Intervista a Umberto Fiori
- Alessandra Corbetta

- 9 lug 2019
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 10 feb 2021
Questa è l'intervista che Alessandra Corbetta ha fatto a Umberto Fiori, uno dei più importanti poeti contemporanei. Si è parlato della sua ultima pubblicazione, Il Conoscente (Marcos y Marcos 2019), del concetto di "riconoscibilità", della poesia oggi e di tante altre cose.
L'intervista si chiude con un inedito che Fiori regala ad Alma e a tutti i suoi lettori.

Partiamo dalla sua ultima opera, Il Conoscente (Marcos y Marcos 2019); si tratta, a mio parere, di un libro importante sotto più punti di vista: non soltanto perché conferma una continuità con il suo lavoro precedente, specie per quel che riguarda i temi e l’uso del linguaggio, ma specialmente perché lei fa un’attenta analisi sociologica, di tipo identitario e relazionale, che mette insieme quotidianità e alcuni eventi storici del nostro paese, muovendosi lungo il filo sottile della verosimiglianza.
Da dove nasce l’esigenza di raccontare la realtà in questa forma specifica?
Il Conoscente non nasce da un programma letterario, da una poetica, da un progetto. Come gli altri miei libri, nasce da un’emozione a cui ho sentito di dover dare parole. Due sono i moventi: il primo è il personaggio che ho chiamato Conoscente, personaggio ambiguo e odioso, basato sul ricordo di svariate persone che ho incontrato; il secondo è l’immagine (non so da dove mi sia arrivata) della Collezione di unghie e capelli che appare all’inizio e alla fine del libro, e che il Conoscente mi esibisce con aria di sfida. Al centro di tutto sta la questione della verità: il Conoscente si diverte a giocarci, io cerco di difendermi, di ripensarla. Questo è messo in relazione con la storia del nostro Paese negli ultimi 40 anni, ma credo sia un tema universale. Il Conoscente è il diavolo, che si compiace di confonderci e di provocarci, di toglierci la terra da sotto i piedi.
Lei, nel corso del libro, fa un ritratto dissacrante di un certo mondo della poesia, di cui riporto qui il passaggio a mio avviso più significativo:
«E insomma, alla fine, senti:
invidiare a Sempronio quello che ottiene
(diplomi in pergamena, assegni, fama,
zuppiere artistiche in argento, cattedre)
se uno poi considera quanto valgono
le quattro cose che pensa scrive e fa
- diciamo la verità –
è un po’ come invidiare a un paralitico
la vera pelle, le splendide cromature
della sua sedia a rotelle».
Pur essendo l’opera ambientata negli anni Ottanta del secolo scorso, avverto l’assoluta attualità delle sue parole. La avverte anche lei?
Il passo che cita, in realtà, nel libro non è esplicitamente riferito all’ambiente poetico (solo più avanti il Conoscente si riferisce alla mia attività poetica); ma è chiaro che si parla di questo. Ho cercato di esprimere meglio che potevo quello che sento riguardo alla “gloria” poetica, alla fama, alla competizione letteraria. Il protagonista (o deuteragonista) della storia, che si chiama come me, nome e cognome, è spinto malignamente dal Conoscente-diavolo a dire cose che sarebbe meglio tacere, e che di solito si tacciono per vari motivi, anche molto giusti e ragionevoli.
Quando si leggono articoli e recensioni sulla sua poesia, un termine che ricorre spesso è quello di «riconoscibilità». In effetti lei, come pochi altri, è riuscito a creare uno stile “riconoscibile”. Si ritrova in questa definizione? Se sì, quale valore ha per lei e come la interpreta?
Che la mia scrittura sia “riconoscibile” mi fa senz’altro piacere. Ma questo non basta. Risultare “riconoscibili” non è poi così difficile: basta trovare qualche cifra speciale, qualche tic linguistico, un “marchio di fabbrica” pur che sia. Ma la poesia è ben altro. La mia “voce” (come l’ho chiamata poi) non deriva dalla ricerca di un marchio stilistico fine a se stesso, semmai dal contrario: dal tentativo di parlare “come tutti”, come uno qualsiasi. E questo non per ottenere un effetto di “riconoscibilità”, ma per dire nel modo più adeguato le cose che mi premevano.
Secondo lei, nelle generazioni più giovani, l’elemento della riconoscibilità è marcato oppure a mancare sono proprio certi tratti distintivi tra un autore e l’altro?
Molti libri di autori giovani (ne ricevo tanti) mi danno la sensazione di essere mossi, appunto, dalla ricerca di una “riconoscibilità” ad ogni costo. Ma proprio in questo finiscono per assomigliarsi. In primo piano c’è lo sforzo per ottenere un effetto di originalità, che rischia di mettere in ombra le cose da dire (sempre che ci siano). Si sente la spinta ad essere autori, non importa di cosa. L’opera sembra un mezzo per affermare la personalità di qualcuno.
