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  • Giuseppe Cavaleri

Nota di lettura a "Un gallone di kerosene" di Henry Ariemma

In alcuni straordinari passi dell’Etica Nicomachea Aristotele distingueva l’amicizia in tre tipologie: quella basata sull’utile, quella molto simile che nasce dal divertimento e infine quella più nobile, in grado secondo il filosofo di elevare l’animo, l’amicizia per virtù, capace di condurci verso il bene, ovvero la piena realizzazione del singolo.

Apparentemente lontana per toni e suggestioni, la nuova opera poetica di Henry Auriemma, Un gallone di kerosene (Transeuropa, 2019) riprende una certa idea “etica” dell’amicizia propria del mondo classico, dove la capacità del trovarsi con altri diventa anche capacità di trovarsi con sé stessi.

Suddivisa in quattro sezioni, la raccolta di Ariemma prova a catturare, a ridire, quell’oltre che va al di là della contingenza e rimane, ricordi sotto forma di immagini o di conversazioni strappate al banale, montaggi rarefatti di un quotidiano da cui si prova a sottrarsi, o perlomeno ad affrontare con la lucidità di pensare un’altrove più autentico. La difficoltà di dire le emozioni (forse l’impossibilità?) cede il passo così alla forza di alcuni frammenti strappati alla sequenza quotidiana e diventate ricordo, chiazze di luce in cui provare a specchiarsi per rivedersi, per risentirsi. Immagini pure e pulitissime come i mirtilli non ancora colti sui binari o il racconto con contorni quasi mitici, pure nella prosasticità dei versi, di una semplice bandiera che sventola lontana scorrono con un ritmo meditativo e velatamente nostalgico che si fa via via sempre più amaro con l’approdo nelle ultime sezioni a una certa idea di mancanza e insoddisfazione esistenziale (Mancati noi è il nome della penultima sezione).

Quello che ad Ariemma sembra prema nei versi è quel «perdersi / presi d’altri», la necessità di dimenticare noi stessi per incontrare la vita di altre persone. E allora in questo senso, la sezione Mancati noi sembra proprio voglia dare spazio ai racconti di amici mancati e alle loro debolezze e fallimenti, rivelati magari da un gesto, da una mezza frase che squarcia il velo della blandizie, delle frasi di maniera.

Contrapposto al tema dell’amicizia appare, più acuto in certi componimenti, anche il tema familiare, spesso in opposizione ai legami nati dall’esperienza e non dal sangue. Se la famiglia è l’amicizia non scelta, l’amicizia diventa invece il luogo eletto di una connessione con gli altri («Parole di padre le tue»).

Ancora una volta, forse impropriamente (spero non troppo), alla mente di chi scrive ritorna una certa contiguità con il mondo classico attraverso la frase dolcissima di Oreste nel pieno della tragedia euripidea: «Siamo parenti: ma non per sangue, per amicizia» Nel momento cruciale del suo scontro con gli Argivi, dopo avere ucciso la madre Clitennestra, Oreste rivolge parole lucidissime all’amico di ogni avventura e sventura Pilade. E Pilade sempre gli rimarrà accanto, architettando stratagemmi per farlo sfuggire alla morte che lo insegue.

La poesia di Ariemma procede così con versi nominali, talvolta spezzati e sconnessi ma pronti a ritrovarsi in pregiati lirismi pregiati perché autentici fino alla conclusione della raccolta che però non scioglie nulla, bensì condensa tutti i versi in una estrema domanda-verso «Non avere nulla, è meglio di vivere?». Domanda che rimane aperta per chi l’ha scritta, ma anche per chi la legge.



Come parola che parla

scarna la vita stessa

avvolta ironia e bellezza:

Ti chiedo il dare

e fare per fare e dare, basta.

Una lingua d’alberi

per non sapere

composto dei giorni,

sgranato frutto

dolce al colore per dire:

- è l’uno somma d’altro

colonna di fattori, per essere…

Quello che altri non sono


*


Un gallone di kerosene

mi hai chiesto di comprare

- tanto non ci sai arrivare...

E spiegavi la strada

e ripetevi nuovamente

la parola appresa

per considerarti...

Non è stata quell’odissea arrivarci,

a dire il vero sono stati da bambino,

occhi a colpo sicuro:

c’era il vecchio con cappello

e camicia come dicevi...

Aveva la barba incolta e voce

fumata tra i barili ossidati...

Alle sue parole vedeva le mani

col vuoto e prendeva un imbuto,

il barattolo a fil di ferro e travasava

piano a poca schiuma con l’odore acre

dappertutto tra il rumore sordo di lamiere...

Nel cartello c’era scritto, sbavato:

tre litri mille lire e allora poco più per quattro.

Ti ho voluto sorprendere facendo di corsa

a sentirmi dire: “già qui!”...

e hai sentenziato vedendo il pieno: “la prossima volta

con te risparmio le parole visto che sei uno che capisce,

finalmente...


*


Con le montagne all’orizzonte

- di quel blu che confonde al cielochiedi: “affacciati, guarda!...” fai leva

sulle spalle per feritoie al basilico in fiore…

Ammonisci come se ne avessi colpa:

“vedi la bandiera in fondo?...

dopo il campo di calcio,

quella della caserma che ondeggia

dietro gli alberi dove nasconde?

La vedo, dico, distratto dagli aquiloni

e sul fare dei filatori ...”Allora la vedi?”, insisti.

Si, ricordo anche le fanfare per quella bandiera...

Con fare amico, dici: “nessuno ti porterà oltre

quella bandiera! Nessun padre… E ricordalo perché vero!

Per una collezione di lustri

il cuore guarda alle mancate mani

più lontano possibile...



Henry Ariemma è nato a Los Angeles nel 1971 e vive a Roma. Suoi componimenti sono apparsi su riviste e litblog specializzati. Per Ladolfi pubblicato le raccolte di poesie Aruspice nelle viscere (2016) e Arimane (2017). Con Un gallone di kerosene è risultato finalista (2020) al Premio Int. Gradiva, Anterem, Carver. Prevista per il 2021 la traduzione in inglese del libro, per Gradiva Publications.



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