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  • Immagine del redattoreGiuseppe Cavaleri

Le Contaminazioni di Alma: "Eppuru i stiddi fanu scrusciu" di Pietro Russo

Come sottolinea Giuseppe Condorelli nella nota che introduce la raccolta, alla base della nuova raccolta di Pietro Russo Eppuru i stiddi fanu scrusciu (Le farfalle, 2022) c’è l’urgenza.

Necessità di dire, di far sì che le parole si plasmino con la materialità della carta e di una città, Catania, che «avi niuru ca mpica» (i palazzi di Catania, a differenza, delle altre città barocche siciliane, sono neri per via della roccia vulcanica).

Non è un caso allora che nella raccolta di Russo questa esigenza di lasciare andare le parole («i paroli lassili scapicuddari») si leghi alla scelta linguistica del dialetto, il catanese che con i suoi suoni gutturali e la sua ritmica apre l’autore a una nuova possibilità espressiva capace di richiamare la lingua della quotidianità, ma anche delle radici.

Testi dove io lirico e afflato civile sono da intendersi come fossero due strade congiunte, mai separate. Non sono infatti presenti nella raccolta sottosezioni, ma ogni parola trova forza e ragione d’essere sia nei lampi quotidiani che attraversano lo sguardo lirico, sia nelle tragedie della contemporaneità, come il tema dei migranti, rievocato su tutti dalla vicenda del poeta Tesfalidet Tesfom, morto poco dopo lo sbarco in Sicilia nel 2018: “Su pensu o ventu, pensu e paroli sò” dice infatti un verso di Russo dedicato proprio al migrante eritreo.

Così se le parole di questa raccolta si “cibano” del reale, appaiono comunque marcati i legami con certi autori capitali del secondo novecento italiano.

Pur in una lingua che «si fa casa» nel dialetto siciliano, si sente, infatti, la vicinanza con quella tradizione che dal reale parte per poi trasfigurarlo e liricizzarlo. Da Sereni (quasi richiamato nel verso Unni siti tutti, unni vi ni isturu?), fino a Loi (la parola-tema “aria” è presentissima), il pregio della raccolta di Russo è quello di riuscire a unire istanze diverse, senza mai disunirsi, anzi legando assieme i due afflati creativi.

La raccolta di Russo si lega ad altre sillogi recenti di giovani autori etnei come Scrusciu di Erica Donzella (Samuele editore, 2022) e Scurau di Giuseppe Nibali (Arcipelago Itaca, 2021) che hanno scelto il dialetto della propria città per trasmettere il proprio sguardo sul mondo. In tutte e tre le raccolte compare, pur con le rispettive differenze intrinseche al percorso creativo di ogni autore e autrice, il tema del rumore, declinato sia nell’ottica positiva di un’apertura imprescindibile del poeta nei confronti della realtà che lo circonda, sia in una prospettiva più cupa legata allo spavento che la Storia contemporanea con il suo frastuono di tragedie porta con sé.

Oscillante tra questi due poli, però la raccolta di Russo si scioglie nella sinestesia che dà titolo alla raccolta, le stelle che fanno “scrusciu”, ovvero baccano, che ricordano come il mondo, seppure sommerso dalle ombre di una stanza o da un mare senza cunottu (senza conforto), «nasciu stamattina», ovvero è nato stamattina e ogni giorno rinasce, portando con sé la speranza di luci che permettano di attraversare il buio.


Le Contaminazioni di Alma: "Eppuru i stiddi fanu scrusciu" di Pietro Russo

quattru jita ri cielu i paroli lassili scapicuddari strati strati lassili o funnu

vulissi fari uci arririri cu l’occhi ri me figghiu ca mi talìa e arriri

unni siti tutti, unni vi ni istiru? u munnu nasciu stamatina

quattro dita di cielo / le parole lasciale scapicollare / per le strade / lasciale al fondo vorrei gridare / ridere con gli occhi di mio figlio / che mi guarda e ride dove siete tutti, dove siete andati? / il mondo è nato stamattina


*


Nuautri semu fatti p’a gioia

Ccu è ca n’astutau?


Eppuru i stiddi fanu scrusciu


Siamo fattti per la gioia / chi è che ci ha spento?

Eppure le stelle fanno baccano


*

Per Tesfalidet Tesfom, poeta

Taliasti sti me vrazza

Si pigghiunu tutt’u mari

Non ci ni su chiova nte manu

U ligni è chiddu ra navi


Arriru picchì idda arrireva

A prima vota ca mi misuru nte so vrazza


Riciunu ca sugnu tuttu ossa

Ca putissi abbulari ri n minutu a l’autru

Ju arriru picchì chissu sacciu fari


Su pensu o ventu, pensu e paroli so

A so ucca ri unni sciuscia forti

Allura mi tegnu cu sti vrazza sicchi

Ranni quantu u mari


Guardate queste mie braccia /si prendono tutto il mare / non ci sono chiodi nelle mani / il legno è quello della nave

Rido perché lei rideva / la prima volta che mi hanno messo nelle sue braccia

Dicono che sono tutto ossa / che potrei volare da un minuto all’altro / io rido perché questo so fare

Se penso al vento, penso alle sue parole / alla sua bocca da dove soffia forte / allora mi aggrappo con queste braccia magre / grandi quanto il mare


Pietro Russo

Pietro Russo è nato e vive a Catania. Insegna lingua italiana agli stranieri. Per caso o per necessità ha a che fare quotidianamente con la poesia. Il suo primo libro, A questa vertigine (2016), ha vinto il Premio Violani Landi per l’opera prima. Nel 2022 ha pubblicato la plaquette in dialetto siciliano Eppuru i stiddi fanu scrusciu. Alcuni testi sono stati tradotti in Canada, negli Usa e in Germania. Ha curato, insieme ad Ana Ilievska, un’antologia della poesia siciliana contemporanea per i lettori degli Usa.

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