• Francesco Destro

«Che ne sarà di noi, del nostro cielo?»: recensione a "Senza margini d'azzurro" di Raffaele Floris

Senza margini d’azzurro (Puntoacapo editrice, 2019). Senza spiragli, senza possibilità. Un titolo eloquente ed evocativo quello scelto da Raffaele Floris per questa sua raccolta, comprendente poesie scritte tra il 2013 e il 2018.

Ciò che risalta sin dalle prime pagine è la vocazione di Floris non solo all’elegiaco, ma anche a una scelta di immagini perfettamente incasellate nel continuo ricorrere all’endecasillabo, senza possibilità d’errore. Addentrandosi sempre più nella lettura, è inoltre impossibile non sorprendersi per accostamenti, spesso semplici, ma di rara intuizione ed efficacia.

«Fanno festa gli armadi spalancatisull’aprile»; «Nel solaio dei giorni ho rovistato a lungo»; «Se ne vanno controvento le sere/ in fila indiana.» In un gioco tra illusione e disincanto, tra impotenza e desiderio di tornare o far ritornare a uno stadio o, per meglio dire, a una stagione precedente, è costante una sensazione di leggerezza e disinvoltura, che tradisce però una certa malinconia. Il riferimento alla “stagione” non è casuale, vista la spiccata predilezione per quella autunnale, senz’altro comparata alla fase finale della vita, momento naturale che attende ogni uomo nel suo progressivo invecchiare.

Il manifesto della mancanza di apertura e di azzurro, che suggerisce il titolo della raccolta, è però tradito da barlumi di speranza. Se da una parte ci sono infatti continue espressioni di rammarico per tempi, persone e occasioni perdute, dall’altra non mancano riferimenti a un nuovo inizio, a una nuova speranza o a una resurrezione. Un canto, dunque, tra il perduto per sempre e una nuova luce dopo il buio, dopo aver perso «il sapore della nostra vita».

«Lenzuola che profumano i cortili/ gonfie di primavera. A mani piene/ lavanda per il lino dei bauli,/ e la cenere spenta è come neve/ nel palmo di mia nonna. Fanno festa/ gli armadi spalancati sull’aprile./ Che ne sarà di noi, del nostro cielo?/Non ci è rimasto niente fra le dita»; «Le tenebre mai più, non più l’abisso/ dell’ora nona e il cielo che si oscura:/ la porta è spalancata e sulla soglia/la luce irrompe ai margini del tempo./ Marchio potente, vita che ha bruciato/il sudario, spezzando le catene/ della notte. La porta è spalancata:/libera il vento che ravviva il fuoco.»

Vi è inoltre, specialmente nella prima sezione e verso la fine della terza, una discontinua, placida ma efficace accusatio, biasimi più o meno velati che non cadono mai nel lamento pedissequo o in una spiacevole autocommiserazione. Rimproveri sia verso se stesso sia verso persone perdute negli anni: «Ti parlerei, ma quanta sabbia/ nei giorni! Ho capovolto la clessidra.»

Oltre, dunque, a molteplici rimandi all’autunno e alle impressioni che suggerisce questa stagione, con probabili riferimenti a certi stilemi della poesia paesaggistica di un certo Novecento (ad esempio, fortissimo il richiamo ad Attilio Bertolucci, per intenzioni, toni e immagini), vi sono continui rimandi interni. Impossibile non evidenziare il forte legame fra due poesie che si susseguono nella prima sezione, ulteriore indizio di sapienza dell’autore. È il caso de Il profumo dei tigli e Fuori dal tempo, l’una che si conclude con «so dov’è il tuo cuore ma so che non ti ho regalato niente»; l’altra che si apre con il verso «Lo so che non ti ho regalato niente!» . Soluzione che rimanda al sistema delle coblas capfinidas, dove nel primo verso di ogni strofa appare una parola dell'ultimo verso della precedente.

Questa maestria nella costruzione del verso si percepisce ancora di più nelle sezioni centrali dedicate agli haiku; haiku che già nella prima parte della raccolta anticipano i componimenti della seconda e della terza, ispirati rispettivamente alle opere di Mario Fallini e di Fabrizio Falchetto: qui, tra sentenze, richieste e descrizioni, viene meno il tema dell’autunno, ma non certe considerazioni sul tempo, sull’incontro, sul rapporto tra speranza e solitudine. Ne è perfetto esempio l’haiku La pianta: «è un’ombra incerta/ il tempo nell’attesa / delle tue mani.»

Tale esempio permette di evidenziare e riconfermare, infine, in questa condizione di autunno, la speranza di un calore che torni, pur se sfuggente. Intuizione confermata dal poeta stesso, che in Parole quasi felici si lascia andare all’attesa, anche qui incerta, del mese di novembre e di quel periodo di tepore conosciuto come l’estate di san Martino: «Forse novembre tornerà. L’estate/ di San Martino sboccerà negli orti:/ la nebbia come incenso tra le case/e il sole dei giardini – gloria breve!».

In conclusione, quella di Floris è una poesia che va letta e meditata, sempre in equilibrio tra contemplazione, rassegnazione e barlumi di non rinuncia. Intensa e sorprendente come le descrizioni del paesaggio naturale e del tempo in cui sfumano gli affetti, capace di dare adito all’intima riscoperta del dolore e della bellezza, delle ricchezze e delle mancanze.


Raffaele Floris è nato a Pontecurone nel 1962, ove vive tuttora. Sue poesie sono apparse nella rivista La clessidra e nell’antologia Poesia Alessandrina (Novi Ligure 1999). È incluso nell’Antologia della poesia in Piemonte e Valle d’Aosta (puntoacapo Editrice, Pasturana, 2012) e nell’Antologia della poesia in provincia di Alessandria (ivi, 2014); in vari blog e riviste letterarie, tra cui: www.larecherche.it e www.ladimoradellosguardo.it. Pubblicazioni: Il tempo è slavina, ed. Lo Faro (Roma) 1991 – silloge poetica; L’ultima chiusa, ed. Joker (Novi Ligure) 2007 – silloge poetica; La croce di Malta, puntoacapo ed. (Pasturana - AL) 2013 – romanzo breve; L’òm, l’aşi e ‘r pulóu, PiM ediz. 2016 – detti, proverbi e filastrocche in dialetto pontecuronese; Mattoni a vista, puntoacapo ed. (Pasturana - AL) 2017 – silloge poetica; Senza margini d’azzurro, puntoacapo ed. (Pasturana - AL) 2019.

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