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  • Alessandra Corbetta

Editoriale Alma Gender (appuntamento n°1)

Con questa uscita, viene inaugurato l’editoriale Alma Gender, da un'idea di Luca Gamberini e a cura di Alessandra Corbetta, un progetto trasversale alle pubblicazioni del blog che da oggi e per i mesi a venire proverà a monitorare, attraverso interventi di diversa natura, lo stato della questione del gender in poesia.

Chi volesse segnalarci studi o ricerche su questo argomento o desiderasse contribuire ad arricchire con competenza il dibattito, può farlo scrivendo a redazione@almapoesia.it, specificando in oggetto “Editoriale Alma Gender”; tutto il materiale pervenuto verrà sottoposto a lettura e quello ritenuto più interessante e valevole verrà proposto all’interno del progetto.


Inauguriamo lo spazio con un'intervista doppia, rivolta a due autrice che, nella loro ricerca e produzione poetica e culturale in genere, si sono sempre interrogate sulla questione del genere, cercando di individuarne potenzialità e falle. Con Felicia Buonomo e Ilaria Grasso, abbiamo provato a fare il punto della situazione, a ipotizzare orizzonti futuri, a capire quanto ancora c'è e si può fare per un'analisi prolifera del fenomeno.


IN DIALOGO CON FELICIA BUONOMO


Siamo nel 2021, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurita: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e, forse, pure nel panorama poetico contemporaneo. Anche alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout-court, come inquadri l’argomento e qual è la tua opinione a riguardo? Soprattutto, prevedi un’evoluzione verso altre traiettorie per un futuro prossimo?


Prevedere un'evoluzione riguardo un argomento così ampio e variegato, è quanto di più difficile, specie se si vuole considerare un orizzonte temporale ristretto, di prossimità. Provo a dare, però, qualcuno spunto di riflessione, partendo da un presupposto, che mi auguro possa essere letto con la maggiore apertura possibile: io non credo al “male necessario” riguardo la questione di genere, anche in ambito letterario. Aggrapparsi all'esigenza di “quote rosa” è di per sé discriminatorio, perché foriero di una ghettizzazione che non è mai stata di beneficio, per nessuno. Applaudire all'introduzione di una rappresentanza femminile, nelle antologie scolastiche ad esempio, o in altro ambito che afferisca alla poesia (o alla società in genere), crea una linea di demarcazione tra il socialmente accettato e/o il politicamente corretto e la normalità a cui sarebbe auspicabile arrivare. Non si è bravi se si introducono elementi di parità, la parità dovrebbe essere, oggi, la regola. Il genere non dovrebbe essere il discrimine, nelle valutazioni critiche. Il dibattito a riguardo è necessario, certo, cercando però di superare gli stereotipi, ma in senso lato, anche quelli che danno vita alla cosiddetta discriminazione al contrario, che crea per sua definizione recinti di isolamento.

Nell'analizzare il dibattito relativo alla questione di genere su questo sguardo sulla realtà che è la poesia (parafrasando Edoardo Sanguineti), provo a calarmi nel terreno dei dati di fatto, per capire quanta strada abbiamo ancora da percorrere per superare modelli di comportamento ricorrenti e svilenti, perché fondati sulla disparità. Per quanto si possa riconoscere l'esistenza di una differenza di approccio e sguardo nella scrittura e/o lettura, cercare di ricondurla al genere diventa semplicistico e – a tratti – offensivo. Apporre l'etichetta della “poesia femminile” va oltre, scavalcandola, l'esigenza di posizionare la figura femminile nel quadro della lotta (ancora in atto) per l'affermazione della parità dei diritti. Imbattersi, per fare un esempio, nelle classifiche degli store che vendono libri e trovare la categoria “poesie scritte da donne”; o, per fare un altro esempio, imbattersi in concorsi letterari di poesia (ha fatto notare pubblicamente la poetessa Alessandra Piccoli) “riservati – cito testualmente – solo alle autrici”, rischia di creare un orto di separazione dove a crescere non è l'erba dell'inclusione. E ci riporta colpevolmente indietro nel tempo.

