• Sara Vergari

Alma & Pavese (I Appuntamento)

Aggiornato il: gen 31

Le poesie giovanili e “il vizio assurdo”


Parlare del Pavese poeta significa indubbiamente guardare solo a uno dei suoi eclettici percorsi letterari e culturali, che lo hanno visto impegnarsi come editore, traduttore, intellettuale del suo tempo, oltre che scrittore di prosa e di versi. Certamente però, seguire il corso della sua opera poetica vuol dire attraversare l’intera vita dell’uomo Pavese, dagli anni dell’adolescenza fino alle ultime poesie uscite postume. È proprio qui, infatti, che sempre ha riposto ogni speranza, ogni ultimatum dato alla vita, ogni tentativo di salvezza e di comprensione di sé e del mondo. Come scrive in una lettera giovanile all’amico Sturani, «Io, che cosa debbo fare io, che ho posto tutto l’ideale della mia vita nella poesia?» (18 dicembre 1925).

I mari del Sud, confluita in Lavorare stanca e scritta nel 1930, consacrerà Pavese come poeta strutturato, ossia con una poetica ben precisa che si rifà al verso lungo alla Whitman e che si serve delle così dette immagini-racconto. Tuttavia, esiste un nucleo di poesie antecedenti di minor valore letterario ma di grande interesse tematico e biografico. Sono le prime ricerche di una propria voce poetica, di affermazione in versi di stati d’animo contrastanti da cui emerge già la figura tormentata del giovane Pavese. Un primo nucleo di otto componimenti viene pubblicato per la prima volta da Davide Lajolo in Il vizio assurdo (Il Saggiatore 1960, poi minimum fax 2020) e si trovano a loro volta all’interno di sette lettere che vanno dal 1925 al 1927 (Pavese è per lo più diciottenne), destinate all’amico Sturani che si era trasferito da Torino a Monza per seguire la scuola d’arte decorativa. Da questi testi, oggi nella sezione Prima di Lavorare stanca in Le Poesie (Einaudi, 2020), emerge la convinzione di voler delineare una prima “teoria dell’arte”, come lui stesso la definisce. Dalle lettere dichiara di non «riuscire più a costringere un sentimento nella gabbia della rima» e di voler seguire «l’impulso dell’istante», dunque si tratta di una scrittura poetica che è sentimento, istinto, sfogo. Gli opposti convivono in questa prima produzione di versi che vede l’alternarsi tra la volontà di razionalizzare in teoria la forza creativa e quella di lasciarsi dominare da uno stato febbrile dai richiami romantici. Ma è soprattutto a livello tematico che si nota il costante dialogo tra due grandi forze oppositrici e allo stesso tempo complementari: il desiderio dell’amore e la prematura vocazione alla morte. Scrivere è per Pavese vivere il “dolore operoso”, la sofferenza della vita che lo porta a generare arte: «Nessuna gioia supera la gioia di soffrire», si legge in una lettera sempre rivolta a Sturani. Così alla bramosia di “essere battezzato dall’amore” si affianca l’ombra della morte, con il pensiero di una donna da stringere a sé dialoga la consapevolezza di dover prima o poi lasciare questa terra : «Mi strugge l’anima perdutamente / il desiderio di una donna viva; /spirito e carne», «Così vivo / triste nei lunghi giorni…eppure a tratti / mi sento traboccare di una vita / caldissima, potente», e ancora «Mi atterrisce il pensiero che io pure / dovrò un giorno lasciare questa terra / dove i dolori stessi mi sono cari / poiché tento di renderli nell’arte».

