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  • Immagine del redattoreMartina Toppi

Nota di lettura a "Queer negro blues" di Langston Hughes

Da ragazzi e adolescenti si legge molto più che da adulti: il dato accomuna la maggior parte dei cittadini italiani, naturalmente facendo una media tra i lettori che anche da adulti possono essere categorizzati come “lettori forti” e i lettori che invece col passare degli anni perdono il gusto di voltare la pagina stropicciandola tra le dita. Il punto da tenere in considerazione però, qui, è che spesso i libri che leggiamo da adolescenti sono quelli che maggiormente ci formano. Sarà che la mente è più predisposta a lasciare spazio a nuove idee e a mutare quelle preconcette, sarà che la fantasia elabora più facilmente castelli in aria a partire dalle parole sulle pagine, sarà forse anche solo un’impressione di chi scrive. Ma tant’è.

Le poesie di Langston Hughes, contenute in Queer negro blues (Marco Saya Edizioni, 2023) a cura di Alessandro Brusa per la collana La costante di Fidia, scatenano quelle stesse emozioni provate voltando l’ultima pagina de Il buio oltre la siepe, gustando fino in fondo le avventure di Cosimo raccontate da Calvino, perdendosi nelle storie di magistralmente costruite da Tolkien. Provare a dare una spiegazione a questa impressione non è così semplice, ma le parole con cui Brusa introduce i versi di Hughes aiutano a farsi strada: «È, quindi, per liberare la sua gente che ne descrive la vita in modo realistico, recuperando la lezione di Walt Whitman […] Hughes è un uomo del suo tempo, nel suo luogo e tra la sua gente: non c’è distanza tra il poeta e il proprio soggetto poetico; anzi, la ricerca di un linguaggio e di una forma comune diventa per lui una necessità». Ed ecco quindi svelato l’arcano: è la genuinità di Hughes, la sua volontà d’acciaio di scrivere per raccontare qualcosa che conquista, proprio perché sembra profondamente vera e sincera e si è portati da subito a credere ai suoi versi, come da adolescenti si credeva alle parole dei propri autori preferiti.

La raccolta curata da Brusa prende in esame il decennio di esordio del poeta di colore, ovvero gli anni Venti del ‘900, poeta che traspose i ritmi serrati del jazz e le atmosfere malinconiche del blues in versi da leggere in silenzio. Se ci riuscite, ovviamente. A spingervi a pronunciarlo ad alta voce ci saranno, ad ogni a capo, un guizzo di luci, un’Harlem sfocata in una pozzanghera notturna, le note lontane di un bar affollato. L’impresa di Brusa è stata non solo quella di tradurre una scrittura poetica che vanta una musicalità propria della lingua in cui i versi sono stati pensati – l’inglese –, ma anche quella di far incontrare ai lettori una personalità poetica fondamentale per comprendere il senso e l’avvento del Modernismo, troppo spesso oscurata da nomi come quelli di Eliot o di Pound, e capace di raccontare un decennio di vita newyorkese che assurge a epopea di un popolo, i neri di Harlem, o come li definisce Hughes stesso: «la mia gente».

La poesia di Hughes non è però fatta di lustrini e di scarpe appena lucidate, ma piuttosto di mari e primavere sognate per lunghi inverni, di visi neri come nera è la notte (e spesso, in questi versi, sono nere persino le stelle), di sax che muovono i corpi sudati che si accalcano danzando nei bar di Harlem, di canti solitari alla luna per un amore perduto o crudele, di via vai, di gente che si appartiene ma non sente di appartenere alla terra che vive, di gente che sogna un luogo lontano. La poesia di Hughes è mossa dalla vita stessa perché della vita, in ogni verso, deve rivendicare la dignità, come la poesia di nessun bianco vissuto in quegli stessi anni Venti, che hanno acceso gli Stati Uniti, avrebbe potuto fare; la forza del verso deriva dalla necessità stringente di dire l’esistenza di qualcuno. Occorre dirsi, dire della propria gente, perché solo così sembra di esistere agli occhi di tutti. E quel dire, inevitabilmente, non può essere un discorso piano, ma un canto che avanza a concetti ripetuti, refrain impossibili da dimenticare, un canto ritmato che faccia vibrare il cuore e non solo la mente.

