Facebook Cover Photo.png
  • Alessandra Corbetta

Intervista a Gianni Montieri

Questa è l'intervista che Alessandra Corbetta ha fatto a Gianni Montieri; il dialogo si chiude con un inedito che Montieri regala ad Alma e a tutti i suoi lettori, a partire dal quale Francesco Destro ha realizzato una suggestiva videopoesia.


Gianni Montieri (Ph. Anna Toscano)

Ampi margini (LiberAria, 2022) pone, fin dal titolo, una contraddizione in termini, poiché se il margine rinvia nell’immaginario a qualcosa che delimita, che chiude, che ci rammenta la nostra finitudine, l’aggettivo ampio rimanda invece all’estensione, all’apertura, a qualcosa che può superare il confine.

Fino a che punto questa dualità è presente nella sua raccolta e in che modo lei l’ha affrontata? Anche la poesia vive della stessa tensione?


Io credo sia una contraddizione che, come a volte succede in matematica, va ad annullarsi, o a completarsi. Sono d’accordo con lei, nell’immaginario il margine indica una delimitazione, un bordo, un confine; ampio, invece, allarga, estende, invita a superarlo quel confine, o forse, in maniera più interessante, a spostarlo in là quando occorre, ricavando spazio e possibilità. Questo confronto margine/ampiezza è essenziale per me e non solo per questo libro, tutto sommato da quella contraddizione in termini nascono le possibilità sia per quanto riguarda i contenuti, sia per la forma da seguire nelle poesie. Vede, Alessandra, io non so come abbia affrontato questa dualità mi pare più probabile che questa abbia affrontato me tirandomi come si fa per gli elastici da una parte all’altra. Il margine serve poi a ricordarsi che bisogna fare attenzione, avere cura, non eccedere altrimenti ciò che vogliamo dire perde efficacia, l’ampiezza invece ci tende la mano e ci ricorda quando è il momento di staccarsi dal bordo come il nuotatore. Ci dice che esiste un tempo in cui bisogna disattendere le regole e procedere con la modalità sogno attivata. Ci ricorda che è tempo di saltare.


In un recente momento di presentazione dedicato proprio ad Ampi margini, lei ha detto che «non si viene mai da un luogo solo» e, in effetti, questo suo lavoro è opera di stratificazione, in primis di spazi ma anche di tempi e di persone. In riferimento al primo termine-concetto viene portata avanti la rappresentazione dicotomica tra Nord e Sud, realtà da lei entrambe esperite e vissute, il processo di spostamento e quindi di passaggio, la capacità delle città di farsi paesaggi interiori dove si dispiegano le nostre scelte e le nostre vite e la potenziale fragilità propria anche dei luoghi – penso, per esempio, alla sezione Quando imparammo a tremare 23 novembre 1980 da lei dedicata al terremoto che, in quella data, colpì l’Irpinia.

Vuole commentarci queste declinazioni e dirci cosa inscrive dentro la dimensione spaziale attraverso i versi di questa raccolta? C’è qualcosa che, per forza di cose, ha dovuto invece lasciare fuori?


