• Roberto Marconi

Nota di lettura a "Sulla tavola inventata" di Thierry Metz

È possibile riscontrare un legame particolare, conturbante, tra chi cerca di intraprendere un percorso, un corpo a corpo con la scrittura e il lavoro che fa per (soprav)vivere. Mi capita di mettere una parola dietro l'altra, a seconda dell'altezza, dell'estetica, della scadenza quando lavoravo in alcuni supermercati come ora tratto le parole con una certa cautela, come con le persone che assisto nel lavoro sociale.

Eccolo davanti, l'opera di Thierry Metz, Sulla tavola inventata (Edizione degli animali 2018), tradotto da Riccardo Corsi, quando iniziava i suoi primi passi per costruire una casa poetica, lui muratore, prima che le vicissitudini tragiche lo travolgessero definitivamente (la fine di un suo figlio, dei suoi nervi e di sé).



La mensa è la poesia in cui l'autore si confronta con se stesso e le pietanze acquistano forma dietro un gusto. I mattoni sono la lingua che si mette in cammino al momento di stendere, come con la malta, i versi giusti. Quest'ultimo termine non è messo a caso, poiché Metz sceglie con cura le parole da appoggiare, a sostegno di un testo.

È un libro che cresce insieme a chi lo legge, il suo come dovrebbe essere con ognuno, libro da scrivere e libro da leggere, fondamenta e tetto sono tutt'uno. La vita e la morte si alternano come entrare e uscire da un vestibolo, che è sempre attesa dell'imprevisto (conosco chi lavora in una casa di riposo con tanto amore che i suoi versi hanno un antico sapore d'essenza, come se la morte fosse un dolce coronamento alla vita spesa bene), contano poche cose d'altronde, nel quotidiano, tra cui il silenzio e le pause.


Parlare è inutile

scava piccola voce

ti guarda il pettirosso

il merlo

nascosto sotto una foglia

dietro ciò che è detto


Tre brevi sezioni introdotte da una sorta di razo, vedono distinte questa pubblicazione, prologhi che ragionano sulla descrizione minima di un libro. Questa pagine sono semenza letteraria con tutta la sua paratestualità ossia vicinanza e dintorni della natura, che sfrondano, ma di poco, il mistero sulla parola che disputa col silenzio.

Il risveglio è ugualmente segreto: «allineamento del volto», «stupore della voce», «bagliore delle nozze», «altezza del fogliame». Siamo all'educazione della percezione e la scuola della natura sta tutta dentro questa lezione: gli ingredienti del bosco vengono rinominati con le stesse parole, lo spazio porta un nuovo senso e quindi una nuova direzione verso l'ignoto. Un lavoro, quello del poeta, che supera l’aristocratico quando le mani scrivono sui calli.


Guarda dove sono

dietro il cardo

con il bosco la pietra

con quasi nulla

qui abito le lontananze della mia lingua

con le parole dell'aperto"


Questo poeta ci pone una chiave che gira a vuoto. Quante volte si sente persi, si crede di restare fuori, che qualcosa ci ha sfrattati, che prima o poi si romperà l'unico accesso; ma poco male se ci accorgiamo di cosa c'è attorno, se viene alla luce un fiore dallo scompiglio dell'aria. Lo sappiamo? O lo abbiamo dimenticato? Che il volo degli uccelli e i loro versi e le loro abitazioni sono il linguaggio universale dei poeti? E questo che ci ripete l'autore, ce lo ribadisce il nome della casa editrice ma soprattutto la scelta di un'opera del Mantegna in copertina.

Il lavoro del poeta sì, in questo caso come conta, eccome!


Hai sfiorato la sorgente

il grido dalle mani roche

della guaritrice

Oh manovale

il tuo libro è nudo

e tu non hai nome

ma l'amata ha tracciato

un cerchio al tuo chiarore


https://it.wikipedia.org/wiki/Thierry_Metz



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