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  • Alessandra Corbetta

Intervista a Francesco Tomada

Questa è l'intervista che Alessandra Corbetta ha fatto a Francesco Tomada; il dialogo si chiude con un inedito che Tomada regala ad Alma e a tutti i suoi lettori.


Francesco Tomada

Per la Gialla-Oro di Samuele Editore-Pordenonelegge è uscita, nel 2021, la sua ultima raccolta Affrontare la gioia da soli e proprio dal titolo vorrei partire per addentrarci dentro i testi che la costituiscono. Lei sceglie questa espressione che si avvale di un lessico facente parte del linguaggio comune: nessun tecnicismo, nessun termine aulico, nessun forestierismo; eppure – e ciò è un fil rouge da seguire per leggere tutta la sua produzione poetica – evidenzia da subito un uso puntuale e profondo della parola, esattamente ciò che dalla poesia ci aspettiamo. Il verbo “affrontare” infatti, è di norma associato a eventi complessi, difficili, rivestiti da un’aura negativa; qui, invece, a dover essere affrontata è la gioia, sentimento di cui lei, indirettamente, fa subito cogliere la stratificazione, la molteplicità strutturale. La modalità con la quale, poi, questo passaggio deve essere effettuato, è quella della solitudine che, se da un lato amplifica l’eco, dall’altra ridimensiona, perché ciò che non viene condiviso si dimezza nella sua portata.

E allora, a partire o al di là di queste mie considerazioni, cosa significa per lei Affrontare la gioia da soli? In questa lotta, che ruolo spetta alla poesia?


Mi viene difficile spiegare il significato di un titolo, e più in generale di una raccolta di poesia; io stesso non lo comprendo del tutto a priori, perché non scrivo seguendo un piano preciso. Mi è sempre capitato di individuare la traiettoria a posteriori, definire la strada dal punto di arrivo e non il contrario. Adesso che Affrontare la gioia da soli è stato pubblicato da un po', mi sembra di poter dire che è un libro che esprime il mio tentativo di riappropriarmi di un minimo di serenità. Io sono un uomo ombroso di carattere, e negli anni ho dovuto affrontare (come accade a tutti) tutta una serie di fatiche e di lutti. Adesso che ho perso tutti nella mia famiglia di origine, che i figli sono grandi e trascorrono la maggior parte del tempo fuori casa, insomma adesso che forse è possibile tirare un poco il fiato, mi sono accorto di non essere pronto, di essermi in qualche modo adattato a una prospettiva interiore che non prevedeva la serenità. Facevo molta fatica a convivere con me stesso, a sopportarmi, nel vero senso della parola: dentro ho una rabbia - di cui comprendo solo in parte l'origine e la causa - che mi accompagna e mi consuma. Affrontare la gioia da soli è un po' il mio modo di esorcizzarla, di prendermi meno sul serio.

In questa lotta, come la definisce lei, la poesia non rappresenta una cura, non ha potere terapeutico. Al tempo stesso però per me è una compagna di viaggio, è ciò che a volte mi aiuta a rammendare gli strappi; e quando accade che riesca a rammendare gli strappi anche di qualcun altro che se ne impossessa e la fa propria, è il compiersi di un minuscolo miracolo.



DA DOVE RIPARTIRE


Tornare indietro a quando eravamo

giovani

a prima di conoscerci

adolescenti

bambini grovigli di cellule nell’utero

pensieri di un possibile domani


prima del concepimento

le nostre madri già credevano in noi


ecco da dove ripartire

guardarci l’uno con l’altro come se

non esistessimo ancora


In questi pochi versi, contenuti in Affrontare la gioia da soli, lei fa girare indietro le lancette a grande velocità: gli adulti che si è tornano alla loro giovinezza, poi all’infanzia, infine a prima che tutto fosse, nella forma di un’idea, un pensiero o, forse, una parola. In quello spaziotempo, nel quale l’esistenza ancora non esiste e, dunque, è nella sua forma più pura, lei colloca il punto della ripartenza; proprio lì, in questo desiderio di ri-generazione, ho sentito risuonare forte i versi di Strettoie di Umberto Fiori il quale, in uno snodo urbano, nel rispetto reciproco che smuove, intravede un nuovo possibile inizio.

Sono gli anni, i chilometri battuti a dovere essere cancellati o è quello che noi diventiamo il grande neo che oscura il nostro sguardo sulle cose, sul mondo? La luce è solo alle nostre spalle o possiamo provare a intravederla anche dinnanzi a noi? Il tradimento di noi stessi ci costa trenta denari o una croce?


