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  • Alessandra Corbetta

Editoriale Alma Gender (appuntamento n°3)

Continuano le interviste di Alma Gender, volte a sondare la questione del gender in poesia:

protagonisti di oggi sono Federico Preziosi e Salvatore Sblando.


Ricordiamo che chi volesse segnalarci studi o ricerche su questo argomento o desiderasse contribuire ad arricchire con competenza il dibattito, può farlo scrivendo a redazione@almapoesia.it, specificando in oggetto “Editoriale Alma Gender”; tutto il materiale pervenuto verrà sottoposto a lettura e quello ritenuto più interessante e valevole verrà proposto all’interno del progetto.


IN DIALOGO CON FEDERICO PREZIOSI


Siamo nel 2021, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurita: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e, forse, pure nel panorama poetico contemporaneo. Anche alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout-court, come inquadri l’argomento e qual è la tua opinione a riguardo? Soprattutto, prevedi un’evoluzione verso altre traiettorie per un futuro prossimo?


Nel ringraziare AlmaPoesia per avermi coinvolto in questo dibattito appassionante, faccio una doverosa premessa: non mi considero un esperto della questione, non penso di aver dedicato degli studi particolari al tema e l’unica cosa che ho da offrire ai lettori è un’esperienza di scrittura poetica in cui ho cercato di immedesimarmi nel femminile (Variazione Madre, Controluna - Lepisma floema 2019). Detto questo, credo che la questione del gender non possa esaurirsi velocemente perché la nostra società occidentale si rimodula in continuazione affermando nuovi valori. Immaginare oggi l’istituzione della famiglia, per esempio, così come si è mantenuta nei secoli scorsi è impossibile, per esigenze economiche, sociali e relazionali. Nonostante i mutamenti evidenti, molte cose non sono cambiate, lo vediamo ai tempi del covid dove sono spesso le donne a dover sacrificare il proprio posto lavoro per la cura della prole. La questione è vastissima, ma faccio mia la brevissima riflessione di Ágnes Heller contenuta ne Il lungo cammino delle donne (Castelvecchi) nella quale viene ripreso il concetto dell’Altro di Sartre. Gli esseri umani sono determinati dallo sguardo dell’Altro e questa premessa, seppure non sempre funzionale a qualunque determinazione, viene applicata alla condizione femminile anche da Simone de Beauvoir. La filosofa ungherese ribadisce: le donne sono determinate dallo sguardo degli uomini, lo sono sempre state e lo sono in una certa misura ancora oggi. Se quanto detto è ancora valido, immagino che fino a quando la questione si porrà in termini di autodeterminazione non si estinguerà. Ci sarebbe, inoltre, da chiedersi se questo Altro di oggi sia completamente maschile o semplicemente capitalistico, se le cose coincidano oppure no. Il discorso andrebbe esteso, naturalmente, anche alla sfera di coloro i quali non si riconoscono nel sesso di appartenenza, distinguendo sempre tra appartenenza e preferenza di genere. Questo per dire che la questione del gender è lontana dall’essere liquidata e, se ciò vale nella nostra società, si riflette giocoforza sulle arti.

La poesia o almeno una parte di essa, come tutte le arti e come storicamente è sempre avvenuto, registra le tendenze della propria epoca. Questo vale per Dante come per Anne Sexton: un poeta rappresenta sempre una testimonianza di un periodo storico. Dai casi in questione appena citati possiamo ricavare due immagini estremamente diverse della donna, non solo per una questione di genere e di coscienza, ma anche di contesto storico-sociale. Immagino che i contemporanei di Dante non si ponessero la questione del genere così come ce la poniamo noi e, in fondo, bisognerebbe anche chiedersi se una donna come Anne Sexton sarebbe mai potuta esistere nel Medioevo e quale peso avrebbe avuto in ambito culturale. La questione del genere è un paradigma interpretativo le cui linee di demarcazione sono estremamente variabili, ma ciò non significa che il maschile e il femminile siano indefinibili nella scrittura poetica, così come al tempo stesso è pretestuoso voler dare delle definizioni nette. Qualche punto di riferimento lo si può dare e personalmente lo individuo nel corpo perché i nostri sensi, i centri di ricezione del piacere e del dolore, sono tutti lì. E l’evolversi del corpo accompagna altresì il cambiamento della mente connotandoci dalla primissima infanzia fino alla terza età. Anche la sessualità si accompagna al corpo o alla sua immagine, non di rado il linguaggio poetico si pone in relazione con esso.

