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  • Valentina Demuro

Nota di lettura a "Il sorriso adolescente dei morti" di Riccardo Delfino

Già ospite di Alma Poesia con i sui inediti, Riccardo Delfino con Il sorriso adolescente dei morti (RPlibri, 2021), conferma tutte le aspettative e propone una raccolta intensa, dalla grande forza icastica e ricca di dicotomie e spunti di riflessione. Le figure e le scene che incontriamo sono frammenti di visioni che sfiorano l’impressionismo, composte, a volte, da elementi minimi (un asciugamano azzurro, due fanciulli) che mostrano il senso perduto – o mai esistito – delle cose o in cui lampeggiano rari attimi di bellezza assoluta e vera, dove la vita accade tutta, molto più che in un’intera storia. I frangenti d’amore sono l’unica via d’uscita dal rovo di morte e sofferenza che attaglia l’esistenza («Sento il dramma della vita / nell’entroterra di ogni vena. / Non splende in me altro sentore»), ma soltanto momentanea. Assoluta protagonista, la morte porta molti volti, quella del decadimento dei ruoli, del valore ontologico insito negli atti umani («Ho passato la nottata a parlare con un morto./ Si trovava appisolato su un guardrail autostradale. / Mi diceva l’esistenza? Per disgrazia la ricordo, / somigliava al dissapore di un fastidio intercostale»), del lutto doloroso, atavico e nudo. Talvolta è anche liberazione o salvezza, come indicava il noto frammento di Menandro: «Muore giovane chi è caro agli dei».

L’insegnamento dei greci si ravvisa spesso nei testi di Delfino (come è stato subito chiaro negli inediti qui confluiti), a partire dalla solennità di alcuni versi che portano uno sguardo alto ed escatologico mentre si indaga il gesto, a richiami più o meno espliciti («Nei loro corpi simili a Dei / sognanti dal grazioso disegno» un'eco di Saffo) o, ancora, al tema della trasmissione della colpa, traslata, in questo caso, nell’accezione di sofferenza.

È necessario sottolineare che, nonostante la tragicità e la profondità dei temi trattati, persino quando si entra nel campo dell’esperienza intima e personalissima, non troviamo neanche una parola che sia toccata da pietismo o sentimentalismi in cui sarebbe facile cadere; l’autore mantiene il distacco dell’osservatore che si fa attraversare dagli eventi, dalla luce, dal buio, dal niente, e tutto restituisce nella sola forma precisa che possa portare con esattezza un messaggio. Nella risolutezza dei versi, l’abilità del poeta rivela, forse, anche un’altra consapevolezza: come la luce siderale si presenta a noi non più fedele al corpo che l’ha originata, allo stesso modo noi viviamo l’immagine di una vita già corrotta, che già ha in sé – per ineluttabile sorte – di il germoglio della morte. Siamo testimoni del sorriso adolescente dei morti.



Sono nato sotto la liturgia

di una morte indicibile:

la tua bocca sulle mie costole,

io, piegato all’indietro,

a guardare due stelle collidere.


*


Era ottobre che la luce

si lasciava oltraggiare

dalla triste stagione.

E noi poco amati,

cresciuti d’ignavia come

cose di poco valore.

E sotto l’anfiteatro della

Dea fortuna, l’inerzia

del cielo; le sagome brevi

del nostro vangelo,

attecchirsi alla notte

per non fare gelo.


*


Quel fanciullo aggroviglia

il suo asciugamano azzurro,

gli mostra i denti gioiosi

un sorriso di candore gengivale;

ride per il suo segreto divino

per la liscezza edenica delle sue mani:

ma tu già gli leggi la morte

e allora che fai? Ti allontani.


Riccardo Delfino è nato a Roma nel settembre del 2000. Nel 2012 vince il primo premio al concorso “Città di Casoria. Le parole dell’anima”. È un arbitro di calcio e studia filosofia all"università La Sapienza di Roma.



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