Sentirmi in qualche modo accostare a Umberto Fiori, che è uno degli autori che apprezzo di più in assoluto, è qualcosa che mi onora. E sarebbe bello se si potesse ricominciare spesso attraversando l'erba alta “come se mai / ci fosse passato un uomo”. Invece no: siamo noi gli uomini che ci sono passati, sono le nostre tracce quelle che ci conducono lì dove siamo e cancellarle, oltre che impossibile, sarebbe anche ingiusto.

Al tempo stesso ho una paura enorme delle incrostazioni della consuetudine. Non sono un rivoluzionario, uno che riparte sempre da zero, un nomade fisico e spirituale, ma mi sono promesso di cercare di rimettermi continuamente in discussione. Negli ultimi anni mi sono reso conto di non esserci riuscito: mi sono un po' fermato, ho creduto nelle sicurezze acquisite, ho pensato troppo a difendere le cose che avevo (non intendo beni materiali, mi riferisco agli affetti e più in generale alle certezze) e troppo poco ad averne cura per davvero. So che è banale dirlo ma è anche terribilmente vero: il vero tradimento è dare qualcosa e soprattutto qualcuno per scontato. Allora sì che guardarsi indietro diventa guardarsi solo indietro, mentre quella che lei definisce “la luce” è necessariamente davanti a noi, così come il miglior modo di tenersi stretti a qualcuno è forse ricordarsi di poterlo perdere.


In Portarsi avanti con gli addii (Raffaelli Editore, 2014), la poesia eponima propone una prospettiva temporale diametralmente opposta a quella analizzata nella domanda precedente; qui, infatti, si ipotizza ex ante ciò che potrebbe capitare e si danno istruzioni chiare e commoventi su come occorrerebbe comportarsi. Scrive:


E se domani io non ci fossi più

per un incidente o qualsiasi cosa che ora non immaginiamo

o perché la rabbia mi ha formato un coagulo nel cuore


dopo il tempo che ti serve tu comunque vai avanti

trova un altro uomo che sia un padre

se possibile migliore per i nostri figli


per favore non far recitare quelle messe

a cui tutti devono venire senza averne voglia

non tenere i miei ricordi in un cassetto

perché di buio allora ne avrò già abbastanza


e non dire a nessuno se mi pensi

piuttosto custodiscimi come una seconda adolescenza

qualcosa che ti porti sempre dentro

anche se non sei più tu


Perché questa necessità di indirizzare lo scorrere del tempo? La morte-vuoto indietreggia di fronte alla parola, le lascia spazio?


Portarsi avanti con gli addii parla del lutto e dell'elaborazione del lutto, e più che una raccolta è un monolite di cui a un certo punto ho dovuto liberarmi perché conteneva pensieri troppo pesanti per me. Ovviamente da giovani ci si sente invincibili e quasi sempre lo si è, l'idea della fine è qualcosa non semplicemente di lontanissimo, ma di completamente estraneo. Però poi bisogna fare i conti con la morte degli altri e questo, oltre al dolore, deve porre degli interrogativi: la morte è definitiva, non indietreggia di fronte a nulla, è un vuoto senza appello che nessuna parola può colmare.

Però non tutte le morti sono uguali. Alcune possono essere in qualche modo accettate: il fatto che un genitore venga a mancare a ottant'anni rimane una perdita enorme ma è nell'ordine delle cose; il fatto che una sorella lo faccia a trentotto invece no, oltre al dolore lascia uno smarrimento che non potrà mai essere superato. La poesia che lei ha citato riparte da qui: se dovesse capitare a me non vorrei mai che rimanesse quel tipo di smarrimento nelle persone che amo, o almeno vorrei fare tutto ciò che mi è possibile adesso per alleviarlo. Lasciare oggetti, ricordi, incombenze è caricare gli altri di un dolore che ogni volta si rinnova, invece dovrebbe venire un tempo in cui sperare di venire dimenticati. In questo senso non si tratta di istruzioni, ma di un auspicio.


L’intrecciarsi tra microcosmo privato e comunità macrocosmica è un altro degli elementi topici della sua scrittura, che emerge molto chiaramente in A ogni cosa il suo nome (Le voci della luna, 2008), opera nella quale a intersecarsi sono anche le geografie del di fuori e del di dentro. A fare da trait d'union tra l’io e i molti e tra interno ed esterno è il processo di nominazione, tentativo di ancoraggio alla verità e al bisogno di appartenenza.

Come si muove tra queste tensioni opposte e come le restituisce alla pagina bianca? Nominando si arriva in qualche modo al vero, al giusto, al nostro?