Non è accettabile pensare di essere oggi delle nuove Anne Sexton, il cui linguaggio poetico esplicitamente riferito al sesso, ad esempio, faceva di lei una donna e poetessa che percorreva la strada dell'emancipazione. E non lo è, perché non dovrebbe essere più il nostro tempo, perché i tempi sono cambiati, ma le logiche e dinamiche sociali a quanto pare non sono andate di pari passo.

Non è ammissibile, a mio avviso, che il linguaggio poetico femminile debba essere automaticamente etichettato come confessionale o, peggio, amoroso, inteso nella sua accezione banalizzante. Io stessa, come poetessa, ho tentato la strada di una poesia di indagine (senza esplicitarlo), narrando di un certo universo di sofferenza declinato al femminile, indagando il rapporto vittima-carnefice, raccogliendo le testimonianze di alcune donne vittime di violenza. Parliamo, ripeto, di un tentativo di poesia di testimonianza, ma credo possa venire “facile” attribuire al mio lavoro il tema della “sofferenza amorosa” pura e semplice, senza fare cenno alla disfunzionalità dei rapporti violenti che ho traslato in poesia. Sentirci, o essere qualificate, poetesse che narrano l'amore in attesa della liberazione dalla torre è più comune di quanto si pensi. E non è solo questione di definirsi poete o poetesse. È questione di “normalizzazione” della figura legata al suo genere.

Recentemente, in occasione dell'annuncio dei poeti che sarebbero stati inseriti nel XV Quaderno di poesia italiana contemporanea (edizioni Marcos y Marcos) era stato sollevato pubblicamente un appunto relativamente alla presenza prevalente di autori uomini. È stata sorprendente, e a mio avviso sintomatica, la risposta fornita dal poeta Franco Buffoni, il quale ha fatto presente che l'equilibrio di genere nella scelta dei poeti da includere nel Quaderno rispecchiasse in realtà la percentuale delle candidature pervenute: 70% uomini, 30% donne, augurandosi – a buon ragione – un aumento delle proposte femminili per i prossimi Quaderni. Credo che questo piccolo esempio, dica molto su quanto anacronistici siano i codici di comportamento che intrinsecamente ancora portiamo come guida, evidentemente anche da parte delle donne per prime.


Nella nostra società il corpo è diventato il capro espiatorio per affrontare questione complesse, spesso legate all’appartenenza di genere e alla costituzione dei processi identitari. Il corpo, in effetti, facilmente sottoponibile a modifiche e correzioni, sembra costituire il territorio a partire dal quale ridefinire e affermare chi siamo. In questo senso, se facciamo riferimento alle pubblicazioni degli ultimi anni, pare esserci una prevalenza di poete che hanno fatto proprie queste tematiche rispetto ai colleghi uomini, che sembrano preferirne altre. Come spieghi questo dato? Pensi possa essere indicativo rispetto alla questione oggetto del nostro editoriale?


Un dato, quello rilevato, che trova parziale riscontro nella realtà. È vero, in parte. Ma credo che il ricorso a tematiche come l'appartenenza di genere e il corpo come costituzione dei processi identitari, rappresenti solo un mezzo per fare poesia e non un fine.

Pensiamo ad autrici come Giovanna Cristina Vivinetto. In Dolore minimo (Interlinea, 2018) racconta in poesia la transessualità. Il suo è stato definito un caso letterario e probabilmente lo è stato. Ma, la mia visione di lettura è più estesa, va oltre il recinto che è stato costruito intorno alla sua poesia. E lo dico in senso assolutamente positivo, trovo che questo sia un bene. Leggendo la sua raccolta poetica, infatti, ho sentito che la capacità poetica ed evocativa di molti dei suoi versi – chiaramente non tutti – sarebbe potuta anche prescindere dalla tematica di fondo. Medesima scelta è stata fatta da Sonia Zuin, che ha ugualmente affidato alla poesia la sua condizione di transessuale con Percorsi silenziosi (Le Mezzelane casa editrice, 2019), dove tuttavia non si narra solo di un uomo che diventa donna, emerge puro lo sguardo di una donna sul mondo, su ciò che sente, interpreta e rinnega, con il sottofondo di quella nuova “forma” che ha deciso di liberare dopo anni di silenzio.