Il Novecento è stato sicuramente il secolo più ricco di poesia femminile, intesa come poesia scritta dalle donne, e se la dimensione della questione non è sembrata rilevante agli occhi di un acuto studioso come Pier Vincenzo Mengaldo, nella cui prestigiosa antologia di poesia del ‘900 edita da Mondadori include tra le voci femminili soltanto Amelia Rosselli, risulta esserlo in volumi più recenti, come Muse del disincanto. Poesia italiana del Novecento. Un’antologia critica a cura di Silvio Raffo (Castelvecchi). Qui vengono recuperate moltissime autrici di valore, come Amalia Guglielminetti, Antonia Pozzi, Maria Luisa Spaziani, Margherita Guidacci, ma anche una recentissima antologia come Braci a cura di Arnaldo Colasanti (Bompiani) include un numero di donne considerevole. Certo, il tutto resta ancora fortemente sbilanciato in favore della presenza maschile, ma questo è un problema relativo: ritengo che oggi vi siano le condizioni affinché le donne, al pari degli uomini, possano esprimersi in poesia, dunque i risultati verranno giudicati in base alla qualità della scrittura, sarebbe sbagliato fare del genere un tratto distintivo del canone. Se l’arte non prevede quote rosa, di certo una revisione nelle scelte delle antologie scolastiche andrebbe fatta: qualcuno dovrà pur spiegare perché Guido Gozzano è ben antologizzato e Amalia Guglielminetti non lo è. Se quanto sta accadendo non dovesse riflettersi anche sui programmi ministeriali significherebbe che né la poesia né la critica stanno producendo risultati in termini culturali oppure, in alternativa, che la scuola viaggi su un altro binario. Il che non mi stupirebbe affatto.


Nella nostra società il corpo è diventato il capro espiatorio per affrontare questione complesse, spesso legate all’appartenenza di genere e alla costituzione dei processi identitari. Il corpo, in effetti, facilmente sottoponibile a modifiche e correzioni, sembra costituire il territorio a partire dal quale ridefinire e affermare chi siamo. In questo senso, se facciamo riferimento alle pubblicazioni degli ultimi anni, pare esserci una prevalenza di poete che hanno fatto proprie queste tematiche rispetto ai colleghi uomini, che sembrano preferirne altre. Come spieghi questo dato? Pensi possa essere indicativo rispetto alla questione oggetto del nostro editoriale?