Per quanto riguarda le poesie d’amore, queste non sono connotate da infatuazione e speranze come ci si aspetterebbe da un diciottenne, ma si trovano già cariche di disillusione, di preclusione, di disfatta, di un dolore a cui Pavese si sente condannato per sempre: «E scriverò per te, / per il tuo ricordo straziante / pochi versi dolenti / che tu non leggerai più. / Ma a me saranno atroci / inchiodati nel cuore / per sempre.», «Stretto, piangendo di poesia / e di sogni / alla tua anima triste, / gioioso in mezzo ai tuoi pensieri atroci, / quella figura pallida ha vissuto di te, / ti ha amata e si è sforzata sanguinando / di amarti per sempre.», «Ecco, tu sei per me, / null’altro che una fragile illusione / dai grandi occhi di sogno, / che per un’ora mi stringe al cuore / e mi ricolma tutto / di cose dolci, piene di rimpianto.». Il dolore, quasi connaturato nell’anima di Pavese, si esprime a volte con versi violenti, più spesso con la fragilità di chi si sente radicalmente solo: «Tutto tutto è sempre uguale intorno, / un paesaggio d’infinito e di sogno / ma io giro gli occhi smarrito / e sono solo solo».

A diciotto anni già scrive «Pavese è morto» e se continua a lottare è solo perché deve tornare alla poesia, a cui dà e deve tutto. Non si tratta però di saltuari momenti di sconforto, tutta la poesia e la corrispondenza di questi anni giovanili sono costellate dal pensiero del suicidio, che lo tormenterà fino al compimento, il 27 agosto 1950 all’età di quarantadue anni. È il suo “vizio assurdo”, come lo chiamerà in una delle ultime e più celebri poesie, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Tra gli otto componimenti riportati nelle lettere a Sturani ce n’è una che segna un primo e decisivo incontro con la morte, la poesia della rivoltella. Un amico e compagno di scuola, Baraldi, si toglie la vita con due colpi di rivoltella nella casa di montagna insieme alla fidanzata, intenzionata a compiere lo stesso gesto senza però riuscirvi. Questo evento sconvolge lo stato già precario del giovane Pavese, che riporta così l’accaduto nel diarietto giovanile Frammenti della mia vita trascorsa: «Baraldi si è ucciso (d’amore) insieme alla sua fiamma (quel volto doloroso). Ho un dispetto terribile di non essermi deciso prima di lui» (14 dicembre 1926). Il 4 gennaio scrive la poesia della rivoltella, dove racconta di aver provato a compiere lo stesso gesto ma di non esserci riuscito per viltà: «Così andando, / tra gli alberi spogliati, immaginavo / il sussulto tremendo che darà / nella notte che l’ultima illusione / e i timori mi avranno abbandonato / e me l’appoggerò contro una tempia / per spaccarmi il cervello». Mai più, da questo momento in poi, la morte smetterà di accompagnarlo.



Ti ho sempre soltanto veduta,

senza parlarti mai,

nei tuoi istanti più belli.

Ma ho l’anima ormai tanto tesa,

schiantata dalla tua figura,

che non trovo più pace

al suo brivido atroce.

E non posso parlarti,

nemmeno avvicinarmi,

chè’ cadrebbero tutti i miei sogni.

Oh se tale è il tremore orribile

Che ho nell’anima questa notte,

e non ti conoscerò mai,

che cosa diverrebbe il mio povero cuore

sotto l’urto del sangue,

alla sublimità di te?

Se ora mi par di morire,

che vertigine folle,

che palpiti moribondi,

che urli di voluttà e di languore

mi darebbe la tua realtà?

Ma io non posso parlarti,

e nemmeno avvicinarmi:

nei tuoi istanti più belli

ti ho sempre soltanto veduta,

sempre soltanto sognata.


*


Sono andato una sera di dicembre

per una stradicciuola di campagna

tutta deserta, col tumulto in cuore.

Avevo dietro me una rivoltella.

Quando fui certo d’essere ben lontano

d’ogni abitato, l’ho rivolta a terra

ed ho premuto. Ha sussultato al rombo,

d’un rapido sussulto che mi è parso

scuoterla come viva in quel silenzio.

Davvero mi ha tremato tra le dita

alla luce improvvisa ch’è sprizzata

fuor della canna. Fu come lo spasimo,

l’ultimo strappo atroce di chi muore

di una morte violenta. L’ho riposta

allora, ancora calda, entro la tasca

e ho ripreso la via. Così andando,

tra gli alberi spogliati, immaginavo

il sussulto tremendo che darà

nella notte che l’ultima illusione

e i timori mi avranno abbandonato

e me l’appoggerò contro una tempia

per spaccarmi il cervello.

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