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  • Alessandra Corbetta

Intervista a Bruno Galluccio

Questa è l'intervista che Marisol Bohorquez Godoy e Alessandra Corbetta hanno fatto a Bruno Galluccio, a partire dal rapporto tra scienza e poesia e del parallelismo tra poeta e scienziato, fino ai discorsi sul vuoto, sui versi e la Rete e molto altro.


L'intervista si chiude con un inedito che Galluccio regala ad Alma e a tutti i suoi lettori.


Bruno Galluccio
Bruno Galluccio

Benché le sue raccolte di poesie Verticali (Einaudi 2009) e La misura dello zero (Einaudi 2015) abbiano in comune l’uso di un linguaggio scientifico, è anche vero che ci sono delle differenze evidenti. Come percepisce questi cambiamenti nella sua scrittura tra un’opera e l'altra? (MBG)


Le due raccolte hanno avuto genesi molto diverse. Verticali rappresentava il mio esordio editoriale, e come tale conteneva testi scritti in un intervallo temporale ampio. Ciò si riflette nella struttura della raccolta e nella modalità di utilizzo del linguaggio fisico-matematico che vi compare essenzialmente con finalità metaforiche. Con una sola eccezione: il poemetto sul matematico tedesco Georg Cantor che si sofferma su temi di matematica (la teoria degli insiemi e la teoria degli infiniti) nel seguire il percorso scientifico ed esistenziale del protagonista. La misura dello zero invece corrisponde ad un progetto unitario centrato intorno alla scienza in sé, anzi, più in generale, al processo di acquisizione della conoscenza, analizzato a livello individuale e collettivo. Quindi ci si focalizza su contenuti specifici e su come la nostra conoscenza del mondo (ivi inclusa la matematica) sia evoluta lungo un percorso complesso e affascinante di intuizioni, dibattiti tra gli scienziati, continuo ampliamento e raffinamento di teorie precedenti. Anche in questo volume l'approfondimento della storia della matematica attinge a maggiore concretezza col dedicare poesie a tre giganti di questa disciplina: Pitagora, Galois e Goedel.


Le sue poesie sembrano suggerire che l’uomo postmoderno viva in un ambiente di totale smarrimento, riconducibile alla mancanza di certezze che la scienza ci fornisce. In questo senso, ritiene che il poeta condivida una responsabilità simile a quella dello scienziato? (MBG)


La peculiarità della scienza è di fornire spiegazioni e certezze (almeno temporanee) costruendo teorie che spieghino un certo insieme di osservazioni del mondo. Con l'ampliarsi delle osservazioni e con l'approfondimento delle riflessioni teoriche, si pongono prima o poi quesiti di ordine e complessità più elevata. In altre parole si sposta sempre più in avanti la linea di orizzonte del sapere, e ricompaiono interrogativi e misteri. La scienza di quest'ultimo secolo ha poi due caratteristiche peculiari, che la pongono in uno scenario diverso rispetto alle ricerche dei secoli passati. La prima è il fatto che essa indaghi su fenomeni che non si verificano su scala umana, concentrandosi invece su quelli che avvengono su scale spazio-temporali estreme, osservabili solo indirettamente con l'ausilio di apparecchiature di grandi dimensioni e complessità; e quanto detto vale sia per il microcosmo (studio dei componenti della materia sino ai quark, fenomeni quantistici, ecc...) sia per lo studio del macrocosmo (ipotesi sull'origine dell'universo, galassie, buchi neri, catastrofi che avvengono a distanza di milioni di anni luce da noi)

In più le teorie che tentano di spiegare i fenomeni attinenti a questi due ambiti portano a risultati che spesso sono lontani dal senso comune, quello che introiettiamo a partire dalla realtà a dimensione umana. E lo stesso discorso vale anche per la matematica con le sue teorie sulla indecidibilità dei sistemi formali.

Mi sono soffermato su questo argomento perché nei miei testi ho cercato spesso di focalizzare questo salto di qualità della scienza contemporanea. Ma tornando a considerazioni di ordine più “umano”, va rilevato che la poesia da parte sua ha sempre coltivato questa ambivalenza: coglie aspetti emotivamente profondi condivisibili da gran parte del genere umano per far affiorare un sentimento di vicinanza e solidarietà, ma nello stesso tempo osa assumere un punto di vista insolito, ribalta i luoghi comuni, coglie aree di smarrimento, genera inquietudine proprio tramite quel suo guardare con occhio disincantato e “di verità” tanto il vissuto interiore che la complessità dei rapporti umani e sociali.


