• Martina Toppi

Commento a «Niente che sia d'oro resta» di Robert Frost


Un Robert Frost oscuro è quello che emerge da questi pochi versi, non il poeta bucolico di campagna per cui molti l’hanno scambiato, ma qualcuno in grado di planare con sguardo sicuro sulle incertezze dell’esistenza. La poesia di Frost scende in profondità per mostrarci come tutto ciò che esiste intorno e dentro a noi sia presto destinato a finire: la promessa tende a sciogliersi e l’oro a diventare verde, perché ciò che siamo si nutre di temporaneità. Persino l’estate nel rigoglio della sua crescita è così crudele da mangiarsi il verde tenero della primavera e l’autunno, con la magia del vento che scuote le chiome, azzera le conquiste della stagione passata. Così siamo noi: la nostra giovinezza vive sui resti di un’infanzia che non può tornare, sempre in bilico, pronta a cedere il passo a un’età adulta che mai sarà tanto lunga da non vedersi costretta a scivolare nell’imminente vecchiaia. La natura di cui Frost ci parla è un serpente che si mangia la coda, ma allo stesso tempo si rivela fenice capace di risorgere dalle proprie ceneri. Ogni attimo sa rubare qualcosa a quello precedente, così come ciò che viene prima dona vita a ciò che verrà: è in questo eterno circolo di morte e rinascita che risiede per Frost il senso della nostra esistenza.


Questo componimento uscì nell’ottobre del 1923 sulla rivista “The Yale Review”; qui è riportato nella traduzione che ne è stata data nel film “I ragazzi della 56ᵃ strada” di Francis Ford Coppola (1983).



NIENTE CHE SIA D’ORO RESTA


In Natura il primo verde è dorato,

e subito svanisce.

Il primo germoglio è un fiore

che dura solo un’ora.

Poi a foglia segue foglia.

Come l’Eden affondò nel dolore

Così oggi affonda l’Aurora.

Niente che sia d’oro resta.

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