La capacità di immedesimazione di un lettore dipende anche dall'apertura che possiede la scrittura dell'autore. Non sempre la preferenza di tematica coincide con l'identità di genere e sarebbe svalutante farne un automatismo. Penso all'operazione poetica fatta da Federico Preziosi con Variazione madre (Controluna, 2019), dove l'autore racconta l'universo femminile, donne abili alla maternità, ma che continuano ad avere pulsioni, anche erotiche, donne che possono e voglio andare oltre i doveri di ruolo e per questo abitate dal senso di colpa; un'operazione interessante, non solo perché a opera di un autore uomo, soprattutto perché tenta di raccontare e superare una mentalità ancora imperante legata alla figura della donna.

E ancora: pensiamo all'iniziativa editoriale de La Vita Felice, che il 29 novembre scorso (giornata internazionale dei difensori dei diritti delle donne) ha lanciato il progetto Dalla stessa parte, un'antologia poetica (curata dai poeti Salvatore Sblando e Salvatore Contessini) dove saranno gli uomini a levare la voce per affiancare le donne nel difficile cammino verso l’eliminazione della violenza di genere; iniziativa – precisiamo – voluta dal direttore editoriale della casa editrice, Diana Battaggia, una donna, quindi, che affida allo sguardo maschile un tema considerato ad appannaggio delle donne.

Non esiste, dunque, a mio avviso, poesia scritta da donne e rivolta alle donne, e nemmeno viceversa. Esiste la scelta di una direttrice, di temi che si vogliono esplorare e portare avanti, anche in poesia, soprattutto attraverso il mezzo poetico, che – come tutta l'arte – ha il compito sociale e civile di allargare lo sguardo, “scandalizzare” se necessario, portarci ad ascoltare senza reticente e pregiudizi l'oscenità della parola, come ci ricorda Simone de Beauvoir.

Il corpo è da sempre foriero di banalizzazioni e preconcetti, capaci di macchiare la purezza del linguaggio, dando vita a fenomeni di contrapposizione sociale. L'esibizione del corpo, ad esempio, porta spesso all'altrui svalutazione della parte artistica di chi lo mostra, esponendolo al rischio di forme di maschilismo, anche femminile, ovvero da parte di donne verso altre donne (stranamente intrise di maggiore livore). Considerare una forma corporea come sintomo di una certa affidabilità – o il suo contrario – nel mondo culturale (e non solo) è ricorrente. Ancora ci viene in soccorso Simone de Bauvoir, quando ci insegna (non sarebbe il caso di utilizzare altro verbo che questo) che «una donna libera è il contrario di una donna facile».

Spesso anche solo avere un corpo femminile, inteso nella sua accezione più ampia, rischia di vanificare l'arte di chi lo possiede. A riguardo è importante la testimonianza della poetessa Isabella Leardini (di cui ho immensa stima artistica), che all'indomani dell'annuncio del suo nuovo incarico alla direzione poesia della Vallecchi, ha subito pesanti e, a mio avviso, ingiustificati attacchi. Evento che ha dato modo alla poetessa di ricordare anche episodi passati e legati indissolubilmente al suo essere donna. «Quando nel 2003 ho iniziato a organizzare da sola un festival avevo 24 anni – ha raccontato la Leardini affidando la sua testimonianza a un post di Facebook – mi sono ritrovata accanto ai miei genitori a leggere sui primissimi blog i commenti anonimi che dicevano che ero andata a letto con questo e con quello. Se sei una ragazza e organizzi qualcosa sicuramente è perché qualche amante ti ha messa a farlo come prestanome». Quella della Leardini non è un'opinione o una percezione della realtà, è un dato di fatto, inequivocabile. Su cui sarebbe importante soffermarsi. Il corpo non può e non deve essere considerato mezzo per indirizzare pensieri e opinioni sull'arte della parola o altro impegno a sostegno della poesia.


Vorrei che ci regalassi un tuo inedito legato al tema che stiamo affrontando e ce lo contestualizzassi, sottolineando in quale direzione vorresti che le riflessioni intorno alla questione del gender in poesia si indirizzassero.


Vi lascio, ringraziandovi per l'ospitalità, con questo mio inedito, intitolato Rinuncia, che racchiude la denuncia dello stereotipo della donna a cui viene inculcato il dovere della sopportazione e della rinuncia per poter trovare un equilibrio, tanto entro le mura domestiche quanto nella società. Un testo che spera di posizionarsi, tuttavia, oltre il genere e i tempi, che tenta l'intercambiabilità delle parti nel gioco dell'immedesimazione. Ed è questa la direzione che mi auguro possa prendere la poesia oggi, oltre la tematica che si definisca ad appannaggio di una parte e dell'altra. Il linguaggio poetico è e deve poter essere universale, anche quando parla di esperienze che ci sono estranee. Se riesce in questo tentativo, avrà assolto uno dei suoi compiti.


Rinuncia


Mi hanno insegnato il perdono

e la misericordia, nel pre-dramma.

Viviamo infelici, ho sentito.

La primula bianca secca resiste

tra il verde, ma non splende di cura.

Lottare: menzogna di una vita

che altri pretendono. Educarsi

a rinunciare come equilibrio.


Felicia Buonomo è nata a Desio (MB) nel 1980. Nel 2007 inizia la carriera giornalistica, occupandosi principalmente di diritti umani. Alcuni dei suoi video-reportage esteri sono stati trasmessi da Rai 3 e RaiNews24. È nella redazione di Osservatorio Diritti. Alcune sue poesie sono state pubblicate su riviste e blog letterari, quali La rosa in più, Atelier poesia, la Repubblica – Bottega della Poesia e altrove. Alcuni suoi versi sono apparti anche su riviste e blog letterari degli Stati Uniti, quali Our Verse Magazine, The Daily Drunk Mag e Unpublishable zine. Alcune sue poesie appaiono sulla rivista parigina «Chemins de Travers», dell'associazione L'Ours Blanc. Altri suoi testi poetici sono stati tradotti in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti. Cura una rubrica dedicata alla poesia su “The Book Advisor”. Pubblica il saggio Pasolini profeta (Mucchi Editore, 2011), il libro-reportage I bambini spaccapietre. L'infanzia negata in Benin (Aut Aut Edizioni, 2020) e la raccolta poetica Cara catastrofe (Miraggi Edizioni, 2020). Dirige la collana di poesia “Récit” per Aut Aut Edizioni.



IN DIALOGO CON ILARIA GRASSO


Siamo nel 2021, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurita: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e, forse, pure nel panorama poetico contemporaneo. Anche alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout-court, come inquadri l’argomento e qual è la tua opinione a riguardo? Soprattutto, prevedi un’evoluzione verso altre traiettorie per un futuro prossimo?