Uno dei problemi a cui la fisica moderna ha cercato di dare una risposta è il concetto di vuoto, che, d'altra parte, è diventato uno degli argomenti più discussi della poesia. Come lei dice: «Oggi sappiamo che il vuoto non esiste», ma le persone continuano a percepirlo come un’assenza del tutto. Come si spiega questa attitudine? (MBG)


Il vuoto è stato sempre un tema sul quale si sono soffermati filosofi della natura e scienziati, da Aristotele in poi. Ed è connesso all'altro interrogativo: cos'è lo spazio? Ha senso concepire uno spazio senza oggetti (cioè vuoto)? Per il profano il discorso è abbastanza lineare: vediamo intorno a noi uno spazio non occupato da oggetti, abbiamo imparato nei secoli che in quello spazio c'è l'aria e per estrapolazione immaginiamo lo spazio interstellare come il “nostro” vuoto privato anche dell'aria. Le scienze fisiche invece hanno dovuto approfondire l'argomento in maniera molto più sottile per dare inquadramento e spiegazione ai fenomeni che si andavano via via osservando. Senza dettagliare troppo una storia di ripensamenti e dibattiti che sarebbe appassionante ma lunga, basti partire dal fatto nell'ottocento si postulò l'esistenza di una misteriosa sostanza elastica chiamata etere che permeava tutto lo spazio non occupato da materia cosmica. Teorie successive hanno fatto a meno di questo misterioso riempitivo, hanno compreso che i corpi celesti interagiscono attraverso campi di forza interagenti a distanza e quindi sono tornati apparentemente al concetto di vuoto. Ma con la fisica quantistica si è giunti a conclusioni ancora più sorprendenti: da questo vuoto in cui non c'è nulla, può nascere all'improvviso qualcosa, senza la possibilità che questo evento possa essere previsto.


Credo che il suo stile di scrittura si allontani dal linguaggio poetico tradizionale, raggiungendo effetti a tratti imprevedibili, in cui l'uso di un lessico comune si rivela in diretta opposizione con un codice linguistico di tipo scientifico. Come vengono recepite dai lettori le sue scelte linguistiche? (MBG)


Mi interessa molto mescolare i linguaggi, sia per generare un effetto di sorpresa e di libere associazioni, sia per motivi concettuali. In fondo molte definizioni della fisica sono metafore tratte dal quotidiano: il big bang, i buchi neri, le nane bianche, il colore e il sapore dei quark … Ma interviene anche il processo inverso: le definizioni della fisica diventano a loro volta occasione di metafore che rimbalzano di nuovo sul quotidiano. Ad esempio un Buco Nero per noi spesso non sta ad indicare più una gran fossa scavata nel terreno, ma, per un circuito mentale, si riferisce ad una struttura cosmica che inghiotte tutto. (es. si dice “quella questione controversa è un buco nero”). Sul come vengano recepite queste intersezioni, posso dire che suscitano curiosità anche se, malgrado la mia attenzione a non sovraccaricare troppo il testo, alcuni passi possono risultare ostici nei dettagli. Ma l'incontro/scontro ha comunque un suo effetto per lo meno straniante. Cosa che del resto accade ogni volta che si fa collidere il linguaggio della poesia con quelli di altri ambiti specialistici: cinematografico, sportivo, pittorico.


Ritiene che le preoccupazioni della scienza nel corso della storia siano sempre andate in parallelo con le istanze poetiche oppure direbbe che il legame scienza-poesia sia stato rafforzato dalle scoperte scientifiche del XX secolo? (MBG)


In varie occasioni la poesia dei tempi antichi ha trattato di fenomeni naturali dal punto di vista “scientifico” (basti pensare all'opera di Lucrezio) e ciò risultava agevole perché le spiegazioni di quei tempi si basavano su osservazioni qualitative e non sulla misura di quantità fisiche e sul loro collegamento in formule matematiche. La diffidenza reciproca tra le scienze “dure” e la poesia si è accentuata successivamente, e ha avuto poche eccezioni (rilevanti quella di Dante e quelle di scienziati-scrittori come Newton e Galileo). Da alcuni decenni si fanno tentativi tesi a riavvicinare i due ambiti culturali e la situazione si può definire “in bilico”. Sul motivo per cui il processo continui tra spinte e frenate, posso fornire una mia spiegazione. Da un lato, in positivo, ci si rende conto che il mistero, l'entusiasmo della scoperta (soprattutto se è impensabile, sorprendente) è un sentimento di orgoglio umano che merita di essere celebrato. Dall'altro lato. come fattore di ostacolo, bisogna dire che la cultura scientifica è ancora poco diffusa tra i cultori di scienze umanistiche. Tuttavia, come elemento unificante, voglio rimarcare una questione di metodo che accomuna i due ambiti: il fatto che la ricerca scientifica in campo fisico/matematico si nutra di una sorta di illuminazione ovvero di un processo creativo non interamente logico: il tentare di guardare il mondo in maniera diversa dall'usuale costituisce una base che scienze e poesia hanno in comune.


