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  • Emanuele Andrea Spano

«Come per urgenza di dire»: recensione a "Testimoni" di Emanuele Franceschetti

Testimoni è il titolo di quest’ultimo libro di Emanuele Franceschetti, pubblicato da Aragno nella primavera del 2022, ma già apparso in una veste ancora non definitiva nel Quindicesimo quaderno italiano di Poesia contemporanea, curato da Franco Buffoni, l’anno precedente, del quale conserva, tra l’altro, pur con qualche variazione, la bella nota conclusiva firmata da Massimo Gezzi. Un titolo, quello scelto da Franceschetti, volutamente ambiguo ed allusivo, che, al netto di possibili interpretazioni che non possono mai dirsi esaustive, insiste proprio sulla “scivolosità” di quel termine, sull’ampiezza lessicale, e di significato, che quella parola si porta dietro. I “testimoni”, se si bada alla radice etimologica, hanno a che fare con la vista, con lo sguardo – e molto si potrebbe dire sui modi e sulle angolazioni del “vedere” nella poesia di Franceschetti – ma al tempo stesso hanno a che fare con l’idea del conservare, del trattenere, con il mantenimento di qualcosa che in qualche maniera occorre preservare e custodire. La parola testimoni si colloca cioè tra una sfera giuridica in senso lato, dove al testimone spetta l’onere della prova, e un senso quasi oracolare, se si pensa al significato che questa espressione assume in ambito cristiano, e al suo legame con il termine “martire”, dove il testimone è colui che assiste a una rivelazione, e la racconta, fosse anche con il suo sacrificio.

Testimoniare è in fondo portare la memoria di qualcosa e ciò è chiarissimo nella stessa partitura della raccolta di Franceschetti che resta sospesa tra due poli, l’ “eingedenken” della prima sezione, che richiama il magistero di Bloch e che ci parla di qualcosa di immemore, che sopravvive alla memoria, di un passato che non è mai del tutto passato, e il “canto” dell’ultima sezione, le cui “misure” tentano disperatamente di agganciare o trattenere qualcosa, di fare della parola uno strumento per testimoniare.

Questi due poli, che determinano in qualche modo il movimento del libro, continuano a gettare ombre ed echi lungo le pagine di questa raccolta: da un lato l’evocazione di quei “testimoni”, che quasi si palesano sulla pagina come fantasmi sfuggiti a uno scrigno dissigillato, quei “sopravvissuti”, come li chiama Franceschetti, che trovano voce solo nello spazio angusto di due parentesi tonde, dall’altro la parola, il gesto che «illumina e rammemora», quasi la scrittura avesse il potere taumaturgico di riportare alla “luce” e di scavalcare la memoria, di bucare il passato e rendere tutto eternamente presente. Due gesti incerti, tragicamente terremotati, perché se è vero che «vivi e morti restano indivisi», quasi fossimo tutti costantemente presenti e assenti, è altrettanto vero che «nulla capovolgerebbe il mondo», come se fossimo “tutti”, i presenti e gli assenti, allo stesso modo, schiavi di un meccanismo che ci imbriglia e ci avviluppa; se è vero poi che «la misura del canto / non salverà nessuno dalla morte», è altrettanto vero che spetta alla lingua l’onere di “disarticolare” la forma, di scalfire quel mondo che ci ospita e ci imprigiona al tempo stesso. Tra questi due gesti in qualche modo astratti e immateriali, pur tenendo presente il senso aleatorio di presenza e assenza nella scrittura di Franceschetti, si colloca il corpo (“un pensiero col suo corpo” è il titolo della sezione centrale delle tre), che pare riempire prepotentemente il vuoto: le persone ammassate, stipate su un treno, su un tram, la gente per la strada, nella piazza, in transito, che pare muoversi in un ciclo « macchinale di attesa e contaminazione» e infine i suicidi, a riunire ancora una volta sotto un solo cielo i vivi e i morti, i presenti e gli assenti.

La raccolta di Franceschetti pare muoversi in un rimo costante, contraendosi e dilatandosi come un essere vivente, assecondando quasi un respiro invisibile, un battito che lavora sotto, sembra spostarsi dalle anse del pensiero fino alla corporalità, che lo sguardo del poeta cattura e custodisce (pensiero e corpo, non è un caso, sono insieme nel titolo della sezione centrale), per poi ritornare all’elaborazione, alla riflessione senza sciogliere la riserva, senza concederci una risposta che sia definitiva. Verrebbe da chiedersi allora se la chiusa di questo libro, affidata a quell’exeunt che, in una circolarità perfetta, si raccorda all’introitus del principio, sia un segno di speranza, di apertura o una resa, se il “canto” che cessa e si spegne preluda a una qualche vittoria, se le trincee che scaviamo siano una forma di resistenza o un seppellimento.


Emanuele Franceschetti (1990) è marchigiano e vive a Roma. Si dedica ad attività di ricerca, didattica e divulgazione in ambito musicologico e letterario. Dottore di ricerca in Musicologia, le sue ricerche e i suoi interessi sono rivolti soprattutto al teatro musicale nel Novecento italiano, al rapporto poesia – musica, alle teorie e pratiche dell’ascolto musicale. In ambito letterario, ha pubblicato il libro di poesia Terre aperte (Italic Pequod, 2015, prefazione di Filippo Davoli). Con la raccolta Testimoni (2020) ha vinto il premio Subiaco per la poesia inedita ed è stato incluso nel XV quaderno di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2021, con prefazione di Massimo Gezzi).

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