Mi piace iniziare a rispondere con una breve introduzione di tipo sociologico e filosofico. Innanzitutto parto dalla parola “gender”. Essa è un neologismo coniato dagli ambienti cattolici negli anni ’90 per riferirsi in modo critico agli studi di genere che inaugurano così la loro denominazione in inglese. Parlare di gender ora vuol dire ancora inquadrare la cosa secondo la critica cattolica tradizionale che vuole indirizzare il pensiero delle persone alle vecchie strutture socioeconomiche. Il genere, per come la vedo io, è un costrutto sociale e come tale altamente influenzato dalla cultura. Un maschio non potrà mai partorire un bambino o forse meglio dire non può ancora partorirlo ma sia la femmina che il maschio possono essere genitori e individui distinti. Solo assieme, co-operando diventano genitori. “Non si nasce donna, lo si diventa” diceva Simone de Beauvoir e di conseguenza si diventa donne così come si diventa uomini a prescindere dal fatto di partorire. A tal proposito sposo il “make kin” e cioè “fare bambini” di Donna Haraway, filosofa e docente statunitense. Mi piace questa espressione perché elimina tutta la territorialità tossica di cui sono infarciti i rapporti sentimentali e quelli genitoriali e in maniera più ampia della società tutta. Per rispondere alla prima domanda partirei innanzitutto dal fatto che la parola “poeta” va bene sia per i maschi che per le femmine, sia per gli uomini che per le donne. Traghetta insomma con facilità e rispondenza piena. Quando parlo di donne mi riferisco anche alle transessuali che donne lo sono diventate ugualmente con piglio e autodeterminazione agita. Una volta con il mio amico Ubaldo ridemmo moltissimo perché secondo lui per parità bisognava usare il termine “poetessi” sarcasticamente ribaltando la diminutio che il termine “poetessa” ha sempre avuto. Io ero e rimango dell’avviso che la parola “poeta” sia il modo migliore per definire chi lavora come poeta. Voi che mi state leggendo probabilmente rimarrete straniati dall’uso della parola “lavoro”. Poeti si nasce e non si diventa e questa è una realtà probabilisticamente vera ma manchevole del rapporto tra chi fa (produce) poesia e chi poi la vende. Questo meccanismo fa diventare il poeta un lavoratore. Esso infatti deve produrre e vendere e avere competenze per entrare nel mondo editoriale oltre che avere capacità relazionali e nozioni di marketing ovviamente attenendosi alla linea editoriale. Non so se marketing possa essere il termine adatto. Sembra più efficace e autentico parlare di consenso commerciale. Tutti questi aspetti sono lontani anni luce dalla Poesia che, come noto, essendo arte libera, non ha niente a che fare con il mercimonio o la televendita. Vende più una tetta o un cazzo? Una lamiera o un fiore? La Poesia è disciplina costante di osservazione (ascolto) del mondo e approfondimento culturale. Senza dei quali l’ego si gonfia a dismisura e rischiamo soltanto di imbrattare pagine inutilmente. Mi chiedi di evoluzioni e traiettorie. Al momento il clima è asfittico e compresso. Tra chi la parola la vuole scarnificata di sangue e veleno e chi la vuole tutta ornata e dorata. A me piace sia autentica e se una traiettoria bisogna tracciare penso che bisogna co-operare per uscire dai dualismi (anche quelli di genere e gusto sessuale) ed evitare quel “contro” che già ha fatto troppi danni in passato.


Nella nostra società il corpo è diventato il capro espiatorio per affrontare questione complesse, spesso legate all’appartenenza di genere e alla costituzione dei processi identitari. Il corpo, in effetti, facilmente sottoponibile a modifiche e correzioni, sembra costituire il territorio a partire dal quale ridefinire e affermare chi siamo. In questo senso, se facciamo riferimento alle pubblicazioni degli ultimi anni, pare esserci una prevalenza di poete che hanno fatto proprie queste tematiche rispetto ai colleghi uomini, che sembrano preferirne altre. Come spieghi questo dato? Pensi possa essere indicativo rispetto alla questione oggetto del nostro editoriale?


