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  • Martina Toppi

«Sentinella, quanto resta della notte?»: recensione a “Eludere una morte" di Flavia Teneriello

Dove si elude la morte? Come direbbe Thomas Stearns Eliot, «nel regno del crepuscolo», aggiungendo: «Gli occhi non sono qui / Qui non vi sono occhi / In questa valle di stelle morenti / In questa valle vuota / Questa mascella spezzata dei nostri regni perduti / In quest'ultimo dei luoghi d'incontro / Noi brancoliamo insieme» (T. S. Eliot, The Hollow Men). In Eludere una morte (LietoColle 2020) Flavia Teneriello, anno 1995, indaga un paesaggio dell’anima similmente desolato, un «chiaroscuro di ossa» dove le parole con cui si costruiscono i versi affondano nel viluppo denso della realtà, in cerca di un midollo di verità: «La parola è lama / che conficco a colpi secchi / nei cavi degli occhi / a recidere il cranio / sordi rintocchi / nella campana impazzita».

La parola è nei suoi versi l’arma con cui farsi strada nella giungla dell’esistenza. Sono simili agli uomini vuoti di Eliot le ombre di uomini che si muovono tra le pagine di questa raccolta: viandanti notturni, felini dagli occhi brillanti, corpi che si ammassano l’uno sull’altro in un tempo-non-tempo e in una quiete immobile dove sono spesso il vuoto e il nero della notte a prevalere. Il dominio dell’oscurità si rivela soprattutto nella prima parte della raccolta che si apre significativamente con una poesia dal titolo evocativo di Erinni, antiche dee della vendetta, appartenenti al mondo sotterraneo, figlie della notte. Con questo testo di apertura la poetessa ci introduce nel mondo creato dall’inchiostro nero della sua penna, subito facendo mostra dell’abilità pittorica della propria scrittura. In questa landa desolata – scrive l’io poetante – «Io vivo nell'assenza / e di questa mi struggo, / poiché la compagnia è una gabbia / e la solitudine non trova respiro». Il suo è un aldilà disincantato, che, prendendo corpo nelle pieghe stesse della realtà, riesce comunque trattenere in sé una seduzione magica.

È l’autrice stessa a spiegare al lettore il significato di questa ambientazione notturna della propria poetica, inquadrando così anche quello che sembra essere il tema cardine della raccolta: la paura: «È nel buio che sento il furore delle cose inanimate / che si insinuano negli antri umidi / che la ragione schiva. / Lì si annida paziente la paura, / con due occhi gialli di felino». La parola che attraversa la notte è l’arma usata per esorcizzare questa paura, il cui oggetto è chiaro solo a lettura terminata. Ma la parola è al contempo anche l’elemento significativo che distingue chi scrive dalla schiera di uomini vuoti: «La differenza tra me e gli altri / sono le parole postemi sul capo / con la premura di due mani che accudiscono». Gli altri, che sono sempre citati al plurale ma descritti come una massa singola che si muove all’unisono, illuminata dalla luce fredda degli schermi di telefoni o computer, costituiscono un’umanità inquietante e disordinata, senza meta in quanto stazionata tra «vie già disposte già tracciate già percorse». Tra di loro l’autrice si sente fuori posto, toccata dalla paura di una vita indegna della morte. Ed ecco di nuovo che la paura fa capolino dai versi scarnificati, proprio come i paesaggi e i corpi che ritraggono: dall’essenziale Teneriello fa emergere la natura di questa vita da temere, la paura di un’identità mancata, di una via imboccata troppe volte da troppi altri. «Non c'è riposo e non c'è tregua / niente pause, nessun silenzio / alcun vuoto in cui adagiarsi, / braccia spalancate, accoglienti braccia / per i propri piccoli titubanti passi - / ma io chiedo: / sentinella, quanto resta della notte? / io chiedo alla sentinella / quanto resta della notte?».

È forse questa morte, che sin dal titolo si cerca di eludere, ovvero di sfuggire con astuzia, l’oggetto della paura sottotraccia a questi componimenti? Una risposta può essere scovata nell’ultima parte della raccolta di Teneriello, intitolata Stati di grazia. Questa morte che l’autrice si auspica di eludere viene identificata per negazione, con poesie ancora più scarne e brevi di quelle che le hanno precedute, eppure intrise di una luce che al resto della raccolta era perlopiù sottratta. «Tre sassi e una margherita gialla», tre giovani incorniciati dalla luce dell’uscio in una primavera romana, birra e vita, dichiarazioni d’amore: piccole e poche briciole di stati di grazia cui il lettore attento era stato invero preparato dai brevi squarci di serenità nella notte dei componimenti precedenti. Stati di grazia che Teneriello riassume in un componimento fulminante, quasi come una dichiarazione di poetica alla Saba: «Il canto di Dio / è il frusciare sereno / di un insetto a riposo, / di cui non sai il nome / e ignori la sagoma, / umile come le cose grandi».

«Potete eludere la Vita, ma non la Morte» dichiarava sempre T.S. Eliot nei Cori da La Rocca: una lezione che Teneriello ha ben appreso e dalla quale deduciamo di cosa vale la pena avere paura. La differenza sta nelle piccole cose e in questo caso nella natura di un articolo. Non è dalla morte in assoluto che queste poesie insegnano a fuggire, ma da una vita che della morte sia indegna. Da una morte tra le tante possibili, ovvero quella che capita dopo una vita stereotipata, una strada già battuta e non sentita come propria. «Sono nata dove morire è un accidente» scrive a un certo punto Teneriello, ma la sfida in cui la parola poetica si fa sua alleata è quella di tracciare una linea rossa nel buio della notte informe, essere come gli occhi del felino che attraversano luminosi l’oscurità in cerca della bellezza umile delle cose grandi. C’è salvezza nel riconoscere il pericolo e riscatto nel continuare a mettere un passo di fronte all’altro con la speranza di trovare una propria strada lungo la quale fendere la notte, cercando dove gli occhi faticano ad arrivare la luce di ciò che vale e trattiene un senso. Che sia una parola sussurrata o una margherita dimenticata nella tasca del cappotto.


Flavia Teneriello è nata a Roma nel 1995, dove ha frequentato il Lycée Chateaubriand. È laureata in lettere moderne all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove tutt’ora studia filologia moderna. Lavora all’asilo francese “La Petite Ecole” di Roma. Eludere una morte è la sua opera prima.

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