Quello “tra microcosmo privato e comunità macrocosmica” è un rapporto che in realtà io non vivo benissimo, nel senso che vorrei essere in grado di parlare molto di più degli altri e molto di meno di me, ma non ne sono capace. Apprezzo e invidio gli autori che conferiscono una forte connotazione sociale e politica alla poesia, perché a me spesso sembra di risultare didattico. I momenti in cui mi pare di riuscirci, in effetti, passano spesso attraverso il processo di nominazione. Il nome è un'appartenenza, un'identità, e ribadirlo a volte mi sembra una sorta di testimonianza, un tentativo di dare voce a chi magari non ne ha avuta. Ma più in generale vorrei che la poesia stessa fosse un atto di nominazione, pane al pane e vino al vino, la spoliazione della parola fino al suo più nudo significato, detto e non detto. Non so se ciò porti al “giusto”, perché il concetto di giusto mi fa temere una sorta di moralismo che la scrittura poetica non credo debba avere: meglio porre domande più che fornire risposte. Preferisco il “vero”, che cioè la poesia riesca ad aderire alla realtà, soprattutto a quella interiore, e ne diventi grimaldello ed espressione.


In L’equivoco della famiglia (Laterza, 2017), Chiara Saraceno, tra le massime sociologhe italiane, scrive che «La famiglia è qualcosa di più complesso che ‘papà, mamma e bambini’, le famiglie sono tante, e non sono una più “vera” dell’altra»; lei, nelle sue opere, a partire già dalla sua prima pubblicazione in versi L’infanzia vista da qui (Sottomondo Editore, 2005) mostra la poliedricità di questo nucleo, dandogli voce in termini sia intimistici che sociali, poiché la famiglia diventa anche osservatorio dei passaggi generazionali.

Perché questa centralità nella sua produzione? Come si evolve la presenza del soggetto famiglia da L’infanzia vista da qui fino ad Affrontare la gioia da soli?


La famiglia è centrale nella mia scrittura perché lo è nella mia vita, e non so fare altro che scrivere di ciò che vivo. La cosa è quasi ironica se penso che non sono né marito né padre per vocazione o desiderio assoluto: mi ci sono trovato e ho investito tutto me stesso per merito delle persone che ho accanto, che sono diventate la mia salvezza. Venendo fra l'altro da una famiglia che si è disintegrata in modo drammatico, ho cercato di portare nella mia una solidità e una sicurezza che dovevo imparare a costruire strada facendo, a volte riuscendoci e altre meno.

È chiaro che il mio essere padre e il mio essere figlio si sono evoluti nel corso del tempo. Nel primo caso, quella che all'inizio era una sorpresa continua è diventata la constatazione di quanto trasmettiamo senza volerlo ai figli e contemporaneamente di quanto loro siano persone comunque distanti e disgiunte da noi, che devono seguire un percorso del tutto autonomo. La genitorialità è un atto di fiducia a lunga scadenza in tutti i sensi, toglie moltissimo ma ripaga con una pienezza indicibile che si scopre dopo, così come richiede di seminare spesso alla cieca nell'animo di un altro che si concretizza e fiorisce dopo anni e anni, e lo fa a modo suo.

Guardando invece al rapporto con i miei genitori, mentre quello con mia madre è sempre stato molto affettuoso anche se pieno di silenzi, quello con mio padre era brutalmente conflittuale. La sua lunga demenza senile mi ha messo alla prova, non solo come fatica in sé, ma soprattutto perché mi ha obbligato a dedicarmi a lui quando finalmente avevo raggiunto una tregua indifferente nei suoi confronti. Non ci siamo mai davvero riavvicinati o perdonati, ma riuscire a rinunciare a qualsiasi forma di rivalsa verso di lui è qualcosa che mi ha fatto sentire meglio: paradossalmente è la cosa più importante che lui mi abbia insegnato e che io sia stato capace di dargli.


Vorrei spostare la conversazione sul discorso relativo a poesia e Rete, di cui Alma è attenta a raccogliere testimonianze. Sappiamo che il dibattito attuale si muove passando da una posizione all’altra, riassumibili in “la Rete sta rovinando la poesia” oppure “la Rete salverà la poesia”. In questa dicotomia, semplificatrice e banalizzante di un fenomeno ben più complesso, si intravede, però, una realtà indiscutibile e cioè che i nuovi linguaggi della Rete hanno avuto un impatto rilevante su quelli poetici, in termini di comunicazione, diffusione e, forse, anche su forme e contenuti.

Qual è la sua posizione a riguardo? Come vede il futuro della poesia in relazione alle sue interconnessioni con il Web?