Come accennavo prima, il corpo è per me centrale in questa vicenda, ma non ne faccio una questione estetica, bensì biologica. Questa biologia non fa a meno dei sentimenti, in quanto esseri umani siamo attratti dai corpi e nel farlo ci sentiamo colmi di desiderio per noi stessi e per gli altri. Anche nei momenti di innocua contemplazione qualcosa dentro di noi accade e incide sul nostro sentire. E nelle arti? Suppongo che il corpo abbia un impatto anche sull’immaginario e l’ispirazione, tanti ne hanno parlato e scritto nelle diverse epoche. Quanti versi sono stati scritti per le donne e quanti per gli uomini? Il corpo è il nostro limite, ma anche il nostro orizzonte, la nostra tendenza verso l’Altro, il nostro desiderio di scoperta, di penetrare e lasciarci penetrare, di esserci e non voler esserci più. Se diventiamo spirito per qualcuno è perché abbiamo avuto un corpo. Anche Cristo per farsi testimonianza di vita si è fatto corpo ed è questo ciò che intendo quando parlo di corpo come mezzo per accedere all’esperienza della vita terrena e, per chi ci crede, ultraterrena. Da qui possiamo provare a focalizzarci sull’Altro. Nel mio caso specifico, componendo le poesie che successivamente avrebbero fatto parte di Variazione Madre, immedesimandomi nel femminile, mi sono chiesto spesso in cosa una donna fosse diversa da me. Ho pensato, e penso ancora. che la donna possieda un corpo a cui corrispondono determinate funzioni vitali, complementari alle mie, ma differenti. In quanto uomo non posso vivere l’esperienza della maternità, per esempio, non mi è data l’occasione di portare in grembo una vita, non mi relaziono al ciclo mestruale, non vivo il travaglio e la gioia del parto, mi è preclusa la possibilità di nutrire un bambino attraverso il mio corpo. Con questo non voglio dire che una donna sia meno donna qualora liberamente e legittimamente scelga di privarsi della maternità, eppure proviamo a rovesciare la situazione e affermiamo che per me, in quanto uomo, questa possibilità è e resterà inesistente, almeno fino a quando un giorno la scienza consentirà anche a noi maschi di svolgere le stesse funzioni. Tralasciando i risvolti fantascientifici della vicenda, nella scrittura c’è spesso una componente personale e di conseguenza le declinazioni maschili o femminili delle esperienze non possono restare prive di espressione. Questo non significa che il femminile sia appannaggio delle donne e, viceversa, il maschile degli uomini, tuttavia è necessaria una profonda immedesimazione che tenti di ricostruire, attraverso l’immaginazione, quel sentire che si genera con il corpo e nel corpo. La questione del corpo emerge in tantissime voci femminili contemporanee, ma vorrei soffermarmi su quelle che, a mio avviso, possono rappresentare bene il focus di questa riflessione. Anche l’acqua ha sete di Beatrice Orsini (Controluna) rappresenta un ottimo esempio in cui la parola diventando corpo stabilisce una relazione tra l’io femminile e l’Altro; nel caso specifico si potrebbe addirittura fare una digressione sul corpo e gli oggetti, a quelli che riportano all’infanzia, per esempio, per ognuno di noi non necessariamente dimora di serene memorie, ma profondi traumi in quanto luoghi conflittuali di assegnazione della nostra sessualità. Anche Floriana Coppola ne La faglia del fuoco (Il laboratorio/Le edizioni) non separa l’amore dal corpo, anzi sembra che vi sia un legame viscerale tra le due cose e il corpo si fa indagine del contatto così come della distanza: questa esplosione dei sensi non può rinunciare al femminile e ai propri attributi afferenti alla sessualità, di un corpo ci parla l’esperienza e questa avviene anche tramite le caratteristiche fisiche nella loro piena valorizzazione. La gioia e il dolore avvengono nel corpo e non al di fuori di esso. Potremmo anche spostare la dimensione corporea, “ridurla” alle ossa in quanto struttura portante di una carne la quale, seppure priva di sensualità, si fa comunque luogo di attesa, di attenzione, di cura per l’Altro e persino di memorie, come nel caso di Marina Marchesiello ne La resurrezione necessaria (Controluna - Lepisma floema). Negli esempi chiamati in causa il corpo è centrale: ci parla di una storia, non fa a meno delle cicatrici o delle imperfezioni, si sottrae alla mercificazione svelando la propria funzione vitale in quanto donna e in quanto essere vivente. Forse l’uomo, abituato a quello sguardo che da secoli determina l’altro sesso, avverte meno questa esigenza, del resto anche la morale cristiana è stata nei secoli ben più benevola nei suoi confronti. L’uomo non ha bisogno di emancipare il proprio corpo, se non dagli stereotipi della stessa mascolinità.


Vorrei che ci regalassi un tuo testo edito o inedito legato al tema che stiamo affrontando e ce lo contestualizzassi, sottolineando in quale direzione vorresti che le riflessioni intorno alla questione del gender in poesia si indirizzassero.


È da un po’ che non mi occupo del femminile attraverso la scrittura. Credo che continuare a oltranza con l’immedesimazione nel corpo della donna possa rappresentare un limite per il mio percorso. Mi è capitato di scrivere degli inediti in questa modalità, ma non sono del tutto soddisfatto del risultato: è evidente che abbia bisogno di cambiare anch’io e sentire questa parte di me in una condizione diversa. Magari in futuro ci ritornerò, ma in questo momento ho intrapreso altre vie, pertanto la mia scelta non può che cadere su un testo contenuto in Variazione Madre. Questi versi rappresento un esempio di empatia ed esprimono bene il carico emotivo che mi procuravo nello scrivere nel 2018: era un po’ come esplorare una zona sconosciuta di me stesso, una parte di cui si fa fatica a parlare. Al tempo stesso è stato un viaggio all’interno della donna dove ho cercato di sentire desideri, problematiche e difficoltà a me in parte sconosciuti. Non mi ritengo un fanatico della parola ben espressa che coincida con quella determinata sensazione o immagine, mi pare un orizzonte un po’ pretestuoso da voler rappresentare. Per me è più importante il suono perché connota comunque la poesia: dove non arriva il significato meglio affidarsi all’ineffabilità sonora. Del resto chi sono io per mostrare al mondo come sentono e come pensano le donne? Mi affido a un linguaggio misterioso, materno e sensuale, preferisco essere “sentito” e non capito in questo tentativo, lasciare che sia un femminile indefinito a parlare con il proprio carico emotivo e istintivo. Riprendendo i versi di un’altra poesia della silloge, mi ripeto spesso: «Non pensavo poter essere madre», però per amore o per incoscienza lo sono diventato e se non fosse stato per la prefazione di Giuseppe Cerbino, che ringrazio infinitamente per la curatela, non mi sarei nemmeno reso conto dei connotati politici che tutta questa faccenda potesse assumere. Volevo essere donna cercando di far emergere il femminile nella sua forma più pura, ma è dannatamente difficile fare a meno di un contesto culturale così presente e radicato. Alle donne auguro una parola feconda perché è da questa che vedo sbocciare tanta poesia meravigliosa, e al tempo stesso è sempre da questa parola che mi sento nascere. Vivo la vita e la poesia come atti di gratitudine, soprattutto nei confronti di quelle «madri che mi hanno messo alla luce», in Variazione Madre ho cercato di essere come loro ed esprimere ciò che mi è stato insegnato.



Mi tappavi la bocca e restava di dentro la voce che ancora trattengo le gemme sonore nei palmi di carne dei suoli i colpi anteriori i colpi alle reni che non hai placato il sangue alla testa e d'orgasmo il conato. E vibrava di tutto il pianto e il dolore vibrava la sfinge che il lato dimora vibrava come a un passo trema il salto e lo slancio rapprende i solchi e il coraggio ed io di pancia la contrazione un mantice il corpo il frastuono un'aria che saliva alla gola ed io morivo morivo di gioia.


Federico Preziosi

Federico Preziosi è nato ad Atripalda (Av) nel 1984, ma vive in Ungheria dove insegna lingua e cultura italiana a Budapest. Su Facebook è fondatore del gruppo di poesia su Poienauti, moderatore di Poeti Italiani del ‘900 e contemporanei e portavoce della comunità poetica Versipelle. Scrive di poesia per exlibris20 e Readaction Magazine, si occupa della divulgazione di opere poetiche nella trasmissione web “La parola da casa” in compagnia di Giuseppe Cerbino. Autore di Variazione Madre, edito da Controluna - Lepisma floema nel 2019, i suoi versi sono stati pubblicati su antologie, riviste online e quotidiani locali e nazionali come La Repubblica. La sua prossima pubblicazione si intitola Messa a dimora.


IN DIALOGO CON SALVATORE SBLANDO


Siamo nel 2021, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurita: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e, forse, pure nel panorama poetico contemporaneo. Anche alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout-court, come inquadri l’argomento e qual è la tua opinione a riguardo? Soprattutto, prevedi un’evoluzione verso altre traiettorie per un futuro prossimo?


Non mi sono mai posto con tutta onestà, l'esigenza di dare alla poesia un “gender”. La poesia è tale senza rincorrere a ogni costo questa necessità.

Chi scrive infatti a mio avviso, si serve della parola poetica come strumento espressivo di comunicazione e sempre più spesso in questo tempo che ci attraversa, come forma di testimonianza, di esistenza.

Per meglio indirizzare questo mio ragionamento e punto di vista credo che occorra ricondurre il tutto a quelle che la poeta polacca Wislawa Szymborsa nel suo discorso tenuto nel 1996 in occasione del conferimento del Premio Nobel, definisce «due parole alate».