Al momento il corpo serve per lo più per produrre, comprare ed espletare le funzioni fisiologiche (mangiare, bere, respirare, andare in bagno) e mettere in atto comportamenti per evitare il Covid eppure il corpo può fare di più e cioè essere un soggetto desiderante. Al momento sembra ci sia una netta tendenza ad ammazzare l’Eros che nella mia visione delle cose è parente stretto del desiderio. Il desiderio di cui parlo non è solo quello fisico ma anche “corporale” (non corporativista). Attiene dunque anche al corpo sociale che si coagula nell’amicizia e in senso più ampio nella comunità. Il concetto di identità lavora male nel sentimento amicale e nella comunità perché prevale troppo spesso un meccanismo autopoietico che non consente di andare oltre la percezione che un individuo ha di sé stesso nel suo individuale mondo. Mi piace tanto la parola “decolonizzare” ma se usassi in poesia l’espressione “mio amore” riferendomi alla persona che amo o “mia cara” riferendomi ad una persona con la quale sono in relazione amicale non farei un buon lavoro perché l’aggettivo possessivo non farebbe altro che “colonizzare”. In ragione di ciò mi piace più il termine “terreno” che “territorio”. Nel terreno si coltiva (vedi origine termine “cultura”), nel territorio ci sono campi di forze che agiscono e spesso annientano e distruggono. Con il terreno si riempiono i fossati delle differenze. E poi quanto davvero le donne conoscono il corpo? Vedo che siamo ancora molto giudicanti e sessuofobiche. Sono poche le donne ad esempio che affermano di masturbarsi ed è socialmente più accettato che una single si masturbi perché per la maggior parte delle persone la masturbazione non è un modo per conoscersi e godere con il proprio corpo e con quello altrui. Credo l’unica sia stata Anne Sexton ad affrontare il tema. Per non parlare della menopausa o del ciclo mestruale (su quest’ultimo tema credo solo Biancamaria Frabotta abbia scritto un testo). Eppure sono temi di cui si fa enorme difficoltà a parlare e dunque l’elaborazione collettiva che ne consegue risulta drammaticamente manchevole. Vero è che il “politically correct” è stato in grado di ammazzare anche questi argomenti spegnendo un dialogo potenzialmente efficace. Penso allo scarso disinteresse della medicina e delle case farmaceutiche per i dolori mestruali a fronte di ampia scelta di pillole come Viagra, Cialis e compagnia cantando. Un oltraggio per alcune la pubblicità che sdogana la sessualità in terza età. Siamo tutti pronti ad attaccare chi vede le nostre adorate nonnine come esseri improduttivi e quindi se muoiono di Covid che sarà mai! Ma quando proviamo a dire che anche le nonnine vogliono godere chiudiamo gli occhi e gridiamo allo scandalo. I corpi desiderano al di là della pubblicità (istilla bisogni e non desideri) e se pensiamo che il desiderio (piacere) femminile sia relegato solo al dar forza lavoro o nuove leve alla patria o se vediamo solo un corpo come un dispositivo per accedere anche alla possibilità del compromesso non stiamo includendo tutte. Per molte invecchiare non è solo paura di morire ma anche di finire. Non siamo fatti per vivere in eterno. Dovremmo prepararci ogni giorno a questo. Invecchiare però è anche smettere di essere desiderabili e dunque di godere. Ecco questo per me è ancora più spaventoso.

Mi sembra di percepire che sia la potenza e non la co-operazione ad avere la meglio. E questo ovviamente va a ricasco su tutte le questioni inerenti il corpo sociale e delle iniziative e proposte culturali e politiche. Siamo tutti in smartworking eppure la legge è ferma al 2014 per il settore privato e al 1988 per il pubblico (in realtà parliamo ancora di telelavoro, non esattamente di smartworking). Nel numero di 5 di MicroMega il Professor Alleva, giurista ed ex componente del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro nella VI consiliatura, prospetta uno scenario similare al part-time, per la maggior parte concesso alle madri quindi non a tutte le donne. È un dispositivo utilizzato solo in ragione dell’esistenza di un bambino o di un anziano da badare, in presenza di un partner abbiente e solo quando c’è un contratto collettivo e una casa in assenza di mutuo. Secondo me non è inclusivo. Lascia ad esempio fuori tutto quel marasma di lavoratrici invisibilizzate risolvendo solo in superficie. Non sarebbe il caso di investire di più in asili nido e scuole? Non sarebbe il caso di prolungare l’orario scolastico? Non sarebbe il caso di avere assistenza pubblica domiciliare per gli anziani? Non sarebbe il caso di un parificare i congedi parentali affinché madri e padri possano assumersi la responsabilità genitoriale e in sinergia e a supporto delle le istituzioni scolastiche? Non sarebbe il caso di riconoscere una buona volta le competenze delle donne? Non sarebbe il caso che le donne prendessero stipendi uguali a quelli degli uomini a parità di ruolo? Non sarebbe il caso di finanziare di più percorsi di lavoro stabile a tutti per consentire a tutti se scegliere liberamente di stare o meno con il o la partner riducendo frustrazione e violenza? Forse se pensassimo prima a queste cose tutte le cose che rilevi non accadrebbero e non ci sarebbe neppure la necessità di una legge per le Quote Rosa.