Ricordo d’averlo detto, sì, lo dico spesso, una vera fissazione, ma, battute a parte, si tratta di una mia profonda convinzione. Credo che veniamo da tutti i luoghi che abbiamo chiamato casa e, forse, in seconda battuta, anche da quelli che abbiamo detestato. Non apparteniamo a un posto soltanto, non può essere così, sarebbe troppo semplice. Naturalmente non dimentico mai di essere nato in provincia di Napoli, a Giugliano, però io sono pure di Milano, dove ho vissuto quasi 25 anni e dove ho imparato a scrivere, sono cresciuto, e sono di Venezia dove per amore ho scelto di vivere. Come potrebbero non essere miei i luoghi che mi hanno fatto diventare la persona che sono? E nello zaino dei posti contano anche tutti i viaggi, le persone conosciute e quelle solo sfiorate. Tutto viene con noi: Napoli e Milano stanno con me a Venezia e mi accompagnano verso il futuro. Venendo alla seconda parte della sua domanda, immagino che il paesaggio attraversato sia una sola cosa con quello interiore. La fragilità, il tremito, che da sempre mi accompagnano arrivano dalla precarietà dei luoghi, dall’avere imparato molto presto che non esistono superfici stabili, non si è mai abbastanza al sicuro, se non tra le braccia di qualcuno che ci ama. Il capitolo di cui parla, quello che racconta il terremoto del 23 dicembre del 1980 dal punto di vista dei bambini, spiega bene (almeno spero) da dove giunga quella fragilità, acquisita senza conoscenza, mentre si pensava che fosse tutto un gioco, un’avventura. Ho lasciato fuori dei testi che parlano più direttamente di lavoro, di un altro (o lo stesso) tipo di precarietà, semplicemente perché ho pensato che potessero stare bene altrove.


Come lei stesso scrive nella nota al testo, le poesie di questa raccolta sono state composte in periodi differenti. E diverse sono anche le linee temporali su cui la raccolta si muove: da una parte l’adolescanza e dall’altra l’adultità, vissute una prima volta da dentro e poi riattraversate con lo sguardo di chi è chiamato a osservarle dal fuori, nel regno del dopo.

Vorrei ci rendesse partecipi dei passaggi, in senso cronologico, che hanno portato alla realizzazione di Ampi margini e dirci se con la poesia, in qualche modo, è possibile rallentare lo scorrere del tempo, estenere la durata delle tappe salienti del nostro vivere.


Sorrido mentre provo a rispondere. Allora, prima la parte facile, quella della cronologia. Le poesie che hanno più tempo in questo libro sono quelle del capitolo Futuro semplice, scritte in una prima versione tra il 2008 e il 2009, per Ampi margini sono state completamente riscritte, mi sembrava fossero i giorni buoni per poter modificare qualcosa. Non credo nel testo cui non si possa più mettere mano, credo nella mobilità del verso, a un certo punto, se possiamo, cambiamo. Gli editori chiudono, i diritti scadono e noi possiamo vedere se quei ragionamenti possano trovare una strada diversa. I capitoli Avremo cura e (sud) in caso di morte sono del 2014 e hanno subito poche modifiche, anche poco interessanti da spiegare, ma comunque importanti, di sicuro sono state tolte due poesie. Turisti americani viene subito dopo e sciolte erano la fiaba riscritta e i testi sul terremoto e quelle su Maradona. I primi due capitoli, invece, sono molto recenti e sono quelli che mi hanno convinto che avesse senso rielaborare anche i versi vecchi, in modo da completare un viaggio da luogo a luogo, da tempo a tempo. Mi pare che il libro abbia un suo senso compiuto e nitido, come se fosse composto da una serie di cerchi che dal più esterno al più interno (come se fossero delle circonvallazioni aggiunte a quelle di Milano) vanno a chiudersi e a tenere insieme: rabbia e amore, luce e buio, violenza e dolcezza, tremito e carezza, case e vuoto. Torno al sorriso, non credo si possa rallentare lo scorrere del tempo nemmeno con la più bella delle poesie, ma si può tentare di richiamarlo per provare a capire meglio, cercando di dare un senso a questa cosa che chiamiamo vita insieme a quell’altra che chiamiamo scrittura.


Roberto Bolaño a piazza Garibaldi


I treni che vanno e vengono sono gli stessi

qui come in Cile, a Parigi come in Spagna,

le stazioni no, le persone ancora meno,

i binari sono già letteratura, credo


che avrei rubato libri come a Santiago

se fossi nato qua, avrei rubato comunque

mi sarei arrangiato, avrei perso

avrei dimenticato ma non tutto


questa è una frontiera in diagonale

ogni vicolo, ogni incrocio è una linea

tutto marca una differenza, un’assenza

avrei tenuto a mente il tufo, l’ignoto.