E con particolare riferimento all'ispirazione, fra l'altro non riservata solo a chi scrive poesia, dice che qualunque cosa sia, nasce da un incessante «non so». Da ogni interrogativo esplorato dalla parola poetica, ne scaturiscono mille altri e mille altri ancora.

Ragionando dunque su queste due «parole alate», per quanto impossibile sia trovarle un gender, con altrettanta sicurezza credo sia più facile ricondurre la poesia a quella arte che più immediatamente di altre, è in grado di fermare l'attimo. L'attimo declinato alla poesia, non ha bisogno di generi, quanto di sensazioni e territori da esplorare.

La mia visione di lettore e anche di autore in merito al quesito posto nella domanda, si è arricchita anche grazie alle iniziative organizzate nell'ambito dell’Associazione culturale Periferia Letteraria che presiedo. Abbiamo avuto modo di ospitare e ci siamo confrontati nel corso di questi anni con autori che hanno utilizzato la scrittura come testimonianza di vita, affermando così nel contempo il proprio impegno sociale.

La ricerca si è dunque indirizzata verso la necessità di offrire spazio e occasioni a questo modo di intendere e, passatemi il termine, “utilizzare” la parola poetica senza badare al genere, se non al genere di carattere culturale. È dunque chiaro che nella scelta degli autori a cui diamo spazio, “ il genere” non ha mai rappresentato un elemento rilevante o di discriminazione.

Dal confronto con questo tipo di visione, sono così nate interessanti e formative situazioni che hanno messo al centro il problema che poi si cela dietro la questione gender, ovvero la discriminazione di genere.

Mi piace qui citare a tal proposito l'esperienza con Giovanna Cristina Vivinetto, incontrata nel 2018 e presentata alla platea torinese, all'interno della Rassegna culturale Aperipo-Etica.

La sua raccolta Dolore minimo delicatamente ha raccontato in poesia al pubblico presente, la “transizione” sia culturale che biologica del gender.

Un pubblico capace, contrariamente a quanto si potesse pensare, di relazionarsi ed esprimersi sulle tematiche affrontate dalla poetica dI Vivinetto.

Più di recente, dall'incontro tra Periferia Letteraria e Felicia Buonomo è nato un sodalizio che ci ha visto vicini nell'affrontare e porre attenzione, con il pretesto poetico, alla violenza sulle donne.

Auspico e conseguentemente cerco con le mie azioni di dare seguito a una visione che interpreti la cultura e la poesia, sempre più come strumenti di accrescimento sociale e sempre meno come meri strumenti di assurde dinamiche e di astruse e scontrose consorterie.


Nella nostra società il corpo è diventato il capro espiatorio per affrontare questione complesse, spesso legate all’appartenenza di genere e alla costituzione dei processi identitari. Il corpo, in effetti, facilmente sottoponibile a modifiche e correzioni, sembra costituire il territorio a partire dal quale ridefinire e affermare chi siamo. In questo senso, se facciamo riferimento alle pubblicazioni degli ultimi anni, pare esserci una prevalenza di poete che hanno fatto proprie queste tematiche rispetto ai colleghi uomini, che sembrano preferirne altre. Come spieghi questo dato? Pensi possa essere indicativo rispetto alla questione oggetto del nostro editoriale?


Non solo ma anche nella nostra società così apparentemente moderna, così apparentemente aperta, il corpo è diventato, è stato, è capro espiatorio di situazioni più complesse. Basti pensare che fino al 1981 in Italia era contemplato nel codice legislativo il delitto d'onore che prevedeva pene più miti per quell'uomo che seppur avesse commesso omicidio, avesse dimostrato che la donna, sua compagna e moglie, con le proprie azioni, avesse leso l'onore del marito.

Abbiamo dovuto attendere il 2013 per vedere approvata in Italia una legge contro la violenza sulle donne.

Non è un caso se sono piene le cronache quotidiane di delitti e violenze perpetrate sul corpo della donna o di chi viene impropriamente definito diverso. Che sia una questione culturale che infetta la nostra società, lo si può notare anche da come affrontano i media la questione; spesso sottovalutando o cercando motivazioni al gesto di violenza, definendo addirittura “passionale” il delitto. Mi chiedo cosa possa esserci di passionale in un crimine del genere.

Per essere in grado di sapere affrontare la questione, credo occorra avere uno sguardo tanto locale quanto universale. È di questi mesi la notizia dell'uscita della Turchia dalla “Convenzione di Istanbul” del 2011, contro la violenza sulle donne.

Seguo con interesse e partecipazione emotiva le manifestazioni che sono seguite: tutte manifestazioni esclusivamente al femminile.

Non solo, in Italia ancora si discute di una legge che tuteli le differenze di genere. Nel Parlamento italiano infatti, è ancora in discussione la legge Zan, legge che prende il nome da uno dei suoi relatori.

E mentre accade ciò, le cronache continuano comunque a riempirsi di fatti che raccontano aggressioni nei confronti di persone LGBT.

La questione della violenza di genere va affrontata dal punto di vista culturale in maniera più decisa anche dagli uomini, finora spettatori pressoché silenti quando non attori diretti.

Ed è recente l'esperienza che sto vivendo attraverso la curatela di una antologia che vuole rivolgersi all'universo femminile, abusato, escluso, violentato, con l'occhio inclusivo di quell'uomo che vuole e deve sapere prendere non solo le distanze ma sapere stare dalla stessa parte.

Sta così nascendo, grazie anche alla disponibilità della casa editrice La Vita Felice di Milano, un progetto antologico intitolato appunto Dalla stessa parte.

Non ci nascondiamo dietro un dito, sappiamo bene e lo stiamo constatando quotidianamente, quanto sia difficile per l'uomo affrontare questa tematica, a maggior ragione se si richiede di affrontarla con l'ausilio del verso poetico.

Vogliamo però pensare e ci piacerebbe che anche i partecipanti avessero lo stesso spirito; che la creazione e nascita di questa antologia possa essere un altro piccolo passo verso quel cammino di progresso e civiltà nei confronti dei quali troppo spesso la nostra società spende in parole molto più che in fatti concreti.


Vorrei che ci regalassi un tuo testo edito o inedito legato al tema che stiamo affrontando e ce lo contestualizzassi, sottolineando in quale direzione vorresti che le riflessioni intorno alla questione del gender in poesia si indirizzassero.


Con la poesia che segue, tratta dalla mia recente raccolta pubblicata con La Vita Felice Lo strano diario di un tramviere, ringrazio la redazione per l'invito e l'opportunità d'espressione offertami.

Un testo che rivolge lo sguardo a ogni diversità, a ogni mondo ultimo, con l'auspicio che anche poesia sappia con sempre maggiore forza, mostrarsi capace di rivolgersi anche da questa parte.


La tua parte


Sono dalla parte

tua

più indifesa

quella

dove i versi

gettano voci

nell'urgenza

di carte

strappate

cestini da riempire

piatti pieni

d'acqua e occhi

i tuoi occhi

fermi

per la noia

di una qualunque

gioia che graffia

sull'impronta rossa

della fame


Salvatore Sblando (Ph. Anna Maria Scala)

Salvatore Sblando nasce nel 1970 a Torino dove risiede e lavora in qualità di dipendente della locale azienda di trasporti. Attivo nel panorama letterario torinese, è stato fra i curatori di diversi festival letterari. Nel 2015 inaugura “Aperipo-Etica” rassegna di cultura, poesia e letteratura contemporanea. Pubblica nel 2009 con LietoColle la raccolta poetica Due Granelli nella clessidra, giunta alla seconda edizione. Nel 2014 con La Vita Felice pubblica Ogni volta che pronuncio te, con prefazione di Davide Rondoni. Nel 2020 dà alle stampe con La Vita Felice la sua terza silloge poetica dal titolo Lo strano diario di un tramviere. Nel 2016 fonda l'Associazione culturale “Periferia Letteraria” (www.periferialetteraria.org). Cura un proprio LIT(tle)-blog dove è solito ospitare le migliori e promettenti voci del panorama poetico italiano (www.larosainpiu.org ).



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