C’è, nella sua produzione, un indubbio legame tra poesia e pensiero, che proprio ne Il Conoscente raggiunge il suo momento più importante. Credo che Leopardi, in ambito italiano, possa essere uno di quei nomi che meglio si addice a descrivere l’istanza speculativa della sua poesia. Lo considera uno dei suoi modelli? Quali altri autori fanno parte della sua genealogia culturale?
Leopardi è un modello inevitabile; e inarrivabile. Nella mia scrittura non c’è, naturalmente, un “sistema” di pensiero; c’è – più modestamente – il tentativo di mettere in versi una riflessione sul mondo, sull’esistenza, a partire da esperienze comuni a tutti. I miei autori di riferimento sono molti; tra i tanti nominerei Baudelaire, Kafka, Montale. Ma anche Camillo Sbarbaro è stato per me un esempio importante, insieme a Penna e Caproni.
Esulando per un momento dalla sua produzione, vorrei soffermarmi sulla questione assai rilevante che riguarda i rapporti tra poesia ed editoria. Sulla base della sua lunga esperienza con alcuni dei maggiori editori italiani contemporanei, come vede mutato il panorama editoriale odierno e quali considera essere le sue criticità, se ci sono, tenendo conto del ruolo sempre più centrale della Rete?
Ho avuto la fortuna – negli anni ’90 del secolo scorso – di incontrare l’editore Marcos y Marcos, che mi ha sostenuto con entusiasmo e mi ha dato la possibilità di far conoscere quello che andavo scrivendo. Cinque libri: Esempi (1992), Chiarimenti (1995), Parlare al muro (1996), Tutti (1998), La bella vista (2002). Nel 2009 Mondadori ha pubblicato un mio libro, Voi, e nel 2014 un Oscar che comprendeva tutti i libri pubblicati, con un inedito. Dico Mondadori, ma dovrei dire Antonio Riccardi: è stato lui a darmi credito. Come, per la Marcos, Marco Zapparoli, Claudia Tarolo e – ultimamente – Fabio Pusterla. Il rapporto con gli editori è sempre un rapporto “personale”: funziona, voglio dire, se c’è qualcuno che crede davvero nel tuo lavoro. Senza questo, anche l’editore più importante diventa un’entità senza volto, che si limita a stampare quello che scrivi (quando va bene) e a diffonderlo (senza troppa convinzione). La poesia, come si sa, non ha molto mercato da noi; la Rete può servire in parte, ma mi sembra generi anche un polverone, dove il meglio e il peggio stanno un po’ sullo stesso piano.
Le vorrei proporre un legame tra geografia e poesia. Lei che ha vissuto per molta parte della sua vita a Milano, quanto deve a questa città e quanto invece alla Liguria e alla sua Sarzana?
Milano – che nei miei testi non nomino mai – è senz’altro centrale nel mio lavoro. Da bambino, quando mi ci sono trasferito con la mia famiglia (avevo cinque anni), mi sembrava il posto più triste del mondo. Più avanti l’ho considerata semplicemente la scena (una delle tante) dove avrebbero dovuto verificarsi quei cambiamenti radicali che alla mia generazione sembravano imminenti. Negli anni ’80, quando le utopie rivoluzionarie sono tramontate, mi è sembrato di vedere per la prima volta le sue facciate, i suoi muri ciechi, i suoi scavi. Da questo spaesamento –anche doloroso- sono nati i testi che poi ho pubblicato. Della Liguria, dove sono nato, per molti anni non sono riuscito a parlare: il Golfo di Lerici, dove sono cresciuto, mi sembrava troppo “poetico” di per sé (“Golfo dei Poeti”, lo chiamano) perché se ne potesse scrivere. A un certo punto, però, ho sentito che quel panorama così convenzionale ma anche così affascinante e per me importante mi chiamava. Quando ho scritto La bella vista avevo cinquant’anni e alcuni libri alle spalle. Ci ho provato.
La consuetudine di Alma, con cui lei apre la serie delle nostre interviste, sarà quella di andare a frugare nei cassetti di ogni autore per scovare un inedito. Nei suoi ne ha uno da condividere con noi? Gliene saremmo molto grati.
Vi posso dare un piccolo testo sul quale sto ancora lavorando: è un ricordo d’infanzia ambientato, appunto, a Sarzana.
Androne
Otto anni, avrò avuto.
Camminavo da solo lungo i muri
di una piazza, a Sarzana,
verso Porta Romana. Sulla mia destra
a un certo punto
c’era un grande portone
verde scuro, socchiuso:
ho infilato la testa
nell’apertura.
Ho spinto, sono entrato. Fresco. Nessuno.
Al centro dell’androne,
nel profumo di pietre, rigido,
steso su quattro tavole
coperte di velluto nero, un cadavere
appena rivestito.
Né candele, né pianti. Solamente
le dita dure nei calzini grigi
di seta, trasparenti.
*
Ecco: niente discorsi, niente ragione,
niente torto fra noi. Starci di fronte
come un bambino
e gli alluci di un morto.
Dall'inedito di Umberto Fiori, la videopoesia realizzata appositamente dal nostro Francesco Destro.





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