La Rete non rovina e non salva la poesia, mi pare. La Rete è uno strumento fenomenale per connettere le persone, per permettere di arrivare lì dove non si sarebbe mai potuto, e questo vale anche per la poesia: io ho scoperto la maggioranza degli autori che oggi apprezzo di più su internet, dove posso rimanere in contatto con loro e seguirne il percorso. Quello che però non posso fare in Rete è leggere poesia: la sfoglio, la scopro, ne vengo incuriosito, ma per ma il “consumo” (non voglio usare la parola fruizione) della poesia ha bisogno di un libro fisico, di altri spazi e altri tempi. Basta pensare alla maggioranza dei blog: la dimensione media di un post è di tre, quattro, cinque poesie. Sono un assaggio, una pillola, e in fondo deve essere così. Io stesso quando trovo articoli più complessi e completi faccio fatica a seguirli. Ma spesso quando mi imbatto in qualcosa che mi piace poi cerco i libri e anche l'autore, quindi vado oltre alla rete in sé.

Quindi ben venga internet, a patto che sia la soglia da attraversare per andare oltre. Probabilmente l'equivoco sta nel fatto che, in alcuni casi, mi sembra che la Rete sostituisca il resto e quindi tutto si fermi lì, senza approfondimento. Allora sì che la Rete diventa un impoverimento in forma di usa-e-getta. Il problema però non è lo strumento in sé, quanto come lo si utilizza.


Siamo nel 2020, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurita: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e pure nel panorama poetico contemporaneo.

Anche alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout-court, come inquadra l’argomento e qual è la sua opinione a riguardo? Soprattutto, prevede un’evoluzione verso altre traiettorie per un futuro prossimo?


Per quanto riguarda la preponderanza maschile a cui lei accenna la mia opinione è semplice: il mondo è ancora maschilista, e quindi lo è anche lo spazio della poesia. Le pari opportunità, nonostante i passi avanti, sono ancora lontane dall'essere raggiunte: al di là del fatto che spesso il peso della famiglia, ad esempio, ricade maggiormente sulla donna che quindi ha meno libertà di movimento, il maschilismo rimane un problema sociale e culturale, che non può essere ristretto a una serie di gesti formali come le quote rosa o la diversificazione degli articoli in forma di gli/i/le che trovo spesso insensata e superficiale.

Diverso è il discorso sulla poesia – intesa come scrittura – al femminile. Credo che non esista una poesia al femminile in sé, intesa come canone o altro, ma penso ci sia una sensibilità al femminile nella scrittura, come del resto nella vita. Ci sono versi che un maschio secondo me non avrebbe mai potuto scrivere, sia perché la prospettiva maschile è spesso più diretta, sia perché manca, ad esempio, dell'esperienza della maternità, che non è solo la gravidanza, ma una visione differente delle cose e del mondo anche da parte delle donne che non sono madri. A questo proposito sto leggendo “I morti di tutte le specie” di Silvia Secco:


Il nostro bambino s'era perduto a primavera

nel liquore silenzioso, un pomeriggio.

Chissà come chiamava il fiume, e il fiume lo teneva.

Chissà come rideva quando rideva.


Trovo che siano versi impossibili da concepire per un maschio.

Ma quello che intendo con sensibilità femminile non è necessariamente sinonimo di delicatezza, anzi:


Gli astanti si chiedono con quanta forza io fotta sul ghiaino.


Forte:


Io sono la maniglia d'armamento dentellata di ogni tua pistola;

nessuno mi può toccare senza pericolo.


Porto ad esempio questi tre versi, uno stralcio di una poeta statunitense, Lynn Melnick, che ebbi la fortuna di tradurre tempo fa. Anche la violenza può avere un punto di vista femminile, che ai maschi servirebbe conoscere e cercare di capire. Io magari non capisco, ma ne sono affascinato, questo è sicuro.

Prevedere qualche cosa per il futuro, invece, direi che per fortuna mi è impossibile, così lo stupore è salvo. Mi auguro coraggio, questo sì, perché in alcuni casi trovo che autrici dalle grandi potenzialità si siano uniformate all'immagine “della poeta donna”, e questo abbia garantito loro visibilità immediata, ne abbia costruito il personaggio, bloccandone però la crescita nella scrittura.


La consuetudine delle interviste di Alma è quella di andare a frugare nei cassetti di ogni autore per scovare un inedito.


Nel cassetto oggi c'è questo:



Reincarnazione


Ti ho mai detto che una volta

sono stato lupo?


questo spiega la mia diffidenza per gli umani

sono razionale ma ho uno scheletro

di tendini ed istinto

e se ti amo

non è per una scelta


ma per sopravvivenza



La videopoesia è a cura di Francesco Destro.


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