Vorrei spostare la conversazione sul discorso relativo a poesia e Rete, di cui Alma è attenta a raccogliere testimonianze. Sappiamo che il dibattito attuale si muove passando da una posizione all’altra, riassumibili in “la Rete sta rovinando la poesia” oppure “la Rete salverà la poesia”. In questa dicotomia, semplificatrice e banalizzante di un fenomeno ben più complesso, si intravede, però, una realtà indiscutibile e cioè che i nuovi linguaggi della Rete hanno avuto un impatto rilevante su quelli poetici, in termini di comunicazione, diffusione e, forse, anche su forme e contenuti. Qual è la sua posizione a riguardo? Come vede il futuro della poesia in relazione alle sue interconnessioni con il Web? (AC)


Il processo, come nota giustamente lei, non può essere liquidato con dicotomie semplificatrici. La mia opinione è che gli aspetti positivi superino nettamente quelli negativi. Basti pensare alla possibilità di poter accedere agevolmente alle grandi opere del passato, alla opportunità di avere il polso della situazione su ciò che accade oggi nel mondo in campo poetico senza aspettare il completamento della trafila: pubblicazione su rivista, pubblicazione in volume e poi diffusione in forma cartacea nel mondo intero. Si possono individuare nuove tendenze, nuovi autori da ogni parte del mondo considerando che molti siti traducono i testi in inglese o in spagnolo. Si offre poi la possibilità, (perché no?), di far circolare in ambiti via via più ampi e qualificati i propri lavori, momento di verifica importante soprattutto per gli autori alle prime esperienze. Ma ci sono anche i pericoli: l'offerta sovrabbondante rischia di non far distinguere facilmente il lavoro serio da ciò che è stilisticamente immaturo o semplicemente uno sfogo emotivo, e in questo un argine importante è la credibilità (in termini di selezione e di supporto critico) del sito o del blog ospitante. Inoltre si tende ad una fruizione più superficiale e meno attenta del testo poetico, passando facilmente da un autore all'altro, assaggiando un po' qui e un po' lì senza metodo e soprattutto rinunciando alla lettura lenta, quello stato d'animo di dedizione completa al testo che è indispensabile per penetrarlo realmente.

Quanto ai possibili sviluppi futuri è difficile fare previsioni soprattutto in merito all'evoluzione tecnologica e alle aperture che essa potrà offrire. Tuttavia credo che temi come l'unione di testi alfabetici con altri codici e modalità espressive variamente intersecanti (una sorta di multimediale esteso, magari anche con il concorso di tecniche di intelligenza artificiale) possa costituire un filone interessante, come pure la produzione di ipertesti collettivi, ovvero testi interconnessi tra loro già nella fase creativa da parte dei singoli autori.

Siamo nel 2020, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurita: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e pure nel panorama poetico contemporaneo. Anche alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout-court, come inquadra l’argomento e qual è la sua opinione a riguardo? Soprattutto,

prevede un’evoluzione verso altre traiettorie per un futuro prossimo? (AC)


Mi sono reso conto in tempi recenti (da appassionato che non ha alle spalle studi umanistici, bensì scientifici) cogliendo tracce anche da seminari specifici tenuti all'Università di Napoli, di quante poetesse di valore vissute nei secoli passati non siano trattate nelle antologie della letteratura italiana, E questa è stata una scoperta preziosa e arricchente. D'altro canto mi sembra che negli ultimi decenni abbiano avuto modo di farsi conoscere e siano state pubblicate più voci femminili rispetto ai decenni precedenti. Tale ricognizione più ampia ha potuto aver luogo grazie a vari fattori: i canali di comunicazione tramite rete di cui si diceva prima (tra questi includo le video-performance ambito in cui diverse poetesse sono particolarmente brave), la maggiore frequenza di reading pubblici (i quali a loro volta possono essere convocati e pubblicizzati grazie alla rete) e anche la messa in comune di esperienze e di idee che in vari modi avviene nell'ambito delle mostre e festival tematici. Ancora pochi, certo, e non ancora abbastanza frequentati, ma comunque si è messo in movimento un processo che sta facendo conoscere più voci femminili.


La consuetudine delle interviste di Alma è quella di andare a frugare nei cassetti di ogni autore per scovare un inedito. Nei suoi ne ha uno da condividere con noi? Gliene saremmo molto grati. (AC)


Molto volentieri, la ringrazio per la richiesta e per l'intera intervista! Vi presento un inedito che sarà incluso nel libro in uscita per Einaudi il prossimo anno. È un testo in cui il ricordo dei primi esperimenti di fisica in laboratorio (ricordo per me emozionante, perché eseguire esperimenti di fisica può dare emozioni!) costituisce l'occasione, per analogia, di una meditazione sui rapporti interpersonali.


Circuiti elettrici


finalmente a via Mezzocannone sedici

si saliva attraverso l'integrità di ombre e di luci tagliate

la polvere e le confidenze sussurrate dai legni


poteva essere una borgesiana promessa

di archivi e di specchi su dimensioni trascorse

ma nella grande sala inaspettatamente chiara

del laboratorio di fisica

sui tavoli apparivano le lancette inquiete degli strumenti

le onde sinusoidi di verde degli oscilloscopi


e sulle basi forate come di Lego infantili

cominciavamo a inserire in combinazioni diverse

condensatori e resistenze elettriche

per vedere come l'essere

in serie o in parallelo cambia le intensità

delle correnti agli estremi


e per esercizio di fuga

ci si chiedeva se anche le anime

(nel condensare e resistere)

si sommino o sommino i propri inversi

a seconda che si diramino dallo stesso nodo

oppure nascano una dalla fine dell'altra




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