il soggetto artistico non è necessariamente androgino, come invece sosteneva Virginia Wolf, ma il contrario, e il valore di un testo si accentua più nelle differenze che nelle similarità.

Nel ventesimo secolo, il mondo della poesia anglosassone è ancora all’avanguardia in questo campo. Basti pensare a Sylvia Plath, Adrienne Rich, Anne Sexton e Sharon Olds, per renderci conto della loro enorme forza innovatrice e dell’impronta indelebile che hanno lasciato nella poesia contemporanea. Queste poete, insieme a molte altre, rivendicano un linguaggio comune, uno spazio letterario che sia solo loro. Hanno saputo affrontare argomenti prettamente femminili quali la maternità, l’allattamento, le mestruazioni, ma anche il ruolo della donna nella società e nel matrimonio, il corpo femminile e il desiderio sessuale. Temi che, nella cultura dominante, vale a dire nella cultura maschile, avevano sempre rappresentato dei tabu.


Vorrei che ci regalassi un tuo testo edito o inedito legato al tema che stiamo affrontando e ce lo contestualizzassi, sottolineando in quale direzione vorresti che le riflessioni intorno alla questione del gender in poesia si indirizzassero.


Ho scelto un poemetto dedicato alla maternità, e pubblicato anni fa nel mio libro Inanna. Il titolo del volume fa riferimento una delle prime divinità femminili, la dea sumera della fecondità, della bellezza e dell’amore.

Ho scelto questo testo perché in linea con il pensiero esposto in questa intervista. Mi piacerebbe che il termine di poesia femminile venisse riconsiderato e, soprattutto, rivalutato.

A chi intendesse esplorare questi argomenti, che considero di fondamentale importanza nello studio della poesia contemporanea, consiglio una pubblicazione di qualche anno fa, l’antologia Corporea, edita da Le Voci della Luna. Il libro, indicano le curatrici, nasce dal piacere condiviso di colmare una lacuna: la mancanza di traduzioni in italiano di un vasto patrimonio di testi di donne in lingua inglese che trattano la riscoperta del corpo in ambito femminile e femminista, l’uso politico del corpo come grimaldello per scardinare la visione del mondo, e un linguaggio poetico distinto da quello tradizionalmente formato sull’ottica maschile. Lo consiglio vivamente.


Estuari


I. Ultima Ecografia


Donne seminude. Vaste e immobili come navi sul mare.

Ci guardiamo in silenzio scambiandoci negli occhi lo stesso segreto. Questa pancia rotonda ci rende uguali alle dee. È un sogno di carne, il guizzo di luce che ci fermenta il sangue. Siamo come Veneri cinquecentesche dai movimenti languidi, i seni pesanti. Il ventre teso brilla di gel. Nasconde una matrioska, un corpo minuto coniato nel buio.

Ad ogni parto riesumiamo i nostri morti – cellule e voci legate al sangue con un peso d’angeli. Tocchiamo il ventre rigonfio, la capriola della vita. La spingeremo nel mondo come un frutto acerbo: la testa ancora molle, il cuore che batte in una cartilagine. Questi calci che ci macchiano il ventre saranno bambini. Cresceranno e avranno le scarpe slacciate, una fioritura di sole nei capelli.

Usciremo dall’ultima doglia con piccole vite dentro le mani, da alzare a braccia tese verso la luce.


II. L’aprirsi del mondo


Il tuo corpo prigioniero nelle anche. Il ventre si arrende al tuo peso, al tuo incedere violento che scende ad ogni spinta, che si fa strada aprendomi la carne.

Percorso di dolore dove inizia il bianco delle ossa.

Nasci muto e cieco. Soffri con un fremito la tua prima pena: la fitta incandescente del respiro, il cedere degli occhi alla ferita della luce.

Qualcosa di umido e dolce si appoggia al mio seno: un piccolo corpo coperto di muco, più bianco e più chiaro di ogni battesimo. Ti attacchi al capezzolo bagnato, scuro di ormoni. Secrezione d’amore che già contiene il germe della tua nostalgia.


III. Il distacco


Tagliati da un bisturi, separati dalla scure affilata del distacco. Siamo predestinati a nascere nudi. E soli.

Benedico il tuo viso, la tua bocca di piccolo vecchio che già scava l’aria per ritrovare la mia eco, il ricordo di un cuore delle dimensioni di una noce che replicava la corsa di un cuore più grande.

Ritorniamo ai nostri corpi originali, a una solitudine senza rimedio.

Lasciamo dietro la pelle viola dell’animale marino che fummo, il nostro sangue più puro.


Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova. Ha vissuto per oltre trenta anni a Londra, dove ha ottenuto una laurea in Lingue e Letterature Moderne e un Master in Hispanic Studies presso il King's College, University of London. Ora vive in Sardegna. Suoi racconti sono presenti in antologie edite da Marcos y Marcos e Baldini, Castoldi e Dalai. Ha ottenuto il Premio Montale per una silloge inedita e numerosi premi nazionali e internazionali. Alcuni suoi testi sono stati tradotti in spagnolo, inglese, tedesco, ungherese, serbo-croato e lituano. Nel 2012 è stata selezionata per rappresentare l'Italia all'European Poetic Tournment in Maribor, Slovenia, dove ha ottenuto il Premio Del Pubblico. Fa parte di diverse giurie di premi letterari e sue poesie e racconti sono stati pubblicati da quotidiani nazionali e riviste.




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