«Ma non è solo attraverso i protagonisti e le figure che popolano i suoi testi che Hughes racconta la sua gente: la narrazione non sarebbe completa ed efficace se anche la forma non provenisse da quei luoghi e da quella vita. È, quindi, alla musica del suo popolo che si rivolge quando immagina i canti che lo raccontano; per questo sceglie il Jazz e il Blues». Jazz e blues, che potete dilettarvi a distinguere nei diversi componimenti della raccolta, sono i generi musicale precisamente suggeriti da certe ripetizioni e cadenze della lingua originale e poi sapientemente resi nella traduzione in italiano di Brusa. Così, oltre a riscoprire la fiducia a cuore aperto del vostro passato da giovani lettori, finirete per perdervi tra le buie vie di Harlem, in cerca di riflessi di un popolo prigioniero dell’ingiusto sguardo altrui; un popolo che con la musica e i versi di Hughes trova la forza dirompente della liberazione.


Langston Hughes, Alma Poesia, Copertina

Menestrello


Poiché la mia bocca

si sforma nella risata

E la mia gola

Sprofonda con il canto,

Voi non sapete

Che io soffro

Per aver trattenuto

Un dolore così tanto.

Poiché la mia bocca

si sforma nella risata

Non lo sentite quindi

Il mio segreto pianto?

Poiché i miei piedi

Gioiscono nel ballo,

Non lo vedete forse

Che muoio intanto.



Allegroni


Cantanti da sogno,

Cantastorie,

Ballerini,

Gente allegra nelle mani del Destino,

La mia gente.

Lavapiatti,

Ascensoristi,

Cameriere,

Biscazzieri di merda,

Cuochi,

Scrittori,

Jazzisti,

Balie,

Portuali,

Perditempo,

Scommettitori di straforo,

Commedianti di vaudeville

Bandisti nel circo -

Tutti cantanti da sogno,

La mia gente!

Tutti cantastorie,

La mia gente!

Ballerini,

Dio! Che ballerini!

Cantanti -

Dio! Che cantanti!

Cantanti e ballerini i

Ballerini ed allegroni.

Allegroni?

Sì allegri… allegri… allegri,

Chiassosi e ridanciani allegroni nelle mani

Del Destino.



Epilogo


Io, anche io, canto l’America.

Io sono il fratello, quello più scuro.

Mi mandano a mangiare in cucina

Quando viene gente,

Ma io rido,

Mangio bene,

E cresco forte.

Un giorno,

Siederò a tavola

Quando verrà gente.

Nessuno oserà

Dirmi,

“Mangia in cucina”,

Allora.

Del resto,

Vedranno quanto sono bello

E si vergogneranno:

Io, anche io, canto l’America.



Le Storie di Zia Sue


Zia Sue ha la testa piena di storie.

Zia Sue ha un cuore ricolmo di storie.

Le sere d’estate passate sulla veranda

E Zia Sue tra le braccia ha un bambino dalla faccia scura

E gli racconta storie.

Schiavi neri

Al lavoro nel sole cocente,

E schiavi neri

Che camminano nella notte fresca,

E schiavi neri

Che cantano strazianti note sulle rive di un fiume

⸤maestoso

Si mescolano dolcemente

Nella voce della vecchia zia Sue,

Si mescolano dolcemente

Nelle ombre scure che sempre attraversano

Le storie di zia Sue.

E il bambino dalla faccia scura ascolta

E sa che le storie di zia Sue sono storie vere.

Lui sa che zia Sue

Non le ha prese dai libri quelle storie,

Ma che vengono

Proprio dalla sua vita.

E il bambino dalla pelle scura è tranquillo

Nella sera d’estate

Mentre ascolta le storie di zia Sue.



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