Vorrei che ci regalassi un tuo inedito legato al tema che stiamo affrontando e ce lo contestualizzassi, sottolineando in quale direzione vorresti che le riflessioni intorno alla questione del gender in poesia si indirizzassero.


Mi chiedi un testo. Ne vorrei dare tre perché per elaborare tutto ciò che ho appena finito di dire sono stati necessari.

L’estate è arrivata e la sera

non metto più il pigiama.


Vado a letto soltanto con lingerie di seta.


La schiuma di argan sotto la doccia

risveglia la pelle e mi contorco

perché Desiderio chiama.


Ma se penso allo sforzo immane

di farmi specchio d’acqua per Narciso

mi secco e per salvarmi dal deserto

mi copro le dita di saliva

apro le cosce

e dopo mi addormento beata.

*


Anche la luna ha un lontano amore.

Lo leggo dal tappeto di lucciole

che sparge ogni sera sul mare.


Provano a sollevare inutilmente

un pianeta che ruota

soltanto attorno al proprio asse

e farsi vincere non vuole

dall’implacabile forza delle maree.


Essa muta ogni cosa sulla terra e nel cuore.


Ma a te questo non interessa. Vero, amore?


*


Temi con il tempo di perdere l’elasticità del derma.

Pensi forse contenga la tua anima ma

l’anima si espande e si restringe

a seconda della tua volontà di godimento

che sempre è apprendimento di stupore e bellezza.


Le congetture ideologiche cadono di fronte

alla nudità del corpo

tra Monti di Venere e schiume di mare

tra le improvvise sonorità degli amplessi

e le carezze.


Non avere paura delle rughe, della cellulite,

dei rotoli di pancia e del sangue che d’un tratto

ti scompare tra le gambe. Solo in apparenza

ti prosciuga le labbra.


Lubrificale con la fantasia.

Alimenta l’immaginazione coi libri

Vai alle mostre e non rinunciare al desiderio

che è conoscenza e vita.


Inginocchiati ogni tanto e non solo per pregare.

Ricordati di ubbidire ma solo per gioco

e non dimenticare mai di ruggire.


Ilaria Grasso nasce nel 1979 a Lucera, in provincia di Foggia, e lavora come impiegata d’ufficio a Roma, dove vive da più di dieci anni. È attivista transfemmista e non manca mai nelle piazze e nei cortei per i diritti degli ultimi. Recensisce prosa e poesie su vari Lit Blog. Ha una curiosità incolmabile e non si arrende alle ingiustizie del mondo. La sua vita è piena della stima e dell'affetto di numerosi amici che considera la sua famiglia. Di tanto in tanto si concede qualche amante intelligente ma non disdegna l'eventualità di un rapporto stabile e non è chiusa anche ad altre tipologie di rapporto purché non vadano oltre il suo concetto di dignità personale. Si interessa di arte, architettura, nuovi linguaggi e legge prevalentemente saggistica e poesia. Asseconda ogni suo entusiasmo ed è portatrice libera della propria sessualità.




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