Questa poesia, tratta dalla sezione Turisti americani, delinea un’altra importante tendenza della sua raccolta e cioè quella di muovere sull’immensa scacchiera della parola persone e personaggi. Con grande perizia lei riesce a inserire nel tessuto del quotidiano autori-giganti o calciatori-icona e, viceversa, a conferire status di eccezionalità a persone della sua famiglia o a ragazzi morti in incidenti che, per molti, possono essere al più dei nomi.

Da dove deriva questa riuscitissima operazione? Che utilità può avere oggi ribaltare la diade oppositiva ordinario/straordinario?


Foster Wallace, Silvina Ocampo, mia sorella, Maradona, un vecchio amico che non c’è più, uno sconosciuto, mio padre hanno la stessa importanza o peso. Non credo nello straordinario, ma in un ordinario esteso capace di meravigliarci o deluderci. Gli scrittori che amo provano a raccontarmi Napoli, da vivi, da morti, non importa, mi servono per spiegarmi meglio dettagli che mi sfuggono, hanno altre parole, una diversa capacità di guardare. Ma il ragazzo ammazzato mi offre un altro e importante punto di vista, altre parole, le sue, inesplose, mi racconta dal suo regno di possibilità taciute. Sono contento che l’operazione le pare riuscita, forse perché vera operazione non è, ma è semplicemente il mio modo di tenere insieme le cose e di pensare a Don DeLillo o a mio padre più volte nella stessa giornata. Lo spazio ridotto della poesia fa sì che io possa ingegnarmi nel creare immagini che si inseguano e si completino. Come nella poesia che parla di Maradona, ma in fondo parla di me ragazzo e al contempo si permette di accennare a Juan Carlos Onetti e a Idea Vilariño e di mescolare un capolavoro come Gli addii alla morte del più grande calciatore di sempre. Spero di aver risposto almeno in parte alla sua domanda.


Nella nota di lettura che avevo dedicato alla sua precedente raccolta, Le cose imperfette (LiberAria, 2019), scrivevo che «I versi di Montieri si presentano come una faccia da bravo ragazzo: sono puliti, misurati, colti nell’essenza e non per vanto; non c’è sfoggio artefatto di erudizione né ricerca di un linguaggio inutilmente oscuro. Le cose imperfette non hanno paura di mostrarsi per quello che sono e in questo coraggio sostanziale, nella loro sapiente calibratura, risultano dirompenti, totalmente veri»; per Ampi Margini sento di potere affermare lo stesso, a testimonianza di una scrittura consapevole che segue una direzione precisa e un intento chiaro.

Quale lavoro compie sulla forma, verso dove punta la freccia immaginaria che segue quando compone versi? Sente essere la sua direzione in contrasto o in continuità rispetto a quella di altra poesia contemporanea?


Scrivo seguendo una sorta di ritmo interno che procede inanellando immagini una dietro l’altra. Non conto mai le sillabe mentre scrivo, ma so a orecchio quante ne sto scrivendo, spesso rinuncio al metro esatto perché una parola mi serve più di un’altra, oppure perché mi piace che la pausa dirotti il lettore su almeno due possibilità circa il probabile continuo del verso successivo. Mi piace far scivolare le vocali e le consonanti da una parola all’altra. Mi piace che una poesia possa parlarsi con un’altra che sta trenta, quaranta pagine dopo. Non credo di essere in contrasto e nemmeno in continuità con la poesia contemporanea, semplicemente perché è difficile da definire (per fortuna), il territorio è molto vasto, io sono un gran lettore e mi piace affrontare poeti tradizionali così come quelli sperimentali, cerco il bello, il linguaggio che suona e che mi mostri qualcosa che non so da dove arrivi, a quel punto non importa se io abbia letto un sonetto elisabettiano o una prosa poetica. Chi se ne frega.


