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  • Alessia Bronico

Intervista a Renzo Paris

Questa è l'intervista che Alessia Bronico ha fatto a Renzo Paris, a partire dalla sua ultima raccolta fino a conversare sul significato del concetto di traduzione, della parola come azione, dei lasciti dei maestri e molto altro.


L'intervista si chiude con un inedito che Paris regala ad Alma e a tutti i suoi lettori.


Festival dei Poeti: Roberto de Angelis, Dario Bellezza, Amelia Rosselli, Renzo Paris, Valentino Zeichen (©ALef)

Renzo Paris è narratore, saggista, traduttore, biografo, poeta, critico. Nella sua lunga e proficua carriera di scrittore ha raccontato di Moravia, Pasolini, Silone, per citarne alcuni. Lei ha più volte dichiarato di essere «l’ultimo custode di un mondo scomparso», c’è qualcuno che non è riuscito ancora a narrare? Qualche scrittore, amico, che desidererebbe raccontare, e perché?


No, dopo Apollinaire e la sua banda, Moravia, Silone, Pasolini e miss Rosselli non ci sono più amici di cui parlare. Potrei scrivere della lunga amicizia con Dario Bellezza. Ma eravamo come fratelli. Ne ho accennato in altri libri ma uno nuovo su di lui proprio non me la sento di iniziarlo.


La sua ultima pubblicazione in ordine di tempo è Miss Rosselli (Neri Pozza 2020), un memoir commosso, una biografia romanzata non solo di Amelia Rosselli poetessa, donna, amica, ma di tutto il mondo che circondava la Rosselli stessa. Che cosa di quel periodo manca a Paris? Quanto la poesia è cambiata?


Degli ultimi decenni del Novecento mi manca tutto, intanto l'alta considerazione che avevamo della cultura e di chi ne faceva uso, poi la magia di una poesia ancora legata all'eternità del passato e del futuro. Detto tutto, mi manca la giovinezza, ahahah.


Lei è stato anche docente universitario di Letteratura Francese all’università di Viterbo. La sua esperienza con la poesia è, quindi, pure un’esperienza di traduzione. Qual è l’aspetto più importante della traduzione, oltre a farsi garante della corretta veicolazione di un contenuto linguistico? Qual è la difficoltà della traduzione poetica?


Ho cominciato a tradurre le poesie di Apollinaire, poi quelle di Tristan Corbière, imitandoli nei miei versi. Amo le traduzioni letterali con rime interne, che seguono ritmo e tono. Consiglio ai giovani poeti di tradurre, è l'unico modo per scoprirsi poeti a loro volta. Mi trovò l'editore per Apollinaire il generoso Pasolini. Corbière, invece, lo tradussi all'inizio assieme a Enzo Siciliano.


Le Parole stanno a zero


a Rossana Rossanda


Siamo nel vento, profetessa di sventure,

non ancora però alla bufera e perciò

vuoi attrezzarci a più solitari geli.


Intanto mi è venuto il mal di denti

dopo tre giorni di congresso. La

tramontana era di quelle schiette.

Mi sono dovuto infilare la cuffia di lana.

Allo specchio sembravo un vecchio giacobino.


Diceva bene l’operaio che ha parlato,

il solo, tra tanti piccolissimi borghesi

in rivolta: “Cancelliamo le università!

Le parole stanno a zero!” Cancelliamole

pure, mi veniva di approvare, le università

delle parole.


Sono risultate tre linee: quella dura, quella

morbida e quella dell’accurata mediazione.

ma ditemi, qual è la dura e la morbida è

proprio quella che appare?


La poesia divide, concordo, ma la politica,

compagni, dilania. Dov’è finito il tuo migliore

amico? E il tuo dov’è?

La poesia, viceversa, è sempre qua.

Non si muove d’un passo. E ben vi sta.


da Album di famiglia (Guanda 1990)


In questo libro le poesie compongono un canzoniere unitario, animato nei versi dalla presenza di amici poeti e narratori. La sua può essere considerata una poesia dialogante, di certo i dialoghi non si esauriscono solo con persone che hanno avuto importanza nella sua vita, a volte è anche un dialogo con figure estemporanee.

In Album di famiglia dedica questi versi alla partigiana e scrittrice Rossanda, da poco scomparsa. Ne ricorda l'epifania? Il titolo della sua raccolta "Album di famiglia" ha un legame con un articolo scritto dalla Rossanda nel 1978 su “Il manifesto”?


Rossana Rossanda mi suggerì il titolo: Album di famiglia, che era quello indicato da lei per i giovani terroristi e le loro provenienze. La mia famiglia, invece, erano i poeti e gli scrittori che frequentavo. I terroristi rossi e neri che avevo incontrato mi sembravano rinserrati in una ideologia d'altri tempi, sanguinaria. Quelli neri, come Ventura, facevano il doppio gioco, come aveva capito bene Pasolini nel carteggio con l'autore della strage di piazza Fontana del 1969. Insieme alla p2 di Gelli volevano distruggere la cultura di sinistra e mi pare che ci sono riusciti alla grande. I terroristi rossi hanno fatto in modo che non si potesse più pronunciare la parola comunismo. Gli anni Settanta furono la nostra bohème.


È stato definito da Filippo La Porta «il padre dell'autofiction»: lei si trova più a suo agio nella scrittura narrativa o poetica? Oggi, in questo tempo accelerato, che consiglio sentirebbe di dare a chi scrive? E Moravia, Morante, Pasolini che hanno raccomandato al Paris esordiente?


Per quelli della mia generazione che hanno letto Roland Barthes, la differenza tra scrittore, saggista e poeta non si pone. È la "scrittura" che li unifica. Io aggiungo che la prosa saggistica o narrativa è quella che scioglie il nido della poesia. Ormai mi sento il nonno dell'autofiction. Dunque, Moravia mi raccomandava il tempo nella narrazione e nella poesia, la Morante la mia etnia abruzzese, Pasolini di non vedere solo studenti in rivolta, non sapendo che la pensavo come lui. Con Pasolini animammo il primo dibattito televisivo sui giovani. La Rosselli mi voleva in sintonia con il mare nero dell'inconscio.


La parola è «un’intenzione divenuta suono. Un’intenzione personificata», così scriveva M. Cvetaeva in una lettera indirizzata a R. M. Rilke, riflettendo su un suo verso. È possibile, secondo la sua esperienza e i suoi studi, poter concepire la parola come azione?

La parola non è azione. Fa parte di una voce antica che i poeti hanno sempre sentito e registrato. «I mi son un che quando amor m' ispira noto» scriveva Dante «e a quel modo ch'ei ditta dentro vi significando». Il poeta è una canna suonata da quella voce che non somiglia a nessuna voce umana.


Sta lavorando a diversi progetti. Può anticiparci qualche notizia sulle uscite, i contenuti?


Ho appena consegnato all'editore Amori in salsa gialla (la bohème di Tristan Corbière), un romanzo biografico sulla vita del primo poeta maledetto inserito nella famosa antologia di Paul Verlaine. L'ho iniziato durante la prima ondata del covid e l'ho finito nella seconda, preso dal panico. Ho anche approntato un’antologia delle più belle poesie di Apollinaire per Ponte alle Grazie. E adesso ho iniziato a ricopiare in internet il mio ultimo libro di poesie: Respiro, che uscirà presso una prestigiosa collana diretta da Maurizio Cucchi. Come sai scrivo dapprima a penna su quaderni molto colorati, poi dopo le correzioni li infilo nella rete e correggo ancora.


Vorrei spostare la conversazione sul discorso relativo a poesia e Rete, di cui Alma è attenta a raccogliere testimonianze. Sappiamo che il dibattito attuale si muove passando da una posizione all’altra, riassumibili in “la Rete sta rovinando la poesia” oppure “la Rete salverà la poesia”. In questa dicotomia, semplificatrice e banalizzante di un fenomeno ben più complesso, si intravede, però, una realtà indiscutibile e cioè che i nuovi linguaggi della Rete hanno avuto un impatto rilevante su quelli poetici, in termini di comunicazione, diffusione e, forse, anche su forme e contenuti. Qual è la sua posizione a riguardo? Come vede il futuro della poesia in relazione alle sue interconnessioni con il Web?


Dunque: poesia e rete. Secondo me la rete, di cui mi servo ormai da dieci anni, serve a "verificare" il verso presso i lettori, proprio come accadeva nei festival degli anni Settanta e nell'abitudine alle letture successive in città e borghi. A me accade che alcuni dei miei post diventino successivamente versi. A volte non capisco chi posta ogni giorno una poesia.


La consuetudine delle interviste di Alma è quella di andare a frugare nei cassetti di ogni autore per scovare un inedito. Nei suoi ne ha uno da condividere con noi? Gliene saremmo molto grati.


Per Banksy


L'acqua alta di Venezia

tenta ancora di affogare

la tua immagine dipinta


su un muro sbreccato

di Dorsoduro. Ma non spegne

il tuo razzo segnaletico di fumo rosa,


la tua posa di corifeo

dell'arte di strada, con giubbotto di salvataggio e

occhi neri. Banksy,


bambino spiaggiato in

un gommone, è dura

vivere da noi. Qui l'Arte


non ti conosce

e tu non conosci l'Arte

Banksy.

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