Vorrei spostare la conversazione sul discorso relativo a poesia e Rete, di cui Alma è attenta a raccogliere testimonianze. Sappiamo che il dibattito attuale si muove passando da una posizione all’altra, riassumibili in “la Rete sta rovinando la poesia” oppure “la Rete salverà la poesia”. In questa dicotomia, semplificatrice e banalizzante di un fenomeno ben più complesso, si intravede, però, una realtà indiscutibile e cioè che i nuovi linguaggi della Rete hanno avuto un impatto rilevante su quelli poetici, in termini di comunicazione, diffusione e, forse, anche su forme e contenuti.

Qual è la sua posizione a riguardo? Come vede il futuro della poesia in relazione alle sue interconnessioni con il Web?


La rete, il web: parliamo di un campo vastissimo, pieno di possibilità. Ho cominciato a diffondere poesia in rete dal 2009, in maniera accorta, curiosa, rischiosa, attraverso Poetarum Silva che ho diretto per molti anni. In quel periodo sono sicuro – visti i numeri che avevano portato quel blog a essere uno dei più letti – di aver usato (io e chi lavorava con me a quel progetto) la rete nella maniera giusta, sfruttandone la velocità di interazione, poi creando un archivio digitale ancora perfettamente raggiungibile che è fondamentale. Io credo sia nel web come strumento di diffusione della poesia, sia come portatore di linguaggi, contenuti, orizzonti più mobili di un tempo. Non credo nella banalità e nel brutto, purtroppo la rapidità facilita la diffusione di molti testi – migliaia – che vengono chiamati poesia ma che invece sono poco più che spazzatura, non li chiamiamo pensierini della sera che invece hanno una loro dignità. Dato il campo da gioco, accertata la sua vastità, bisogna decidere come giocarci, cosa metterci dentro oppure no. Come sempre, bisogna scegliere e assumersene la responsabilità, bisogna pure sbrigarsi perché certe dinamiche del web sono già vecchie.


Siamo nel 2022, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurita: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e pure nel panorama poetico contemporaneo.

Anche alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout-court, come inquadra l’argomento e qual è la sua opinione a riguardo? Soprattutto, prevede un’evoluzione verso altre traiettorie per un futuro prossimo?


Il discorso è complesso eppure estremamente semplice. A monte dovrebbe starci la bellezza del testo poetico, anche al di sopra del genere, ma poi, come è noto - e non solo nelle antologie scolastiche che lei giustamente cita - il genere che prevale ancora è quello maschile. Francamente, è una cosa che incupisce, mi piacerebbe che non fosse necessario discuterne. Qualcosa è cambiato ma bisogna ancora lavorare. Io sono fortunato, sono sposato con una studiosa di letteratura scritta da donne, Anna Toscano, e mi basta fare la strada dalla scrivania alla libreria per pescare autrici che non conosco o conosco poco e mettermi a leggere, così recupero, poi ne parlo, poi regalo un testo. Il lavoro è quello di cercare, di studiare, di diffondere, a me sta bene che un’opera risalti perché è meravigliosa ed esistono opere letterarie scritte da donne di cui non si è quasi mai parlato e allora parliamone. Esiste la fatica che hanno fatto nel tempo grandi autrici affinché venisse pubblicata una loro singola poesia. Basta, direi, basta e che noia. Il maschilismo è noioso e triste.


La consuetudine delle interviste di Alma è quella di andare a frugare nei cassetti di ogni autore per scovare un inedito.

Nei suoi ne ha uno da condividere con noi? Gliene saremmo molto grati.


Eccola qua e grazie.



Qui nel cortile, le biciclette una crepa sul muro, una mappa che s'apre sulle possibilità mancate. Siamo stati stupendi a nostra insaputa, le vite, le città diverse, diversi i colori, le squadre di calcio, eppure abbiamo visto i migliori, li abbiamo capiti, la leggerezza da farfalla di Marco van Basten, la lingua tra i denti, il pallone che s'incolla al piede di Maradona. Li abbiamo capiti, il dialetto di Loi, i cimiteri di Raboni, la Lambrate di ogni tua poesia.




118 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti